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Full text of "Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825 del generale Pietro Colletta"

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STORIA 


DEL REAME 


DI NAPOLI 


dal 1734 s j no ai 1825 

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PIETRO COLLETTA 


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STORIA 

DEL REAME 

DI NAPOLI 


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STORIA 


del reame 

DI NAPOLI 

VAL 1734 SINO AL 1823 

DEL GENERALE 

PIETRO COLLETTA 


Tomo III 



CAPOLAGO 

Olitone Ticino 



MDCCCXXXIV 


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STORIA 

« 

DEL REAME 

DI NAPOLI 


LIBRO SESTO 

Regno di Giuseppe Buonaparte. — Anno 1806 
a 1808 


CAPO PRIMO 

Qual era il Regno al 1806. 

I. P rima, che io descriva i mutamenti di stato, 
i nuovi re, le continue per dieci anni guerre o 
domestiche brighe, le tristizie degli uomini e di 
governi, e fra tanti moti e travagli la migliorata 
ragione del popolo e le più provvide leggi, mi 
fia bisogno rappresentare lo stato del Regno al 
1806; che sebbene apparisca 'da cinque prece- 
denti libri, io spero che le cose in quelli sparsa- 
mente narrate, sarà grato a ! leggitori vederle in 
quadro e a tal punto deir opera, che più importa 
per giudicare ae’ due regni di principi francesi. 

Colletta, T. III. I 


2 LIBRO SESTO — 1806 

Se non che a rammentare più che a descrivere 
fatti o dottrine sarò brevissimo quanto basti a 
ricordi; desiderandomi leggitori attenti e conti- 
nui, e non curando di ajutare per lunghe narra- 
zioni e riprese la tardità di coloro cui piaccia il 
leggere ozioso e svagato. 

II. Al finire dell’anno i8o5, reggevano la giu- 
stizia civile le dodici legislazioni discorse nel 
primo libro, le quali non disposte a codice, ma 
confusamente recate in molti volumi, stavano 
aperte a’ litiganti ed a’ giudici; quindi le interpre- 
tazioni, le, glosse, il confronto delle nuove alle 
antiche leggi, i casi, i dubbii legali davano ma- 
teria ad altri libri, e servivano di autorità e di 
logica nelle contese. La giurisprudenza non era 
una scienza : ogni lite, comunque assurda, trovava 
sostegno in qualche dottrina, ed il maggior ta- 
lento e la fortuna de giureconsulti consisteva nelle 
astutezze legali; sì che ancora sono in fama il Maz- 
zaccara el Trequattrini, benché il loro acuto e 
malo ingegno fiorisse nel mezzo della passata età. 
Al considerare il corpo delle leggi essere l’opera 
di venti secoli , e quanti e quali i legislatori, come 
varie le costituzioni dello stalo, le occorrenze dei 

S rincipi, le condizioni de' popoli, ciascuno inten- 
e che da codici discordanti non potevano, pro- 
cedere costanti regole di giustizia, nè sentimento 
comune di doveri o diritti. 

Così delle leggi. Erano i magistrati que’ mede- 
simi del regno di Carlo; ma regola suprema, non 
scritta, sempre usata, turbava ed invertiva gli 
ordini, dava nuovi poteri o toglieva i già dati, 
gli scemava o accresceva a piacimento del re. 


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LIBRO SESTO — 1806 3 

Spesso il favore (li questo o la sola intemperanza 
d imperio aggiungeva nuovi giudici agli ordinari; 
componeva magistrati novelli, pirescriveva nuove 
forme, nuovi processi, donde i nomi di ministri 
aggiunti e 'di rimedii straordinari , sì conti nella 
storia della curia napoletana. Da questi giudici, 
da quelle leggi discendevano giudizi lunghi, in- 
trigati e così lenti, che nella causa tra 

e contesero sessantasette anni per 

conoscere solamente il magistrato cui spettava il 
giudizio. ISè mai sentenza aveva effetto sicuro, po- 
tendo distruggerla il ricorso per nullità o ad ap- 
pello, e le astuzie forensi (che pur dicevano rime- 
dii legali), e più spesso la volontà regia, quasi legge 
sopra le leggi che sospendeva il corso di alcune 
di esse, lo accelerava di altre, aboliva le antiche, 
c novelle ne creava. Per le quali sfrenatezze il 

f irocedimenlo non era catena necessaria di atti 
egali, ma un aggregato di fatti varii quanto i casi 
di fortuna o di regia volontà. 

Assai peggiori de’ giudizi ..civili erano i crimi- 
nali: inquisitorio il processo, inquisitori gli scri- 
vani; magistrato, la regia udienza o il commis- 
sario di campagna o la vicarìa criminale. Disusata 
la tortura agli accusati ed ai testimonii, non ces- 
savano i martorii di carcere, di ceppi, di fame. 
Tassavano le prove, il delitto che più ne aveva, 
più gravemente punivasi; e così gl indizi, non 
più argomenti alla coscienza de’ giudici, bensì 
membri del delitto, apportavano secondo il loro 
numero pena maggiore o minore di galera o di 
carcere. Durava, peggiorato, il giudizio del tru- 
glio ( ignoro le bàrbare origini del vocabolo e 


* LIBRO SESTO — 1806 

della pratica), maniera di compromesso tra fiscale 
e lo stipendialo dal re difensore degli accusati, 
per cui questi andavano improvviso dal carcere 
alla pena d’esilio o di galere, non sentiti, non 
difesi, nemmeno compiuto il processò, contati e 
non scelti tra detenuti, a solo fine di vuotar pre- 
sto le carceri e schivare il tedio de’ giudizi. Era 
il comando regio ne’ processi criminali così con- 
tinuo, che spesso dopo il delitto il re componeva 
il magistrato da giudicare, prescriveva il proce- 
dimento e la pena, come vedemmo nelle cause 
di maestà l’anno 1799. I giudizii xul horas e ad 
modum belli erano frequenti. Due volte, magistrati 
diversi, per accusa di parricidio, si divisero in 

1 >arità tra la colpa o la innocenza; ed il re Carlo, 
>enchè pio, temendo certa la colpa, e fastidito 
della ritardata pena, ruppe le more comandando 
che l’accusato capitano Calhan morisse sulle for- 
che. E perciò tra i molti errori della napoletana * 
legislazione era massimo la servitù cieca de’ giu- 
dici all’ arbitraria volontà del principe. 

III. Rappresenterò della finanza il peso e gli 
effetti sulla ricchezza pubblica. Erano dazi tra i 
principali: il testatico, chiamato di once a fuoco, 
tassato dal fisco per comunità, spartito nelle fa- 
miglie per teste; il solo vivere generava tributo: 
gli arrendamenti, dazi sopra le materie di con- 
sumo, in gran parte venduti, volgendo a privato 
guadagno il benefizio che deriva dal cresciuto 
numero e più largo vivere del popolo: la prediale, 
nominata decima, fallacemente ripartita su le vo- 
lontarie rivelazioni de’ possessori, favorendo le 
terre della Chiesa e lasciando libere le regie e le 


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LIBRO SESTO — 1806 5 

feiulali. Pagavano i baroni le antiche taglie del- 
XAdoa , (lei Rilcvio, del Cavallo-montato , leggiere 
e disuguali. Fruttavano al re il demanio regio e , 
desso parte, la dogana di Foggia (della quale 
dovrò - dir tra poco, trattando del Tavoliere di 
Puglia), e molli impieghi venduti anche di giu- 
stizia. Cosi sconosciuti il principio delle rendite 
e l’ uguaglianza ne’ tributari, molti pesi pubblici 
distribuiti a caso e a favore e senz ordine riscossi 
versavano ogni anno nella cassa regia sedici mi- 
lioni di ducati. 

La proprietà stava in poche mani quasi immo* 
bile per feudalità, primogeniture, fìdeicommissi, 
vincoli della Chiesa e di fondazioni pubbliche; 
perciò ricchi i monasteri e i vescovadi, ricche le 
baronìe e le commende, povero il resto. Le in- 
dustrie poche, la naturai copia de’ prodotti me- 
nomata dalla improvvidenza delle leggi e de’ reg- 
gitori, stabilita l’annona in ogni comunità, l’uscita 
dei frumenti vietata per ogni lontano sospetto di 
scarsezza, tutti gli errori di economia pubblica 
riguardati come sentenze. Le manifatture scarse 
e rozze, perchè poche le macchine, poveri i ca- 
pitali, pericolose le associazioni, il miglioramento 
delle arti impossibili. 11 commercio servo; sog- 
gette a dazio ogni entrata, ogni uscita; troppo 
tassati i prodotti d’industria o d arti straniere 
sotto specie di giovare a’proprir, ma questi rozzi 
e cari, perciò il capitale della consumazione ac- 
cresciuto, i capitali riproduttivi distrutti o tenui. 
Essendo le opere pubbliche a cura della finanza, 
raramente se ne imprendevano , o cominciate 
compivansi; e intanto le comunità pagavano, per 




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6 LIBRO SESTO — 1806 

far nuove strade, tasse gravose, rivolte oscura- 
mente ad altri usi o capricci del re e de’ ministri. 
Vedèvi grandi pianure fertili un tempo, abban- 
donate alle acque; il Garigliano, il Volturno, 
l’Ofanlo mal contenuti fra’ margini; il lago Fu- 
cino , alzando di giorno in giorno, sommergere 
terreni e città; sboscate le montagne, le pianure 
imboschite. 

IV. L’amministrazione non avea leggi proprie, 
nè ministro presso il re, nè magistrato nelle pro- 
vince che se ne desse pensiero. Ciò che dipoi è 
stato inteso col nome di amministrazione e affi- 
dato al ministro dell’interno andava spicciolato 
fra gli altri ministeri, o abbandonato o ignoto. 
Le entrate municipali nascevano da proprietà o 
da tasse, con le quali accumulate pagavano i 
tributi al fìsco; del resto giovando per invec- 
chiato genio di prepotenza a’ maggiori possidenti 
delle comunità, serbandone poca parte a’ bisogni 
pubblici. La separazione de patrimoni fiscale e 
municipale, la strettezza del primo, l’ ampiezza 
dell’altro, sono indizi della prosperità di uno 
stato, come le condizioni opposte attestano la sua 
miseria. 

Amministravano le rendite comunali un sin- 
daco e due Eletti, il municipale consiglio manca- 
va, gli eleggeva per gride u popolo chiamato a 
parlamento, la qual civile instituzione, non pari 
alle altre, era nocevole; falsa e sterile apparenza 
di libertà in quelle incomposte radunanze di ple- 
be, servi, e poveri, e sfaccendati: brigavano le 
scelte per danari e tumulti; i conti erano 'dati 
tardi o non mai; il patrimonio comune fraudato. 


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LIBRO SESTO — 1806 


7 


e le revisioni fallaci per complicità, o pericolose 


per vendette. Mancava l’ amministrazione di di- 
stretto e di provincia; un tribunale supremo di 
ragionieri sedente in Napoli (la Regia Camera) 
giudicava lentamente i conti municipali, ignoran- 
done le origini. L’ordine della pubblica ammini- 
strazione mancava affatto nel Regno. 

V. Le cose dette dell’esercito in ogni libro, e 
più nel libro quinto, schiariranno quelle che son 
per dire intorno ad alcune condizioni di guerra 
proprie al terreno ed alla storia di Napoli. Ultima 
pa.rte della Italia è questo regno; il mare lo con- 
^ ,na .“?. lre si unisce per il quarto alla terra: 
la Sicilia, che sarebbe sua cittadella se alla vicina 
Calabria per opere militari fosse congiunta, n’è 
separala dalla nudità della marina, dal procelloso 
canale del Faro, e dal nemico genio degli abi- 
tanti. La posizione geografica del reame non dà 
scampo ai difensori; estremo è il cimento, estre- 
mo il combattere: e in tanta disperata sòrte di- 
sputandosi nelle guerre antiche e moderne non 
già una città, un porto, una provincia, ma il re- 
gno intero, le armi sempre decidevano del go- 
Aei no e dello stato, della vita e delle fortune dei 
cittadini. Di là viene che il maggior numero pen- 
sando alla vastità dei pericoli, ha sperato salvezza 
dal rassegnarsi al nemico. Esiziale e insensato 
amor di sè stesso, ma necessario effetto del gros- 
solano ragionare di popoli usati alla servitù; cosi 
miseri da sperare più che temere le novità di 
governo. 

Ed aggiungi che nelle guerre di Napoli, sem- 
pre mosse o secondate da politiche fazioni, i sol- 



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8 LIBRO SESTO — 1806 

dati ad un tempo combattenti e partigiani, ve- 
dendo unite a’ cimenti delle battaglie le tristezze 
delle prigioni, degli esilii, delle condanne, quan- 
do anche sprezzatore di primi pericoli perchè 
onorati, paventavano gli altri perchè infami, e 
aerchè agli uomini è natura temer le offese che 
a propria virtù non può sfuggire o vendicare. E 
avverti che dopo la tiranna per i popoli bilancia 
politica degl’ imperii, l’esercito straniero arrivato 
alla frontiera di Napoli, dominatore in Italia, ha 
già vinto per l’armi o col nome nazioni e re. 
Avessimo almeno fortezze sul confine, lince in- 
terne, ostacoli d’ arte per menare a lungo la 
guerra e sperare ajulo del tempo; ma è nuda la 
frontiera, è nudo il regno dal Tronto al Faro. 

Le quali particolarità geografiche e politiche 
spiegano alcuni casi della nostra recente istoria, 
maravigliosi per le rozze menti : avvegnaché i 
Napoletani, intrepidi al duello, arrischiati nelle 
civili fazioni, mancarono nelle guerre ordinale 
e proprie; e le stesse milizie, valorose in Ispa- 
gna, in Alemagna, in Russia, sbigottiscono in 
Italia, fuggono sul Garigliano e sul Tronto. Lo 
che addiviene dall’ esser eglino solamente sol- 
dati su la Dwina e sul Tago; ma in Italia faziosi, 
alla frontiera ribelli; e non vi essendo possan- 
za d’animo e di membra che basti a schivare 
le ricerche della Polizia, le furie della tiranni- 
de, succedono al sentimento della propria forza 
il dubbio, il timore, la prudenza e la fuga. Quei 
che temono la vergogna più che la prigione o i 
patiboli, non fanno nerbo di esercito; virtù soli- , 
tarie e sventurate dopo lode fuggitiva vanno a 
perdersi nelle sorti e nell’onta comune. 




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LIBRO SESTO — 1806 9 

VI. Dalle cose discorse in questo capo derive- 
rebbe che la società napoletana fosse nel i 8 o 5 
rozza, e che le si convenissero costituzioni di go- 
verno, piuttosto che libere, assolute. Ma per la op- 
posta parte rammentando i prodigi di libertà 
del 1799, gli uomini chiari di quel tempo, rab- 
bassato papato, la già scossa feudalità, si crede- 
rebbe il popolo già maturo a migliori destini. 

Le quali opposte sentenze, ambo vere, ambo 
fallaci, trovano spiegazione dal rillellere che il 
buon regno divario, il regno migliore di Ferdi- 
nando sino al 1790, il genio riformatore del pas- 
sato secolo avevano portalo civiltà nei ministri 
della monarchia e nei sapienti, ma civiltà di dot- 
trine che non giunge alla coscienza del popolo. 

Dopo il 1790 il re per lo spavento della rivo- 
luzione di Francia, insospettito delle riforme di 
stato, mutò pensiero e peggiorò il governo; ma 
il popolo progrediva, e sebbene il re adoperasse 
asprezze gravi contro i migliori, e molti ne mo- 
rissero per guerre è condanne, pur la civiltà si 
diffondeva, cresceva il bisogno dileggi migliori. 

Non mai società è stata sconvolta quanto la na- 
poletana ai primi anni del XIX secolo : il potere 
del re illimitato, ma §enza scopo; nemmeno quel- 
lo della tirannide perchè gliene mancava la forza; 
i sapienti avviliti e senza speranza, nemmeno 
nella servitù perchè disadatti all’ obbedienza e 
non creduti; il ceto dei nobili disordifiato, in- 
fermo, non spento; tal che non era nobiltà nè po- 
polo: la fazione del 99 contumace alle leggi, ra- 
pace, potentissima al distruggere, al creare im- 
potente. Era perciò impossibile riordinare lo stato 


IO LIBRO SESTO — 1806 

con le proprie forze dei propri elementi; biso- 
gnava nuovo re, nuovo regno, ed avvenimento 
che per la sua grandezza sopisse le domestiche 
brighe e desse scopo comune alle opere ed alle 
speranze. ' • 


CAPO SECONDO 

Arrivo in Napoli dell’ esercito francese ; poi di Giuseppe 
Baonaparte. Fatti varii di guerra e di regno. 

VII. Fuggente per mare il re, la regina e la fa- 
miglia, i principi Francesco e Leopoldo ritiran- 
dosi coll’esercito per le Calabrie, una reggenza 
in Napoli timida ed inesperta, il regno aperto 
alle schiere nemiche, la città non difesa, i parti- 

§ iani del re fuggitivi o nascosti, la plebaglia on- 
eggiante tra l’ avidità delle rapine e ’ 1 timor del 
castigo, gli onesti in arme a difesa della propria 
vita ed a sostegno degli ordini della città : tal era 
lo stato del regno ai primi di febbraio del 1806; 
nel qual tempo cinquantamila Francesi, guidati 
dal maresciallo Massena, conducevano al trono 
Giuseppe Buonaparte col nome di luogotenente 
dell’imperatore Napoleone. Quello esercito, supe- 
rata senza contrasto la frontiera, avanzando per 
le vie di Aquila, Ceperano e Fondi, intimò ar- 
rendersi ai comandanti di Civitella, Pescara, Ca- 
pua e Gaeta: che non però si arresero, benché le 
consuete trascuratezze di guerra, e non so quali 
speranze di pace, avessero ritardato i provvedi- 
menti di assedio. Intanto l’esercito procedeva. La 
città di Napoli aveva in quel tempo vergognoso 


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LIBRO SESTO — I80G II 

privilegio, per far sicura sè stessa rassegnar le 
chiavi al vincitore giunto in Aversa, e patteggiare 
ignobile passeggierà quiete a prezzo di durevole 
servitù. Perciò la paurosa reggenza concordò per 
ambasciatori, come ho narrato nel precedente li- 
bro, rimettere al nemico le fortezze, i castelli, i 
luoghi fortificati trasgredendo il comando lascia- 
tole dal re Ferdinando di non mai cedere (qua- 
lunque fosse le estremità dei casi) le fortezze del 
Regno. Dopo l’accordo Pescara e Capua furono 
date ai Francesi; Civitella che per virtù del co- 
mandante colonnello Woed ricusò di obbedire, 
assediata pochi giorni, bloccala tre mesi, per estre- 
ma piove rtà di vettovaglie si arrese, e fu da vinci- 
citori smurata. Gaeta £i apprestò alle difese, per- 
ciocché il principe di Philipstadt, che ne teneva 
il governo, rispose alla reggenza eh egli disobbe- 
diva al comando di lei, per comandi maggiori 
e onor di guerra. 

Vili. A’ 1 4 febbraio le prime schiere francesi occu- 
parono la città, ma l’ ingresso preparato, magnifico 
per suoni militari, vesti ed insegne, fu guasto da 
stemperata pioggia. 11 qual temporale sforzò a tor- 
nare nel porto sette navi, che il giorno innanzi 
avevano sciolto per la Sicilia, cariche di ricchezze 
e di persone, che per paurosa coscienza, o parti- 
giani de’Borhoni, o timidi o in altro modo miseri 
ed ambiziosi spatriavano. La mala fama di alcuni, 
sventura di tutti, fece che la polizia avutili in po- 
tere li chiudesse in carcere. 

In quel giorno istesso il marchese \ anni morì 
di volontaria morte. Egli di natali onesti, trista- 
mente ambizioso, delatore nelle cause di stato, e 


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12 LIBRO SESTO — 1806 • 

di poi barbaro inquisitore ed iniquo giudice, avcn* 
do tratto dal male oprare potestà., titoli e doni, 
poi abbandono e dispregio, bramò, allo avvici- 
narsi dell' esercito francese, fuggire in Sicilia; e 
perciò ricordando alla regina isuoi servigi, chiese 
su le regie navi un ricovero da colei negatogli: 
cosicché dolente della ingratitudine, tediato della 
vita, aspettò che il nemico giugnesse in città, 
scrisse il seguente foglio, e si uccise. « L’ingra- 
>■> t Ululine di una corte perfida, l’avvicinamento 
« di un nemico terribile, la mancanza di asilo, 
r> mi han determinato a togliermi la vita, che or- 
n maimi è dipeso. 11 mio esempio serva a render 
r> saggi gli altri inquisitori di stato >•>. Onesti sen- 
si che darebbero buona fama a chi gli scrisse, 
se non venissero da disperato consiglio I 

La descritta morte del Vanni, m invita a rife- 
rire due altri casi. Guidobaldi (le cui nequizie 
ho rammentato nel precedente libro), depresso 
all’ entrar de’ Francesi, maltrattato, prigione, ot- 
tenne in mercè di preghiere e per pietà di ca- 
nuta vecchiezza vivere confinato in un piccolo 
villaggio degli Abruzzi ch’era sua patria; ma non 
ne aveva le dolcezze, perchè abbandonato sin 
dall' infanzia; ed erano altrove famiglia, magione, 
ricchezze, rimembranze di vita: poco tempo vi 
dimorò come in carcere, e disperatamente morì. 

Più tristo del Guidobaldi era stato nel 1799 il 
ferocissimo Speciale. Viveva in Sicilia sua patria, 
dispregiato; allorché da’ disordini della coscienza 
turbato l’intelletto, divenne maniaco, furioso, sof- 
frì tutti i dolori e le ingiurie di quel misero stalo: 
morì, e tanto odio pubblico lo accompagnò nel 


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ilato: 
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LIBRO SESTO — 1806 13 

sepolcro che i suoi congiunti vergognando, na- 
scondevano il pianto e non osarono vestirsi a 
bruno. I cieli han messo sulla terra due giudici 
presenti delle umane azioni, la coscienza e la 
istoria. . ' * . 

IX. U dì i5 dello stesso febbraio, entrato in 
Napoli Giuseppe Buonaparte ebbe pubblica rive- 
renza, quale convenivasi a luogotenente di mo- 
narca potentissimo ed a principe che la fama di- 
vulgava re di quel regno. Ed oltre all’ obbedienza 
ed alle officiosità di magistrati, .prescritte dalla 
reggenza , egli ottenne dal popolo accoglienze 
grandi e volontarie, che derivavano non da gra- 
titudine perchè lui nuovo, nè da speranze perchè 
conquistatore, ma dagl’incanti della fortuna e 
della potenza. Andò ad abitare la reggia, tutto re 
fuorché del nome, chiamandosi negli editti prin- 
cipe francese, grande elettore dell’Impero, luo- 
gotenente dell’imperatore, comandante in capo 
T armata di Napoli. 

Primo editto fu il proclama dell’imperatore 
Buonaparte, che dal campo di Schónbrunn, al- 
tiero per vittoria, caldo di vendetta, diceva : « Sol- 
n dati. In dieci anni io tutto ho fatto per serbare 
« il re di Napoli, egli tutto ha fatto per perdersi. 

« Dopo le battaglie di Dego, di Mondo vi, di 
» Lodi, egli non poteva oppormi che debolissima 
» resistenza : io confidando nelle sue promesse gli, 
>» fui generoso. ■ ' ... . 

«Sia seconda confederazione contro la Francia 
« fu rotta in Marengo; il re di Napoli, che prima 
« avea mossa quella ingiusta guerra, rimasto sen* 
« za alleati e senza difese, abbandonato ne v trat- 


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14 ' LIBRO SESTO — 1806 

r> tati di Lunevillc, mi si raccomandò benché ne- 

r> mico, ed io gli perdonai la seconda volta. 

r> Son pochi mesi appena, stando voi alle porte 
» di Napoli io, che sospettava nuovi tradimenti 
>•> di quella corte, potea prevenirli vendicando gli 
>•> antichi ; ma fui generoso, riconobbi la neutra- 
>•> lità di Napoli ; v’imposi di sgomberare quel re- 
» gno, e per la terza volta la casa de’ Borboni fu 
» confermata sul trono e salvata. 

r> Perdoneremo la quarta volta? Confideremo 
« di nuovo in mia corte senza fede, senza onore, 
» senza senno? No, no! La casa di Napoli ha ces- 
» sato di regnare; la sua esistenza è incompatibile 
>■> col riposo di Europa e con l’ onore della mia 
r> corona. 

» Soldati, marciate, subissate ne’flutti, se avran- 
« no r animo di attendervi, i deboli battaglioni 
de’ tiranni de’ mari. Dimostrate al mondo in qual 
» modo noi puniamo le spergiurate fedi. AfFret- 
» tatevi ad avvisarmi che tutta Italia è governata 
>» da leggi mie o de’ miei collegati; che il paese 
» più belio della terra è alfin libero del giogo im- 
n postogli da’più perfidi degli uomini; che la san- 
» tità de trattati è vendicata, e . sono placate le 
» ombre de’ valorosi miei soldati, reduci dall’E- 
» gitto, scampati da’ pericoli del mare, de’ deserti, 
» delle battaglie, trucidati empiamente ne’ porti 
« della Sicilia. 

Soldati, mio fratello è con voi, depositario 
>■> de’ miei pensieri e della mia autorità: io fido in 
» lui, fidateci voi jj. 

Lo stile del foglio e la potenza di chi lo scrisse 
rassicuravano i Napoletani contro le borboniche 
vendette ricordate dal 99. 


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LIBRO SESTO — 1806 ’ 15 

X. Prima cura del principe Giuseppe fu il per- 
seguire 1 esercito borbonico che ritiravasi per le 
Calabrie; imperciocché avendo facilmente occu- 
pate le isole di Capri, Procida ed Ischia, molti 
castelli, e tutte le fortezze, fuorché Gaeta, seinbra- 
vagli che poco altro gli abbisognasse per cacciare 
affatto dal Regno la bandiera dell’ antico dominio 
e compiere la conquista. Diecimila Francesi co- 
mandati dal generai Regnier inseguivano quat- 
tordicimila napoletani, obbedienti al generai Da- 
mas, co’ quali stavano i principi reali Francesco 
e Leopoldo, a danno più che a vantaggio della 
guerra; essendo i principi e i re, se combattenti, 
giovevole esempio agli eserciti, ma intoppo e sco- 
ramento se ognora lontani dalle fatiche e dai 
pericoli. I Napoletani attendarono a Campotanese, 
vasta pianura in mezzo a’ monti, alla quale sono 
ingresso ed uscita due valli malagevoli e lunghe. 
I popoli della Calabria erano allora schivi all'in- 
vito di parteggiare per i Borboni; e qual fosse in 
quel tempo l’esercito napoletano. I lio discorso 
nelle precedenti pagine. 

L’oste francese, che aveva rotto in Campestri- 
no e Lagonegro poche schiere guidate dal colon- 
nello Sciarpa, scacciò da Rotonda uno squadrone 
napoletano, messo a vedetta i fuggiaschi avvisa- 
rono le schiere di Campotanese levarsi in arme. 
Le quali ordinate in due linee, mentre intende- 
vano a difendere la stretta, videro sopra i monti 
(mal guardati perchè creduti inaccessibili) discen- 
dere i Francesi rapidamente verso il piano; inti- 
morirono , si scomposero , e viepiù il nemico 
appressandosi e cominciando il fuoco, si ritira- 



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16 


LIBRO SESTO — 1806 


vano confusamente. Ma la strettezza del luogo, 
i carreggi, la calca ingombrando l’uscita, perchè 
salvaronsi alla spicciolata, pochi morirono, l’e- 


soggettarono tutte quelle terre, fuorché Maratea, 
Amantea e Scilla, forti di mura e di armi. 

XI. Mentre l'esercito combatteva in Calabria, 
Giuseppe in Xapoli ordinava il governo. Prescris- 
se che durassero le antiche leggi, gli oflizii, gli 
ofliziali; e promettendo migliorar lo stato senza 
scossa dissipò i sospetti, blandì i dolori, svegliò 
le speranze e le ambizioni. In quel tempo mede- 
simo compose il novello ministero di sei ministri, 
quattro napoletani, due francesi; e de’primi, tre 
nobili, commendator Pignatelli, principe di Bi- 
signano, duca di Cassano; e’1 quarto, magistrato, 
Michelangelo Cianciulli, tutti onesti per lama ed 
opere, non mai seguaci di troppo libere dottrine, 
sempre amanti di monarchia; de due francesi, 
Miotj ministro per la guerra, aveva rinomanza di 
moderato; Saliceti, ministro per la polizia, di gia- 
cobino. I patriolti non favoriti ne’ primi impieghi, 
mormoravano; ma Saliceti con le promesse e con 
la pompa della sua potenza gli acchetò. 

Si formò un reggimento di fanti ed appresso al- 
tri tre: e basti averlo accennato in questo libro, 
riserbandomi di trattar le cose militari de' due 
re francesi nel regno di Gioacchino, -essendone 
quello il luogo istorico. Si ordinò la Polizia: delle 
facoltà del ministro, quella di arrestare e ritenere 


raccogliendosi ne’ porti e nelle spiagge dell’ ulti- 
ma Calabria, imbarcarono per Sicilia. I Francesi 




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LIBllO SESTO — 1806 17 

nelle prigioni, per prudenza di alta polizia, le per- 
sone accusale di delitti di stato, faceva offesa alla 
giustizia; spavento alla innocenza;, ed era asprez- 
za di governo nuovo, necessaria forse, ma terri- 
bile. Provvedendo agli offizii vacanti prevalsero 
nella scelta de’ giudiziari ed amministrativi, i ser- 
vigi prestati innanzi allo stato; di quei di polizia 
le libere opinioni ed i patimenti sotto il passato 
re : ina per tutti si voleva buona fama ed one- 
sta vita. 

XII. Giuseppe andò a visitare le conquistate Ca- 
labrie, e da quei popoli ebbe applauso di obbe- 
dienza non di affetto; perciocché il merito di lui 
non era da moltitudine, mancandogli grandezza 
di persona, viso audace, e dir sicuro, alto e fa- 
condo. Lui assente, i ministri lasciati al governo 
della città diedero destino a’ militari fatti prigioni 
in Cainpotanese ed in altre parti del regno, de- 
cretando: libertà a chi giurò fede al novello go- 
verno, premii a’ traditori, prigionia a’ pochi rima- 
sti saldi al giuramento, giudizio per il solo gene- 
rai Rodio. Rodio nel 1799 parteggiò, come dissi, 
per i Borboni negli sconvolgimenti civili degli 
Abruzzi, e, fortunato, guadagnò regio favore, lar- 
ghi doni e grado di brigadiere nei regali eserciti; 
. ma lordò il nome con le infamie dell’ anarchia. 
Quando poi nel 1804 l e armi francesi, a castigo 
del re Ferdinando ed a sicurtà di sua fede, te- 
nevano gli Abruzzi e le Pqglie, Rodio, detto dal 
governo commissario civile in quelle province, 
servì con zelo, impedì molti danni, contrastò le 
rapaci voglie degli occupatori, e, come è costume 
de potenti, gli ebbe nemici. La primitiva sua mala 
CoLMXTA, T. III. 2 


18 


LIBRO SESTO — 1806 


fama e le recenti nimicizie furono motivi al pro- 
cesso. 

Motivi, non colpe. Onde a pretesto accusato di 
aver sommosso i popoli alle spalle dell’esercito 
francese, una commissione militare, che fu la pri- 
ma nel Regno, tribunale terribile, inappellabile, 
lo dichiarò innocente ; ma certi Francesi nemici 
a lui più superbi, e per nazionale vergogna due 
Napoletani ai grado e nome, fingendo non so 
quale pericolo di stato, indussero il governo a 
sottoporre Rodio a novello giudizio. La seconda 
commissione lo dannò a morte, e per fino il modo 
del morire fu acerbo essendo stato archibugiato 
alle spalle. Così quel misero in dieci ore fu giu- 
dicato due volte, assoluto e condannato, libero 
e spento; ed aveva moglie, figliuoli, servigi e fa- 
ma. La immanità spiacque a tutti, fu grande ed 
universale il terrore. 

Ed indi a poco peggiorarono le nostre sorti. 
L’isola di Capri, mal guardata, fu dopo debole 
contrasto espugnata dagl’ Inglesi, facendo prigioni 
i soldati che la guarnivano, ed uccidendo per 
castigo o mettendo in carcere quegl’isolani che, 
incauti, seguirono le parti francesi; l’isola fortifi- 
cata e munita di numerosi presidii, divenuta ri- 
covero di briganti, fucina e centro di politiche 
trame, venne governata dal colonnello Lowe, lo 
stesso che anni dopo fu rigido custode di Buo- 
naparte in Sant’ Elena.L’ altra isola detta di Ponza 
fu in quel tempo medesimo presidiata di Siciliani 
rètti dal principe di Canosa, che, nuovo allora, 
andò subitamente diffamato per opere pessime. 
Gaeta, afforzata di nuovi presidii minaccciava il 



LIBRO SESTO — 1806 19 

• • 

campo francese. Gli -altri forti della Calabria, 
non ancora ceduti, ricoveravano Borboniani in 
gran numero per restarvi a difesa o per uscirne 
a campeggiare e distruggere le terre possedute 
dal nemico. La regina di Sicilia mandava nel Re- 
gno i campioni più conti del gg. £ tante faci di 
civili discordie si facevano inccndii a cagione dei 
corrotti costumi del popolo, de mali inerenti alla 
conquista, de’ vizi de conquistatori. 

XIII. Così sconvolto era il reame quando Giu- 
seppe fu nominato re delle due Sicilie. 11 decre- 
to deir imperatore Napoleone, dato da Parigi 
il 3 o marzo 1806, diceva: che egli, fatto per 
legittimo diritto di conquista signore de’ reami 
di Napoli e di Sicilia, vi nominava re Giuseppe 
Napoleone suo fratello. Indi regolava la discen- 
denza, sei’bava nel territorio napoletano sei grandi 
feudi dell’Impero, e nella finanza un milione di 
franchi (ducati duecentoquarantamila) di entrata 
annuale per gratificarne i più. meritevoli dell’eser- 
cito, manteneva a Giuseppe il diritto di successione 
al trono di Francia, dichiarava la corona delle due 
Sicilie sempre divisa dalla francese e dalla italica. 
Giuseppe, avuto quel decreto in Reggio, luogo 
estremo delle Calabrie, volse frettoloso verso Na- 
poli, e vi giunse agli 1 1 di maggio con corteggio 
di re, pomposo per gran lusso e per le fogge ma- 
gnifiche di tre senatori francesi venuti ad amba- 
sciata per riverire in nome del senato di Francia 
il nuovo monarca. Ma il popolo a tante apparenze 
di grandezza restò muto, perchè il nome regio 
niente aggiungeva alla già nota possanza, e le do- 
mestiche torbidezze offuscavano lo splendore e 
minacciavano la sicurezza del trono. 


20 LIBRO SESTO — 1806 

XIV. Non bastando le schiere francesi a man- 
tenere le terre occupate, debellar le nemiche, 
sedare i tumulti e le ribellioni, respingere gli 
assalti degl’inglesi e del re di Sicilia, intese il 
governo di Napoli ad accrescere la forza dell’ armi 
per fatica e per senno. Divise l’ esercito in tre 
squadre. Presidiar con l’una le fortezze, la città, 
i luoghi maggiori del Regno; correre con l’altra 
le province, stringere con la terza gli assedii; 
mostrar la Polizia vigilante, arbitraria, severa, 
potentissima; far buone leggi, promettere futura 
prosperità, giovare i partigiani suoi e ingrandirne 
il numero; tali furono i provvedimenti di stato. 

L’assedio di Gaeta lentamente avanzava, do- 
vendo gli assalitori coprirsi dalle offese dei ba- 
stioni e delle navi che scorrendo lungo il lilo 
battevano di fianco il campo e gli approcci. E 
nella fortezza cresceva il numero de’ soldati, ab- 
bondavano le provvigioni di guerra e di alimento, 
si scambiavano con nuove schiere le affaticate o 
inferme, era la ritirata sicura sopra i vascelli; e 
perciò quel presidio non pativa i travagli ordi- 
nari degli assedii che sono scarsezza di vitto e di 
riposo, trascuranza di salute e di vita. Aggiungeva 
forza a quelle genti il saldo ingegno ed il valore 
del principe di Philipstadt supremo nella fortez- 
za; c se all'animo di guerra era uguale il sapere, 
più lunghe e mortali sarieno state le fatiche de- 
gli oppugnatori. 

Le squadre francesi percorrendo le ribellate o 
ribellanti province, portavano guerra, danni e 
terrore; tanto più che i partigiani del novello 
stato mossi da zelo e talvolta da malvage pas- 


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LIBRO SESTO — 1806 


•21 


stoni , denunziando i fazionari della contraria 
parte, ne producevano l’esterminio. La schiera 
che dovea soggettare la Calabria ebbe carico di 
espugnar Mar atea, città murata, che in quel tem- 
po racchiudeva grande numero di Borboniani, 
ivi accolli perchè il luogo alpestre fusse ajuto 
«Ielle armi e facile la ritirata sopra le navi nel 
sottoposto mare di Policasta). Ma non ristando 
perciò dagli assalti l' abile condottiero de Fran- 
cesi, generale Laniarque, tre giorni combatterono, 
questi con maggior arte ed ordini, quegli con. 
maggior numero, gli uni e gli altri con valore 
uguale. Più volte la vittoria ondeggiò, sì che i 
Borboniani il primo giorno furono in procinto 
di abbandonare la città, i Francesi nel secondo 
di levare il campo; ma nel terzo la discordia, fa- 
cile ad accendersi fra popolari adunanze, trasse 
gli assediati chi a fuggire, chi a ripararsi sulle 
navi, chi a chiudersi nella cittadella. Presa la città 
e messa a sacco, arresa la cittadella nel seguente 
giorno, furono le morti numerose e crudeli; tanto 
guasto essendo il costume del secolo che le pra- 
tiche di umanità serbate in guerra, non si credono 
dovute a popoli armati, benché fossero quelle 
armi sacre e legittime. 

Disfatta Maratea e 'lasciata alle sue miserie, i 
Francesi avanzando nella Calabria, soggettando 
tutte le terre sino a Cosenza, cinsero di assedio 
Amantea. Ma tanta nemicizia scoppiò contr’ essi 
ne’ popoli, che al primo apparire di quelle armi 
i cittadini disertavano le città, i contadini le ville, 
e girando per sentieri nascosti si adunavano ar- 
mati alle spalle della colonna a fin di combattere 



22 LIBRO SESTO — 1806 

le ultime file ed opprimere quei soldati che stan- 
chi o infermi se ne scostavano. Saputi dal re di 
Sicilia quei moti, compose schiera di partigiani 
e soldati che disbarcando presso a Reggio espu- 
gnarono la città, strinsero di assedio Scilla, datasi 
mesi prima senza contrasto a’ Francesi, e prose- 

f uivano circondati dalla foga del popolo verso 
lonteleone. Mentre il generale Steward, uscito 
dai porti della Sicilia con seimila fanti e cavalieri 
inglesi, fornito di abbondanti artiglierie di ma- 
rina, ajutalo dalle ciurme, scese nel golfo di San- 
t’Eufemia presso a Nicastro, e poco innanzi alla 
riva pose il campo fortificato con potenti e co- 
perte batterìe eli cannoni, ed avendo provvisto 
per le avversità di fortuna il ritorno alle navi. Ma 
non moveva per non perdere i vantaggi del luogo, 
e perchè bastava il grido a più concitare quelle 
genti contro i Francesi. 

Il generale Regnicr, comandante nelle Calabrie, 
vedendo il doppio assalto di Siciliani e d’inglesi, 
raccolse i suoi (seimila soldati) e gli accampò in 
Maida, lungi sette miglia dalle tende nemiche, 
in luogo eminente e munito. Ma le genti sollevate 
intorno al campo predavano tuttodì le vettovaglie, 
uccidevano i soldati smarriti, peggioravano le 
condizioni di vita e di sicurezza; e l’oste inglese 
messa su le arene infuocate di quel lito deserto, 
percossa nel giorno da’ raggi cocentissimi del sol 
di luglio, respirando nella notte l’ aure insalubri 
de’ vicini paludi, languiva, infermava, era in 
procinto di abbandonar l’impresa. Quando Re- 
gnier, avido di vendetta, assaltò il campo; egli 
che iu Egitto combattendo contro Steward fu 
sventurato, sperava ristoro di fortuna in Calabria. 


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LIBRO SESTO — 1806 23 

Ordinale le schiere in duelinee, marciò paral- 
lelamente all’ ordine di battaglia degl’inglési, for- 
mati e fermi innanzi al campo, volendo (ei diceva) 
sospingerli nel mare confusamente si che a loro 
mancasse 1 ajuto delle navi. Ma queste, vedendo a 
poca distanza gli assalitori e tollerandone la prime 
offese, smascherarono le batterìe e cominciarono 
fuoco vivissimo di cannoni e archibugi. La prima 
linea liancese fu dalle troppe morti disordinata, 
sì che un sol reggimento, ed era svizzero, perdè 
in pochi istanti mille e tredici soldati. Regnier 
rinnovando la battaglia, comandò il passaggio di 
linea , e che la cavallerìa assaltasse le formidabili 
batterìe ; ma nè queste furono prese, nè la seconda 
pruova fu della prima più avventurosa. In menu 
di due ore le perdite francesi erano così grandi 
che il generale fece suonare a raccolta, e ridusse 
quattromila uomini appena sopra i monti di Ki- 
castroe Tiriolo, serbando il possesso di Catanzaro 
ed aperto il cammino verso Cosenza. D’altra parte 
il generale Steward non inseguì l’esercito fuggi- 
tivo, ma traversando la estrema Calabria, conci- 
tando i popoli, lasciando presidii di luogo in 
luogo, afforzando 1 assedio di Scilla, tornò in 
Messina colla maggior parte delle sue genti, su- 
perbo del secondo trionfo sopra Regnier. 

XV- Le quali cose aggiungevano animo a’ ne- 
mici del governo, ed al governo sdegno e so- 
spetto. Fatta potentissima la Polizia, sursero in 
gran numero spiatori e delatori delle opere e dei 
pensieri altrui, e lo infame mestiero coprendosi 
dell amore e zelo di patria seduceva per fin gli 
onesti^ come nella opposta parte le immunità elei 


% 




24 LIBRO SESTO — 1806 

brigantaggio si onoravano del nome di fedeltà 
per lo antico re. E così vizi e delitti, prendendo 
della virtù il linguaggio e l’aspetto, divenivano 
irreparabili, ed erano, come che turpissimi, dalle 
proprie sètte ammirati. 

Piene le prigioni di colpevoli e d’infelici, le 
commissioni militari non bastavano al tristo uffi- 
zio di giudicarli; le morti per condanne o co- 
mando non erano numerate nè numerabili; i 
modi del giustiziare varii , nuovi, terribili; e quasi 
non bastassero l’archibugio, la mannaia, il cape- 
stro, in Monteleone, città capo di provincia, fu 
appeso al muro uomo vivente e fatto morire la- 
pidato dal popolo; ed in Lagonegro, non piccola 
città di Basilicata, io viddiun misero conficcato al 
palo con barbarie ottomana. Non erano prescritte 
dal governo quelle morti, ma tra gli abusi d’ im- 
pero e la estrema servitù de vinti, il giudizio e la 
fantasia degli agenti regii avevano potenza di 
legge. E difatti quel martirio di palo fu coman- 
dato da un colonnello francese ch’era stato in 
Turchia viaggiatore o prigioniero. 

Facendo pericolo il gran numero de’ carcerati, 
che spesso rompendo le catene uscivano feroci 
ed animati da vendetta e disperazione, la Polizia 
se ne sgravava in due modi: o col pretesto di tra- 
durli ad altro carcere, facendoli uccidere tra via; 

0 mandandogli prigioni in Compiano, Fenestrel- 
le ed altre più remote fortezze della Francia. Al 
primo modo immolaronsi i più oscuri, al secondo 

1 più diffamali, come Dueccc, Brandi, Palmieri, 
e parecchi altri. 11 popolo per questi si allegrava; 

appresso crescendo l’arbitrio, rele 


ma poco appresso 


legan- 


libro sèsto — tsoe 25 

dosi i meno tristi, i meno rei, poi gl’innocenti, 
la stolta pubblica gioia si cambiò in terrore. 

Ma ristoriamo 1 animo col racconto (li savie 
leggi e di benefiche instituzioni; dovendo spesso, 
a mio mal grado, ritornare al subbietto del bri- 
gantaggio, che, spento non prima dell’anno 1810, 
lordò tutto il regno di Giuseppe, e non poca parte 
del regno di Gioacchino. 

CAPO TERZO 

. - r • - 

Riordinamento del ministero e delle amministrazioni. > 
Nuove discordie civili. Fatti di guerra. 

• ' ' . - ■ . . , 

XVI. Furono riordinati i ministeri: quello degli 
affari stranieri, inutile finché durano i moti della 
conquista, fu indi a poco affidato al marchese del 
Gallo pur ora ambasciatore del re Ferdinando 
presso l’imperatore de’ Francesi. 11 qual rapido 


potenza, da falli dell antico re, da segni di telici ta 
che trasparivano in quel nuovo stato, dal proprio 
comodo e della incostanza del secolo. Il mini- 
stero dell’interno ebbe carico di quella parte di 
economia civile che racchiude l’amministrazio- 
ne delle comunità e delle province, le arti, le 
scienze, le fondazioni di pietà ed utilità pubblica. 
Dipoi, regolate con nuove leggi le amministra- 
zioni, fu meglio il regno diriso in province, di- 
stretti e comunità: un capo amministratore, ehe 
chiamarono intendente (abolito il prèside), atten- 
deva alla provincia, il sotto-intendente al distretto. 


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26 LIBBO SESTO — 1806 

il sindaco al municipio. Un consiglio comunale, 
detto Deeurionato, fissava i bisogni, le spese, le 
entrate; eleggeva gl’ impiegati municipali durabili 
un anno; vegliava cbe non mancassero a’ loro de- 
biti; li giudicava dopo l’ uffizio. Questa rappresen- 
tanza della comunità componevasi, secondo il 
numero degli abitanti, di dicci a trenta, scelti a 
sorte fra i possidenti, di età maggiore di ventun 
anni, rinnovandone in ogni anno la quarta parte. 

Ciò cbe il Deeurionato .per la comunità, era il 
consiglio distrettuale per il distretto, il provin- 
ciale per la provincia : dieci membri componeva- 
no il primo, venti il secondo; gli uni e gli altri 
proposti in maggior numero da’ decurionati tra i 
possidenti del distretto e della provincia, ed eletti 
dal re, cbe vi aggiungeva un presidente preso 
fra i più ricchi e nobili del regno. Quei consigli 
adunati in ogni anno, il distrettuale per quindici 

f iorni, il provinciale per venti, giudicavano i conti 
el sotto-intendente e dell’intendente, distribui- 
vano le imposte regie fra distretti e cornimi, si 
richiamavano de’ mali pubblici, e poi palesando 
i possibili miglioramenti, le speranze e i voti dei 
popoli, inferivano direttamente al governo. L’in- 
tendente, maggiore di tutti nella provincia, era 
negli ultimi giorni dell’anno sindacato da’ suoi 
soggetti, e censurato se manchevole, ed accusato 
se ingiusto, vicenda in cui risiede la civil libertà. 

XVII. Concentrate nell’autorità del governo le 
amministrazioni delle province, dovea darsi un 
consiglio allo stalo, e fu dato. Era composto di 
treniasei consiglieri, un segretario, otto relatori, 
un numero indefinito di auditori, un vice-presi- 


LIBRO SESTO — 1806 27 

dente , un presidente, il re: dava sopra ogni legge 
parere segreto per giuramento e statuto. Chi guar- 
dasse alle condizioni di quel consiglio lo direbbe 

S arte della potestà regia ; e chi alle occorrenze 
e’ tempi, instituzione libera e popolare. Senato 
al certo consultivo, ma in presenza del re, a rin- 
contro de’ ministri, di opposizione o almeno di 
ritegno al voler cieco del potere. Il re ne creava 
i membri; ma re nuovo dovea sceglierli fra i me- 
ritevoli, che erano gli onesti per fama e i sapienti. 
Segreto il voto; ma poiché cinquanta i presenti, 
non mancava il benefizio della pubblicità, che 
non risiede negli usci spalancati alla plebe, ma 
nel giudizio sempre retto delle moltitudini e quin- 
di nel bisogno, per trarre dal discorso laude e 
consentimento* del dir vero e giusto. 

Ed ol tracio (il nostro orgoglio non se ne of- 
fenda) non eravamo allora bastanti a più libere 
instituzioni; cbè si vogliono costume non leggi 
per far libero un popolo; nè la libertà procede 
per salti di rivoluzione, ma per gradi di civiltà; 
ed è saggio il legislatore che spiana il cammino 
a’ progressi, non quegli che spinge la società verso 
un bene ideale, cui non sono eguali le concezioni 
della mente, i desiderii del cuore, gli abiti della 
vita. Confessiamolo e speriamo; poco si addice e 
poco basta a noi molti Italiani, troppo civili o non 
civili abbastanza per le imprese di libertà. 

L’orditura del sistema amministrativo che ho 
descritto jera imitata dalle più libere umane as- 
sociazioni, la Grecia, Roma repubblica, Roma 
impero sotto Nerva e Trajano. Dipoi Costantino 
per avarizia e stoltezza tolse alle comunità l’eco- 


■w 




28 LIBRO SESTO — I80G 

nomia di sè slesse; e suo figlio sparli i beni co- 
muni tra’l fisco c’1 clero. Riparò Giuliano a quelle 
ingiustizie, Yalentiniano le ravvivò, Teodosio le 
spense di nuovo: la libertà dell’amministrazione 
camminava con le libertà politiche. In Francia, 
in Alemagna, in Inghilterra, in Italia, i comuni 
ritornarono liberi nell' undicesimo secolo : Napoli 
molto innanzi aveva un consiglio municipale. Ma 
la mortifera pianta della feudalità coprì il mondo, 
ogni libertà fu distrutta; il rialzarsi di qualche 
città, la benignità di qualche principe, erano ec- 
cezioni alle regole di servitù, breve respiro nella 
vita de’ popoli. 

LTnghillerra, prima in Europa, dipoi a nostri 
tempi la Francia, con l’acquisto delle libertà po- 
litiche resero l’amministrazione a’ comuni. La Co- 
stituente francese fece ancor troppo, dando alle 
libertà municipali tante soperchie guarentigie che 
le furono catene; ed isprecando per i bisogni e i 
disordini della rivoluzione i beni delle comunità. 
Succedè F Impero : Buonaparle volendo prospera 
la F rancia le dava giovevoli instituzioni, ma coi 
modi del dispotismo; perocché questo è il difetto 
( se pur difetto ) delle menti eccelse. Alle troppe 
regole della Costituente unito il troppo vigor del- 
F Impero, sursero ordinanze severe, severamente 
osservate : minacciato il consiglierò clic rifiutasse 
di sedere a’ consigli, sospetto il cittadino che ri- 
nunziasse alcuna carica del comune, tutti gli uf- 
fizi i di libertà esercitati con pazienza servile; la 
bontà del sistema scomparve. Si aggiunse che ad- 
dossando alcune spese del tesoro pubblico al pa- 
trimonio delle comunità, F amministrazione, di- 

/ 




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LIBRO SESTO — 180G • 29 

venuta fiscale, scambiò l’indole; i dazi comunali 
non più si pagavano cpietamente come lo spen- 
dere per la famiglia, ma di mal cuore cornei tri- 
buti «el fisco. Tal quale era Y amministrazione in 
Francia fu trapiantata nel reame di Napoli. 

XVIII. Ed in quel tempo istesso altro giovamento 
si fece al Regno, componendo le guardie provin- 
ciali nelle provincie, le civiche nelle città, e dando 
a’ cittadini armi e potere. Per ogni provincia una 
legione divisa per distretti e comunità; nella sola 
città di Napoli sei reggimenti; il servizio gratuito 
a sostegno degli ordini interni; legionari i possi- 
denti di beni, o d’industrie, o d’ impieghi; la 
sceltaloro dalle autoritàmunicfpali, la dipendenza 
dalle civili, la nomina dal re. Furono queste le 
basi della milizia interna, forza de’ governi che 
hanno co’ popoli interessi comuni, pericolo dei 
contrarii. 

Ma l’ avversione de’ Napoletani alle armi, il so- 
spetto che dalle milizie civili si coscrivesse 1 eser- 
cito, i pericoli del servire attesoché i briganti 
erano molti ed audaci, ed infine il non aver ben 
sentito il genio salutare di quella instiluzione, fu- 
rono cagioni di popolare scontentezza e ritegno. 
Restò la legge rotta di effetto; ma di poi migliore 
senno e’1 bisogno di opporsi a’ guasti sempremai 
crescenti del brigantaggio poterono più del co- 
mando; e a poco a poco quelle milizie forma vansi, 
benché deboli e disperse, essendo riserbato al 
succedente regno d’ingrandire e compiere opera 
tanto generosa e cittadina. Le menti più sagge 
godevano al vedere il vincitore armare i vinti, e 
1 amor di conquista confondere con l’amor di 
patria. 


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30 - * LIBRO SESTO — 1800 

XIX. Vasta pianura, una volta fondo del mare, 
quindi alzata per chiare e terre scese da’ monti 
con lo scorrere de’ torrenti, abbandonata perciò 
dalle acque marine, e col passar de’ secoli coperta 
d’alberi e di città , è ciuella parte di Capitanata cbe 
chiamano Tavoliere; lunga settanta miglia, varia- 
mente larga. Il clima vi è temperato, e l’erba e 
l’acqua abbondante, sì cbe nel verno le minute 
greggi trovano pastura nel Tavolierecome in estate 
su i monti. 

Sin da remotissimo tempo, cbe sarebbe fuggito 
dalla memoria degli uomini se Yarrone noi ricor- 
dasse ne libri suoi, quel terreno, destinato a pa- 
scolo, produceva ricco tributo allo stato. Col va- 
riar de regni andò parte d’esso venduta o data 
in dono nel dominio de’ baroni e de’ preti; ma 
nel XV secolo Alfonso I di Aragona la richiamò 
al fisco per contratti perpetui, e così le cose re- 
starono sino a noi. Erano i pascoli naturali, va- 

f anti le greggi, gravi le taglie, ingannevoli i modi 
e’ tributari e della finanza; e sì che facea mara- 
viglia vedere la pastorizia di barbara nascente so- 
cietà serbarsi fino a’ nostri tempi; e le pratiche 
de’ pubblicani aver rigore al XIX secolo , nella 
patria, e non ha guari sotto gli occhi del Palmieri, 
del Galiani, del Filangieri espositori più volte , 
non mai graditi, de’ mali del Tavoliere e de’ri- 
mediL 

Una legge di Giuseppe diede a censo perpetuo 
quelle terre, preferendo i Locali (così chiamavano 
gli antichi fittaiuoli); ma vietando i troppo grandi 
acquisti, sciogliendo le servitù, facendo libere le 
proprietà, rivocando la dogana, la doganella, i 


LIBRO SESTO — 1806 31 

cavallari, 1 guardiani; vincoli antichi e danni con- 
tinui di quella industria. E così, divenuti padroni 
i censuari, ristretti i pascoli a’ soli bisogni, col- 
tivate le residue terre a piante fruttifere, intro- 
dotta, per la via certa degl’ interessi, la coltiva- 
zione de’ prati, arricchì la finanza, prosperò l’a- 
gricoltura, migliorarono le sorti de’ pastori, le 
condizioni delle greggi: e nel tempo stesso per 
gratuite concessioni di non pochi terreni a’ più 
miseri cittadini, la povertà fu sollevata, e sursero 
novelli possidenti; prudenza di governo nuovo e 
pubblica utilità dove ancora rozze sono le indu- 
strie. 

XX. Mentre buone leggi promettevano al regno 
futura felicità, molti mali presentilo affliggevano. 
Il generai Regnier, vinto in Santa Eufemia, tra- 
vagliatosopraimonti di T irido, sentendo la prima 
Calabria sollevata in armi, raccolse le schiere in 
Cosenza, ed unendole alle altre poche del generai 
Verdier, proseguì lentamente a ritirarsi verso Ba- 
silicata. Così Amantea. guardata da’Borboniani, fu 
liberata di assedio; Scilla, che i Borboniani asse- 
diavano, più stretta e disperata di ajuto; Cotrone 
ceduto agli Anglo-Siculi; tutte le Calabrie perdute 
da’ Francesi. Per lo esempio e fortuna de’ Cala- 
bresi incitati a guerra, ipopoli delle altre provin- 
ce, la Basilicata, i due Principati e Molise formi- 
cavano di bande borboniche; la Terra di Lavoro 
era sommossa da Fra Diavolo, gli Abruzzi dal 
Piccioli, le Puglie dalle navi nemiche scorrenti 
l’Ionio e l’Adriatico; la stessa Napoli tollerava 
gli oltraggi delle artiglierie di mare siciliane ed 
inglesi. . • ' 


32 LIBRO SESTO — 1 80(5 

Le congiure continue: molti ufGziali , <lopo 
giurata fede a Giuseppe, disertando in vani modi, < 
accrescevano le forze del nemico in Gaeta ed al- 
trove; le pratiche col governatore di Capri e col 
principe di Canosa erano attivissime; il magistrato 
Vecchioni, consigliere distalo di Giuseppe, con- 
spirava con altri tristi a rovina del governo; so- 
pra di un tal Gueriglia, capo di briganti fatto pri- 
gione, fu trovato un foglio che diceva: « Farete 
,, sollevare nel regno di Napoli tutti i vostri par- 
,5 tigiani, ecciterete il paese a tumulto, segnerete 
„ le case da bruciare, i ribelli da uccidere ». Ed 
il foglio era firmato (incredibile a dirsi) da Sidney 
Smith. Come dall'altra parte gli amici del governo 
e ministri della polizia, più vigili e audaci, oppri- 
mevano i Borboniani; e dal vicendevole sdegno 
derivavano molte morti per condanne o vendette, 
utili e cieche, a danno di nocivi e d innocenti. 

E l’esercito francese di giorno m giorno me- 
nomava, più per travagli che per ferro; avvegna- 
ché l’eccessivo calore della estate, 1 aer mal sano, 
il vivere disordinato, erano cagione di malattie e 
mortalità. Così nell’Europa moderna vedendo co- 
me i popoli possano far guerra agli eserciti ordi- 
nati, la Spagna ed altre genti imitarono 1 esem- 
pio; e sebbene fin d’oggi a sostegno di servitù e 
di errori, verri tempo che gl imparati modi sa- 
ranno usati per migliori cause Era giunto a tale 
lo stato dell’esercito che nel Consiglio del re tu 
posto ad esame, se ormai bisognasse adunar e 
schiere in luogo munito degli Abruzzi, ed aspe - 
ar soccorso dalla Francia o dal tempo. U re pie- 
gando al più debole partito. Saliceti al piu forte. 


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LIBRO SESTO — 1806 33 

fu deciso die doppiando mezzi e fatiche di guerra 
si accelerasse la resa di Gaeta ;. onde valersi nelle 
ribellate province di quattordici mila soldati, op- 
pugnatori di quella fortezza, e che subitovifusse 
spedito il maresciallo Massena, del quale la fama 
e r ingegno apportassero ajuto ed animo a’ suoi, 
danno e sgomento al nemico. 

XXI. Altro ajuto benché lontano avevano gli 
assediatori di Gaeta. 11 forte di Scilla, come ho 
detto innanzi, presidiato da Francesi, stringevano 
Inglesi e Siciliani a’ quali era prescritto di recarsi 
(reso appena il forte) in Gaeta, per accrescerne 
la guarnigione; ma Scilla faceva mirabile resi- 
stenza. Piccolo castello, un dì palagio baronale, 
fortificato in varii tempi e modi, con poche arti- 
glierie, duecento uomini di presidio, e non avendo 
altra maggiore difesa che il luogo, punto sino al- 
lora ignoto nella storia dell’ armi, contribuì alle 
fortune dell’ esercito e del conquisto francese. Da 
che apprendano i militari a non giudicar lieve 
della importanza de’ luoghi forti; e figgere in 
mente essere una la legge, uno il debito degli 
assediati: non cedere che alla estremità di forza 
o di fame. Ma quel castello alfin cadde il dì 1 6 di 
luglio del 1806, perchè fu aperta con le mine 
dagli assalitori larghissima breccia ne’ muri, quan- 
do già nello interno erano i presidii menomati, 
scarso il vivere, esauste le fonti. Eppure i patti . 
della resa onorarono i vinti, così esigendo valor 
di guerra; nè il cadere di Scilla giovò a’ Borbonici 
di Gaeta perchè tardo. 

Gaeta si arrese a’i8 dello stesso luglio. Qual 
fosse per opere quella fortezza, ho già riferito 
Colletta, T. III. A 3 


34 LIBRO SESTO — 1806 

nel primo libro narrando l'assedio del 1734; ma 
negli anni che succederono sino al trattato di 
Aix-la-Chapelle, e fra i timori di guerra sotto il 
regno di Ferdinando, restaurati ed accresciuti gli 
antichi baluardi, era nel 1806 cerchiata da due 
muri, e più innanzi da un fossato e da due cam- 
mini coperti. Le opere sia condizione del luogo, 
sia difetto d’ingegno, non sono tracciatea regola 
d’arte, lo che nuoce o giova alle difese secondo 
che gli assediatol i sono in guerra dotti o inesperti. 
Amore delle armi proprie mi spingerebbe a de- 
scrivere tutte le particolarità di quella impresa, 
ma istorica temperanza vuol che io discorra le 
sole cose memorabili. 

Cominciò l’investimento in febbraio a modo 
di blocco, mancando agli assalitori le grosse ar- 
tiglierìe e gli altri attrezzi necessari au assedio. 
AJ finire di maggio, preparati i cannoni, alzate 
alcune batterìe a Montesecco, aperta la tripeiera 
e prolungati i rami verso i due mari dell’istmo, 
si formula prima parallela, ed essendo quel suolo 
di duro sasso calcare, nudo di terreno e di pian- 
te, gli assediatori trasportavano da lontano le 
terre, e provvedevano lascine e gabbioni dal bo- 
sco di Fondi, il più vicino, sebbene a dodici 
miglia dal campo. Anche più gravi sarieno state 
le fatiche degli assediatori se non avessero tolto 
e travi ed altri legni diroccando case e chiese 
del vicino sobborgo, già abitato da novemila ma- 
rinai ed industriosi, desertato al cominciar del- 
l’assedio, ed indi a poco ripopolato di abitatori, 
i quali per amore del patrio suolo tornavano vo- 
lontari, benché sotto a pericoli della guerra ed 
alle licenze de’ due eserciti. 


LIBRO SESTO — 1806 33 

Le trincee avanzavano, ed al tempo stesso altre 
opere si ergevano sopra i due lidi per tener lon- 
tane le navi nemiche o le schiere che sbarcar 
volessero dietro al campo; per lo che i Francesi, 
assalitori ed assaliti, sostenevano della doppia 
guerra gli onori e le fatiche. Più volte le navi 
siciliane ed inglesi, venute a battaglia, furono 
con onta e danno respinte, combattendo per la 
j>arte francese dodici barche napoletane. 1 baluar- 
di della fortezza tiravano dì e notte, sì che furono 
numerati in ventiquattro ore duemila colpi, sen- 
z’ apportarci alcun danno. 

Ma dagli assediatori nessun colpo partiva, so- 
lamente intesi a stringere la fortezza. Si stava, al 
finire di giugno, sul fossato, dirigendo le opere 
a’ luoghi dove aprir Breccia eh’ erano due: la cit- 
tadella (così chiamata impropriamente una grossa 
torre), ed il bastione della breccia che ricorda 
col nome le offese di altro assedio. Al primo lu- 
glio impreso il trasporto delle artiglierie; a’ 6 tutte 
le batterìe munite di ottanta cannoni di grosso 
calibro e mortari; a’ 7 spuntando il giorno, dato 
il segno, scoppiarono ad un punto i preparati 
fuochi, romor terribile dopo lungo silenzio agli 
assediati, che recandosi a’ bastioni risposero con 
maggior numero di offese, avendo artiglierìe più 
abbondanti. In dieci giorni di continuo percuo- 
tere erano fatte alla cittadella le brecce, abbiso- 
gnandone due per uno ingresso; ma la breccia 
al bastione, di più saldi muri, non era compiuta, 
e perciò aggiugnendo altri cannoni si speravano 
ambe le entrate, per la sera del 19, aperte e facili. 

XXII. Benché gli assalti fussero preparati per 




* * ■ ■ ■ 


I 


36 ' LIBRO SESTO — 1806 

la mattina del 20, i Francesi a’ primi albóri del 
x8, formate la schiere a colonna, simularono quel 
moto che nel campo suol precedere il punto di 
montar la breccia. E gli assediati, viste aperte le 
mura ed in pronto il nemico di assaltarle, diman- 
darono patti di resa; ma non cosi certamente se 
il prode Pliilipstadt era nella fortezza; impercioc- 
ché il colonnello Storz, che dopo la mortai ferita 
del primo ne faceva le veci, animoso anch'egli e 
risoluto alla guerra, aveva debole autorità di se- 
condo, e comandava per consigli, male estremo 
degli assedii. Fu concordato in quel giorno istesso 
rendere Gaeta a’ Francesi ed imbarcare la guer- 
nigione per Sicilia, prima giurando di non com- 
battere contro la' Francia ed i suoi confederati 
per un anno ed un giorno. Erano i prigioni tre- 
mila e quattrocento, alcune altre cenlinaja rima- 
sero con gli stessi patti agli ospedali; altri per 
via di mare fuggirono liberi; ed altri, infedeli o 
incostanti, si diedero nascostamente al vincitore. 

Al giorno delle prime offese, 7 luglio, monta- 
vano gli assediati intorno a settemila, metà degli 
assediatori; bordeggiavano in giro alla fortezza o 
stavano ancorati nel porto quattro vascelli inglesi, 
sei fregate, trenta cannoniere o bombarde, alcune 
navi da trasporto. In tutto l’assedio la fortezza 
tirò centomila palle o bombe, e l’altra parte qua- 
rantamila. Furono morti o feriti novecento Bor- 
boniani, mille e cento Francesi: tra Borboniani 
ferito nel capo il principe Pliilipstadt; tra Fran- 
cesi il generai Yallongue colpito da scheggia di 
bomba, cessò di vivere al terzo giorno; ed il ge- 
nerai Grigny con miglior fortuna mozzato del - 


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LIBRO SESTO — 1806 37 

capo da una palla da sedici. Degli altri, prodi 
ancor essi, sono i nomi oscuri ed inonorati. 

XXni. L’esercito di Gaeta, dopo breve riposo, 
sotto il comando dello stesso Massena, andò nelle 
ribellate Calabrie, bandite dal governo in istato 
di guerra) cessando in quelle province 1 impero 
delle leggi, l’autorità de’ magistrati, le forme, i 
giudizi, gli usi civili, si commettevano le facoltà, 
la libertà /la .vita de' Calabresi al volere del solo 
uomo che reggeva l’esercito. Minaccia e pericoli 
così grandi non impaurirono qaielle genti che in 
gran numero adunate in Lauria, sostenute dal 
genio degli abitanti, e tenendo ritirata sicura su 
gli alpestri monti del Gaudo, s’imboscarono in- 
nanzi alla città; ed all apparire della prima schiera 
francese, sollecita per troppo sdegno, si palesaro- 
no innanzi tempo per colpi diarchibugio. Indi sbi- 
gottendo fuggirono, ed a quello aspetto di timore 
gli abitanti della città (fuorché gf inabili all’ an- 
dare, vecchi, infermi, fanciulli) seguirono la fuga. 
Lauria, meno a castigo che per primo esempio, 
fu messa a sacco ed arsa dal vincitore, sì che 
bruciarono con le case alcuni de’ rimasti abitanti 
deboli ed innocenti. L’esercito avanzò, e fatte 
caute le altre città, accoglievano il vincitore con 
segni di amicizia e di allegrezza. Massena dopo 
aver cinto di assedio Amantea e Cotrone, giunto 
a Palme si arrestò) perchè in quell* ultima Cala- 
bria erano forti i luoghi e guardati da molti di- 
fensori, con animo fermato ad estremo combat- 
tere. Le terre che i Francesi tenevano, obbedivano 
a Giuseppe, quelle che gl’inglesi o Siciliani, a 
Ferdinando) le non occupate dagli eserciti sog- 




LIBRO SESTO — 1806 


giacevano alla fortuna delle civili fazioni: cosi 
die in quelle provincie si vedevano molte morti, 
nessuna battaglia , i danni della guerra non la 
gloria. . ' ‘ . 

I due castelli assediati oederono al fine con 


sorte diversa de’ presidii, ma gloria eguale; Aman- 
tea è città di Calabria di duemilacinquecento abi- 


tea è città di Calabria di duemilacinquecento abi- 
tatori, fondata quasi su la marina del Tirreno, 
sopra un gran sasso già scoglio; la. chiudono da 
tre lati le rupi, e dal quarto un vecchio muro 
fra due deboli bastioni; pochi soldati la guarda- 
vano e molli Borboniani, gli uni e gli altri sotto 
il governo del colonnello Mirabelli, nato in quella 
città, ricco, nobile, usato all’armi ed alfonore; 
tre cannoni di ferro munivano i baluardi, le mu- 
nizioni e le vettovaglie bastavano, T animo ridon- 
dava. Il generai Verdier con tremiladuecenlo sol- 
dati, artiglierìe ed attrezzi, andò ad assaltarla; e 
quindi cinta quella fronte del castello che è verso 
la campagna, alzata una batteria di cannoni e di 


obici, agli albóri del giorno, per segno convenuto, 
avanzarono a corsa con le scalei soldati più prodi, 

1 P 111 1*1 1 11 » !• !• 


ma la forza del luogo ed il valore del presidio li 
respinse, sicché scemati ritornarono ai campi. 
Altre offese, albi assalti, altre minacce andate a 
vuoto, il generale sperò di entrare in Amantea 
per il lato meno guardato, perchè creduto inac- 
cessibile. In una notte lunga e foscadel dicembre, 
piccolo drappello di sette uomini, de’ quali primo 


u più destro , rampicandosi fra sassi che separano 
dal mare la città, tanto oltre avanzò che sentiva 


dal mare la città, tanto oltre avanzò che sentiva 
il parlare delle ascolte nemiche, mentre colonna 
più numerosa con funi e scale tacitamente seguiva 


U 


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LIBRO SESTO — 1807 39 

le segnate tracce, ed altre schiere gridando e spa- 
rando attaccavano il muro bastionato per diver- 
tire i difensori dal vero assalto. Ma per voce infan- 
tile che dalla fronte di mare grida i Francesi, ac- 
corrono le guardie, tirano sassi cd arcliibugiate 
verso il luogo che il fanciullo indicava ; è colpito 
un de’ sette e muore; altri della colonna maggiore 
sono feriti; ma nessuno si lagna per non disco- 
prile la impresa. Si rassicurava per quel silenzio 
il presidio, scemavano i colpi, udivasi un Cala- 
brese rimprocciare il fanciullo dell’ affermare osti- 
nato di aver visto e inteso i nemici, quando un 
obice del campo scoppiò in aria, e con la luce 
palesò gli assalitori. Mille offese ad un punto par- 
tirono da’ vicini ripari, molti de Francesi furono 
morti, si arrestarono gli altri e si raccolsero nei 
campi. 11 generale poi che vide non bastar le sor- 
prese, non gl’inganni, non le forze, levato l’as- 
sedio, ritornò doglioso ed assetato di vendetta in 
Cosenza. 

Ma finito il dicembre, egli più forte, meglio 
provvisto di macchine ritornò agli assalti, con- 
duccndo dalle sue parti il colonnello Amato, pur 
cittadino diAmantea, congiunto e da fanciullezza 
compagno ed amico al Mirabelli; al quale giun- 
gendo al campo amorevolmente scrisse, e questi 
amorevolmente rispose, l’un l’altro tentandosi, 
1 Amato con esaltare l’ amor di patria, il Mirabelli 
la virtù della fede, ed in entrambi prevalendo 
l’onore durarono nemici no, ma contrarii. Si alza- 
rono intanto parecchie batterie contro il castello, 
e dopo alcuni giorni di fuoco, aperta la breccia, 
fu ben quattro volte assaltala e difesa. Cangiò 


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40 LIBRO SESTO — 1807 

modo all'assedio: avanzando sotterra fu minato 
un bastione che allo scoppio rovinò; e quando 
pareva certa la vittoria perchè inevitabile la en- 
trata, fu visto che altre fortificazioni novellamente 
costrutte impedivano il passaggio. Più vicina la 
guerra, fu più mortale; ora V arte degli assediatoci 
prevaleva al valor disperalo degli assediati, e or 
questo a quella. Ma soprastava la fame a Calabresi, 
e sol per essa il piccolo castello diÀmantea, mu- 
nito eli tre rosi cannoni, difeso d^ inesperti par- 
tigiani, assalito da fortissime schiere con le mi* 
gliori arti di guerra, dopo quaranta giorni di 
assedio (senza tener conto del primo assalto) a 
patti onorevoli si arrese. 1 presidii tornarono in 
Sicilia come prigioni per un anno ed un giorno. 

Ma i difensori di Cotrone andarono liberi. 

Erano partigiani, per le colpe antiche malvagi, 
per le presenti tristissimi. Consumate affatto le 
vettovaglie, non volendo arrendersi perchè ri- 
cordavano le mancate fedi de’ Francesi a briganti, 
non sapendo per segni dimandar soccorso aduna 
fregata inglese che a vista della cittadella bordeg- 
giava; tre più arditi, prima che il giorno spun- 
tasse, nudi e taciti uscirono dalle mura, ed arri- 
vati al fiume che lambisce una fronte della città, 
povero d’acque, ma in quella notte per piogge 
copioso, s’immersero nell’ onde, incurvaronsi, e 
benché le ascolte francesi guernissero le rive, 
giunsero inavvertiti alla foce. Distesi a nuoto nel 
mare e scoperti da’ soldati nemici, uno di archihu- 
giata fu morto, il secondo ferito, il terzo giugne, . 

narra al capitano del legno lo stalo misero degli 
assediati e u disegno di fuga. Rendono al castello 


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( 


LIBRO SESTO — 1807 M 

i convenuti segnali; e nblla succedente notte, su 
la fregata avvicinatasi al lido, la guernigione 
uscendo dalla porta meno guernita, sorprendendo 
gli assediatori e combattendo, perviene ad imbar- 
carsi. I Francesi nel seguente giorno occuparono 
il castello vuoto di guàrdie. Ne’ casi del brigan- 
taggio* narrali dalla fama più che dalle istorie, 
ho trovato registrato il fatto non il nome dell’ in- 
trepido nuotatore. 

XXIV. Così nelle Calabrie. Frattanto in Napoli 
si ordinava la finanza, si migliorava la istruzione 
pubblica, si aboliva la feudalità, si scioglievano i 
fede-commessi, si spartivano i beni del demanio 
comune, si davano a giudizi criminali libere for- 
me: molti beni si facevano. Delle tpiali cose ra- 
gionerò partitamen te, conlegandole, comelio fatto 
sin ora, alle ribellioni, alle congiure, agli eccessi 
delle fazioni, alle asprezze della Polizia, alle cru- 
deltà decapi militari, alle licenze dell’esercito; 
onde il lettore di questi scritti veda uniti nel re- 
gno di Giuseppe grandi beni a grandi mali, gli 
uni futuri e di mente, gli altri presenti e di fatto; 
e così discuopra perchè tra Napoletani i sapienti • 
secondavano il conquistatore, e gl imperitilo com- 
battevano. Dirò tempi di altro regno, in cui, da 
tutti sentite le più civili «istituzioni, ebbe il po- 
polo animo e moto comune. 

S impose tributo su i poderi rustici ed urbani, 
detto fondiaria; abolite le antiche contribuzioni 
dirette (erano ventitré), ineguali ed assurde. La 
fondiaria toccava ogni rendita di beni stabili, ri- 
vocando gli usali favori alle terre regie, feudali, 
ecclesiastiche, o le*maggiori gravezze ad alcune 


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42 LIBRO SESTO — 1807 

provincie o comunità; legge uguale, senza ingiu- 
rie o privilegi, traeva a prò dello stato la quinta 
parte delle entrate disgravate di pesi. E poiché 
imponeva sette milioni di ducati, era creduta la 
entrata generale di trentaeinque milioni, minore 
del vero in quel tempo, ma non è debito della 
storia il dimostrarlo. 

Senza catasto, censo, o statistica, per dividere 
il peso fra tributari si ebbe ricorso a ripieghi 
e compensi con fraudi ed errori innumerevoli. Un 
catasto amministrativo cominciato nel 1806 ter- 
minò (più per lassezza degli operatori che per 
compimento dell’ opera) nel 1810; e però con poco 
più di tempo e di spèsa componevasi il catasto 
geometrico che a noi manca, e qui lo dico a ver- 

E a e stimolo della civiltà napoletana. Quel tri- 
in sè grave, i disordini nel ripartirlo, il ri- 
gore all’ esigere, furono scontentezze che dipoi 
scemarono per lo accresciuto prezzo delle grana- 
glie e il celere passaggio di mano in mano dei 
beni stabili. 

Gli arrendameli ritornarono alla finanza: 
. chiarite le ragioni degli assegnatari, e scritte in 
un libro, detto Gran-Libro de’ Creditori dello 
Stato; si diede ad ognuno di loro una cedola di- 
notante il credito, guarentita della finanza pub- 
blica, trafficabile, fruttifera dal 4 p er 100, poi- 
ridotta al 3. Al Gran Libro si assegnarono per 
ipoteca dieci milioni di beni stabili, venuti dai 
disciolti conventi; e però le cedole, accomunate ai 
destini di non ben saldo governo , discesero a vi- 
lezza, e la serbarono lungo tempo, benché con 
esse si comprassero i beni ipotecati; trovandosi 


LIBRO SESTO — 1807 43 

esposti le compre al doppio pericolo della fortuna 
eli uno stato nuovo, e delle sorti avvenire del pa- 
pato. Eppure gli avidi e arrischiosi presi dalle 
attrattive di ricchezza conprav ano le terre de frati, 
le case, i conventi, le chiese; e i timidi tenendo 
sicuro e vicino il ritorno dell’ antico re, sdegna- 
vano di chiarire i loro crediti. E tosi per i auda- 
tlacia de’ primi, per la ignavia de’ secondi, il de- 
bito dello stato scemava. 

Fu ribassalo il tributo del sale; ed indi a poco, 
mutandone l'economia, impedito le smercio li- 
bero, distribuito il genere per comunità e fami- 
glie (cinque rotoli all'anno per ogni testa), il 
consumo forzoso indi minore, un dazio giusto 
trasformato in abborrito testatico; ma l’auunini- 
si razione più semplice, meno infida. La finanza 
in quel tempo era logorata da mille fraudi, facili 
per la novità delle leggi, delle imposte, de’ mezzi 
di esigerle; e per*amministratori e pubblicani, la 
più parte Francesi, avidi, a modo di conquista- 
lori superbi, verso tributari inesperti e scontenti. 
Di tulle le taglie pubbliche quella del sale è gra- 
vissima a’ Napoletani, che avendo sale in miniere 
a piccola profondità, sale disciolto in alcuni ru- 
scelli e formato in cristalli ne’ margini, sale ad- 
densato per cocente sole di luglio dalle acque ma- 
rine sopra i lidi, vedono i larghi doni della na- 
turaappropriati da cupidigia finanziera; e poiché 
facile il controbando, così molesta la vigilanza 
che ne’ paesi più meridionali del Regno s’ impe- 
diva di attingere acqua dal mare, perchè esposta 
al sole lascia sale nè vasi. 

Separato il patrimonio regio da quello dello 


M LIBRO SESTO — 1807 

stato, l’uno si affidò al ministro di casa reale, 
l’altro ad un direttor generale* il primo indipen- 
dente se non del re; il secondo circondato di un 
consiglio e soggetto a pubblico sindacato. 11 de- 
manio dello stato per conventi disciolti, beni 
confiscati, vescovadi ed- abazie vacanti, fu ric- 
chissimo; ma qdelle dovizie finché duravano nel- 
l’amministrazione fiscale, erano disperse; come, 
6e davansi a vendita, o a censo, o a dono, si tra- 
smutavano in benefizio pubblico, migliorando i 
possessi per novella industria, fruttando tributi 
alla finanza, creando possidenti nuovi, partecipi 
e fedeli a’ destini del governo. Alienare il patri- 
monio affidato alla Direzione sarebbe stato il più 
saggio pensiero del direttore, ma vanità e privato 
interesse vi si opponevano. 

Simile alla direzione del demanio fu ordinata 
quella de’ dazi-indiretti; e il nome dice quali 
tributi amministrasse. 

Si ridussero a due i già sette banchi della città; 
uno di corte in San Giacomo, l’altro di privali 
nella casa detta de’ Poveri; il primo abbondava ili 
denaro, raccogliendo per ordinanza tutte leentrate 
del fis'co; l'altro scarso o vuoto, dipendendo i de- 
positi da volontà, ed essendo dubbia la fede nel 
governo, c vive nella memoria le passate frodi 
su i banchi 

Poco appresso fu composto il Tesoro Pubblico 
dove con regole di legge si concentravano le en- 
trate ed uscite della finanza, e sì che del patri- 
monio fiscale il Tesoro chiariva ogni credito, ogni 
spesa; il banco accertava il denaro entrato ed 
uscito. 


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LIBRO SESTO — 1807 45 

Così riordinata la finanza pubblica , ogni ren- 
dita si trovò toccata da tributo, ogni peso egual- 
mente distribuito, ogni ramo di. finanza ammini- 
strato, ogni amministrazione soggetta a pubblico 
sindacato, l’erario dello stato rappresentato per 
numeri nel tesoro, serbato in danari nel banco, 
la finanza di Napoli in un sol libro, in un solo 
erario racchiusa. Semplicità maràvigliosa e du- 
rabile. 

XXV. La feudalità traendo origine da conqui- 
sta, monarchia, civiltà mezzana de’ popoli, ed 
indole superba della umana specie, surse e crebbe 
nelle Due Sicilie come nel resto del mondo. Fu 
potente a’ tempi de’ Lombardi e de’ Normanni, ab- 
bassata dagli Svevi, rialzata dagli Angioini, so- 
stenuta (perfino nelle guerre baronali) dagli Ara- 
gonesi, e per sordida avarizia nel lungo tempo 
del viceregno. Carlo incivili i baroni, surrogando 
gli onori ed il fasto di corte alla potenza feudale; 
progredì la civiltà sotto Ferdinando; i diritti in- 
giuriosi alla umanità disusarono per costumi più. 
che per leggi. Ma le industrie privative, i tributi 
feudali sulle terre eie case, i fondi promiscui, non 
poca parte di giurisdizione, altre servitù e soffe- 
renze del popolo si sostenevano. 

Questo largo residuo di feudalità distruggen- 
dosi per legge del 1806, ritornò intera la giuri- 
sdizione alla sovranità, e ne fu dichiarata insepa- 
rabile; tutte le gravezze, tutte le proibizioni feu- 
dali furono rivocate; reso libero l’uso de’ fiumi, 
disciolta la mescolanza delle proprietà, le servitù 
abolite; la nobiltà conservala ne’ titoli, distrutta 
ne’ privilegi, surrogati i nomi al potere* Ma per 


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■ 




46 LIBRO SESTO — 1807 

allora quei benefizi erano precetti non cose; che 
la feudalità, benché scossa ed invecchiata, non 
cadeva alle prime spinte, ed altre ne abbisogna- 
rono forti e molte sotto il regno del successore, 
sì che a dir vero Giuseppe ebbe il merito della 
intrapresa, Gioacchino dell’opera. 

Per altra legge, abolite le sostituzioni fedecom- 
messarie , gli attuali godenti divennero franchi 
padroni delle già vincolate proprietà; i vitalizi 
(assegnamenti a \ila) si convertirono in beni li- 
beri; tulli i legami del possedere si sciolsero; 
grande quantità di terre tornarono commerciabili. 
La legge del re Ferdinando dell’anno 1801 pre- 
scrivente che la dote della donne patrizie (qua- 
lunque fusse la ricchezza della famiglia) non su- 
perasse i ducati quindicimila, oltraggio ed ingiu- 
stizia al sesso ed alla natura, favore a’ primi nati, 
tralcio di feudalità, fu abolita per altra legge'di 
Giuseppe del 1806. Le quali riforme per i fede- 
commessi, le doli, la feudalità, utili certamente 
all’universale de’ cittadini, dannose a’ feudatari ed 
a’ nobili, ex’ano esaminate ed assentite nel consi- 
glio di stato da consiglieri nobili per la maggior 
parte e baroni. Laude ad essi ed argomento al 
mondo della napoletana civiltà. 

XX\ 1. 11 convento della Incoronata in provincia 
di Avellino, in pena di aver dato rifugio a Frà 
Diavolo, fu disciolto, piacendo al governo la one- 
sta occasione di saggiare la opinione comune in 
un’opera legata alle coscienze, e rallegrandosi 
all’ osservare il plauso de’ civili, la indifferenza 
della plebe che già visti altri sfratati nel regno 

Ferdinando, e frati giacobini, frati insangui- 


Ljo a a k ’ . . 


LIBRO SESTO — 1807 47 

nati ne’ rivolgimenti del 99, aveva perduta per 
essi o scemata l’antica riverenza. 11 governo, preso 
animo, disciolse gli ordini numerosi di Sanber- 
nardo e San Benedetto, ed aggiugnendo persua- 
sioni al comando, disse nel preambolo della legge 
die la espulsione de’ frati era voluta dal genio ilei 
secolo e dalla economia dello stato: tutti i con- 
venti parevano soggetti ad una sorte. 

Ma non filosofica nè politica fu l’ idea del go- 
verno, bensì finanziera ed avara; avvegnaché si 
sciolsero i conventi ricchi per goder delle spoglie; 
i poveri e i mendicanti, eh’ era di peso il disfarli, 
duravano; ed assegnando ai già frati tenue sti- 
pendio, coloro, sentito l’ interesse di tornare alle 
antiche case, givano destando nel popolo le asso- 
pite coscienze. Abbisognava alla politica di quel 
tempo disfare per intero gli ordini monastici, 
ridurre ad usi civili gli edifizi e le chiese, dare 
a quel genere avarissimo larga mercede, e larghe 
ma cittadine speranze. Così la invecchiata pianta 

S eriva. Nè è già che rinverda, perchè, di emula 
e’ troni fatta serva, perirà dimenticata come la 
feudalità; ma pure il tronco arido, nudo, nuocerà 
lunga pezza agli ordini della società ed alle dot- 
trine dell’ evangelio. 

Come che imperfetta quell’opera fu giovevole 
allo stato, perocché la finanza tesoreggiò, creb- 
bero i nuovi possidenti, scemò il debito pubblico; 
si donarono edifizi alla istruzione, alla educazio- 
ne, alle case di arti e di pietà; si fornirono le 
chiese, migliorò la condizione de’ curati, ampliar- 
ronsi le biblioteche e i musei; si providde agli 
ospedali e ad altre fondazioni di pubblica utilità. 


48 LIBRO SESTO — 1807 

I tre conventi di Cava, Montecasino e Montever- 
gine aboliti come case religiose, serbati come 
archivi del Regno, erano mantenuti dalla finanza, 
ivi conservandosi i documenti della monarchia e 
della storia delle Sicilie. 

Disciolti i conventi, aboliti i feudi, fu prescritto 
che i demani ecclesiastici, feudali, vegli, comu- 
nali, si dividessero fra cittadini con lieve peso 
di censo francabile, preferendo i poveri, donan- 
do a’ più poveri. Per moto cosi continuo delle 
proprietà la rivoluzione compievasi; chè non per 
nomi o case regnanti gli stati mutano, ma per 
interessi. . • - 

- XXVII. Si composero quattro nuovi tribunali 
e si dissero straordinari perchè restavano cassi 
alla promulgazione de’ codici. In ognuno, otto 
giudici (cinque civili, tre militari) giudicavano 
inappellabilmente i delitti di stato, o contro la 
pubblica sicurezza. Le antiche barbare forme di 
procedura furono abolite; un’autorità locale rac- 
coglieva le prime pruove, altra maggiore compo- 
neva il processo, il pubblico accusatore accusava 
il reo; e da quello istante divenivano di ragion 
pubblica le querele, i documenti, i nomi dei de- 
nunziatori e de’ testimonii. Il processo non istava 
nelle carte scritte, ma nel dibattimento, quando 
r accusatore coll’avvocato, l’accusato co’ testimo- 
nii, alla presenza de’ giudici e del pubblico, di- 
sputavano, e dalle opposte sentenze scaturiva la 
verità e s’imprimeva nella coscienza de’ magistrati 
e del popolo. 

Erano i giudici di numero pari, acciò nella 
parità de’ voti la più mite sentenza prevalesse; si 



LIBRO SESTO — 180G 49 

ammetteva la privata accusa scritta e giurata, ma 
l’accusatore falso era condannato per taglione. 
Tanto lume di verità e di giustizia succeduto alle 
tenebre dell’ antico processo invaghì il popolo 
che, andando alle sale di giustizia come a teatrali 
spettacoli, partecipava a quelle vere scene di 

S ietà o di terrore, sentiva spavento de’ delitti e 
elle pene, imparava le leggi. Gran mezzo di ci- 
viltà, poco minore de’ Giurati, è il dibattimento. 

Da un tribunale straordinario fu giudicato Fra 
Diavolo e dannato a morte. Stava il giudizio nel 
riconoscimento della persona, trovandosi bandito 
nemico pubblico quando correva sconvolgendo 
il Regno. Morì vilmente bestemmiando la regina 
di Sicilia e Sidney Smith, che lo avevano spinto 
a quella impresa. 

Chi fosse questo tristo è nolo da’ precedenti 
libri: ultimamente, inviato da Sicilia nel Regno 
con trecento malfattori tratti dalle galere, sbarcò 
a Sperlonga, campeggiò quelle terre, predò, uc- 
cise, e più danno faceva, se da maggiori forze 
assalito non fusse stato costretto a riparar fra i 
monti e boschi di Lenola. Sempre inseguito, per- 
ditore in ogni scontro e fuggitivo, restò con po- 
chi (gli altri uccisi o prigioni), e per due mesi di 
selva in selva, nella notte più che nel giorno 
vagando, sperò imbarcarsi per la Sicilia. Ma ogni 
via gli era chiusa. Nuovamente incontrato, ferito, 
rimasto solo, persuaso da stanchezza, povertà e 
forse tedio di vita, andò travestito ed inerme a 
prender riposo e comprar balsami nel villaggio 
di Baronissi, dove suscitando alcun sospetto fu 
arrestato e riconoscilo per Frà Diavolo. 

Colletta, T . III. 


4 


50 


LIBRO SESTO — 1800 


Portava in tasca i fogli di Sidney Smith e della 
regina, ne’ eguali e nelle sue risposte dicevasi co- 
lonnello dell esercito di Sicilia, e lo era; ma non 
il grado e il nome diftinisce la qualità del capo, 
bensì 1 uffizio e la schiera. Fra Diavolo, se veniva 
nel Regno con grande o piccolo stuolo di soldati, 
a combattere con regole della milizia, fortunato 
era ammirabile, sventurato e preso era prigione; 
ma Fra Diavolo già assassino, di assassini capo, 
da assassino operando, in qualunque fortuna era 
infame e colpevole. INon si confondano popolo 
armato e brigantaggio, l’uno difenditore de’ suoi 
diritti, libertà, indipendenza, opinioni, desideralo 
governo; l’altro fazione iniqua motrice di guèrre 
civili e di pubblico danno. 

XXVIII. .Migliorato il processo criminale, il go- 
verno, per avanzare i costumi assai più validi a 
scemar delitti che i magistrati e le pene, volse le 
cure alla pubblica istruzione. La prima luce di 
lettere italiane spuntò in terra napolitana dalle 
colonie greche: Zaleuco si disse da Locri, Pità- 
gora da Crotone, Archita era da Tàranto, Alessi 
di Sìbari, ed in altra età Ennio, Cicerone, Sal- 
lustio, Vitruvio, Ovidio, Orazio ebbero i natali 
sotto il nostro cielo. Le lettere morirono; e tempi 
spietati per crudeltà d’imperatori, tumulti di ple- 
be, licenze di esercito, furono seguiti da invasioni 
di barbare genti. Unni, Vàndali, Goti. 11 primo 
che osasse ridestar le dottrine, e sapesse inva- 
ghirne il buon re Teodorico fu Cassiodoro, nato 
in Squillaci, piccola città delle Calabrie, in lui si 
spense la italiana letteratura e restò sepolta per 
lungo tempo sotto il ferreo scettro de’ Lombardi 


LIBRO SESTO — 1806 ’51 

e de’ Saraceni, se non quanto serbava piccolo e 
secreto ricovero in Montecasino. Come poi le let- 
tere rialzassero lo impaurito capo per virtù dei 
re Svevi, cadessero nuovamente per gli Angioini, 
risorgessero negli Aragonesi e fossero oppressi 
nel tanto lungo vicereale governo, non fa mestieri 
che io qui rammenti. Rè a quel che ho detto 
degli antichi tempi mi ha spinto letteraria vanità 

0 amor soperchio di patria, ma desiderio onesto 
di far chiaro il peccato di quei nostri re che 
si adoprarono d’isterilire suolo alle lettere così 
fecondo. 

Relle vicende della napoletana letteratura era 
disuguale la efficacia delle pene o de’ prendi; per- 
ciocché nelle avversità moriva in carcere Gian- 
none, torturavasiCampanella, bruciava vivo Gior- 
dano Bruno, chiudevansi scuole e ginnasi : e nella 
fortuna erano favoriti, a vii modo di cortigiani, 
alcuni dotti, e tollerate per pompa alcune acca- 
demie. Perciò castighi gravi e frequenti, prendi 
cari ed ignobili generavano nelle avversità univer- 
sale ignoranza , e nelle venture pochi egregi uomini 
sopra popolo ignorantissimo; la istruzione non 
era pubblica, non diffondevasi; Tobbielto politico 
si disperdeva. 11 quale errore, attraversando tutti 

1 tempi e le vicissitudini delle lettere italiane, per- 
venne sino a dì nostri nel 1806. 

XXIX. Avvegnaché diverse leggi di quell’anno 
il corrèssero; prescrivendo che ogni città, ogni 
borgo avesse maestri e maestre, per i fanciulli e 
le fanciulle, del leggere, dello scrivere, dell’arte 
de’ numeri c de’ doveri del proprio stato; che 
ogni provincia avesse un collegio per gli uo- 


r A LIBRO SESTO — '1806 

mini, lina casa per le donne ove apprendessero 
alcune scienze primarie e le arti belle e i nobili 
esercizi di colta società; e che nella città capo del 
regno fiorisse la università , per genere ed altezza 
di studii, culmine piramidale della pubblica istru- 
zione. Altre leggi fondarono le scuole speciali: 
una Reale-militare, altra Politecnica, altra delle 
Relle-arti, altra delle Arti e mestieri, altra de’Sordi- 
e-muti, un’accademia di marina, una delle arti 
del disegno, un convitto di chirurgia e medicina, 
un secondo di musica. Alcune delle quali fonda- 
zioni erano nuove, altre migliorate, tutte dotate 
dalla finanza pubblica. 1 seminari, collegi speciali 
de’ preti, furono conservati; e sebbene si divisasse 
riformarli, aspettatasi opportunità di tempo; non 
volendo, fra. tanti moti di regno nuovo , altre 
querele col papa. Secondavano la istruzion pub- 
blica i collegi privati, eretti a privato guadagno, 
•favoriti dal governo, vigilati ne metodi, premiati 
ne’ successi. S’instituì, dotata riccamente, un’ac- 
cademia di storia ed antichità e di scienze ed arti, 
che dipoi, accresciuta, fu chiamata Società Reale: 
si giovò con doni e privilegi ad altre due accade- 
mie nominate d’Incoraggimento e Pontaniana. 
L’Italia venera ancora (jueste congreghe, in me- 
moria di aver serbato il germe delle lettere in 
tempi barbari; e non pensando che oggi, quasi 
perduta ogni utilità, sono rimasfe a pompa della 
civiltà e de’ governi. 

Del sistema che ho adombrato di pubblica istru- 
zione erano pregii l’ insegnamento facile ad ogni 
ceto, ad ogni uomo, cosicché nessuna virtù rima- 
nesse depressa perchè negatole di mostrarsi; il 


J 


LIBRO SESTO — 1806 53 

privilegio di nascita scomparso, albergando nello 
stesso collegio i primi e gli ultimi della società, 
il figliuolo del patrizio e del contadino: le lettere 
protette, multiplicate le scuole, dotate abbonde- 
volmente le accademie c i licei: i dotti venerati, 
non arricchiti j che il soperchio favore del prin- 
cipe, benefizio ad essi, è nocumento alle scienze. 
Libertà di scrivere, piena proprietà dello scritto 
sono spinta ed alimento agl’ ingegni; qualunque 
altra cosa in più o in meno, è a lor danno. Ma 
queste ultime perfezioni non s’incontravano nelle 
leggi di Giuseppe; avvegnaché l’insegnamento 
pubblico per quei governi francesi era instituzione 
piuttosto civile cbescientifica, solamente intesa ad 
abbozzare la istruzione de’ popoli; derivando dalle 
mezzane dottrine ambizioni, mollezza e servitù; 

S tianto da compiuta sapienza, podestà di sé stesso, 
tezza d’animo, e gli stessi moti alla libertà che 
per altre cagioni hanno i popoli rozzissimi e forti : 
coneiossiachè le nazioni due volte sono atte a li- 
bero stato; nella prima rozzezza e nella piena ci- 
viltà. 

XXX. Ma qualunque benefica instituzione non 
era che nelle leggi, dapoichè lo stato del regno 
ne impediva gli effetti. 11 brigantaggio ingrandito 
ed ammaestrato, mutale regole di guerra, evitava 
gliscontri, non entrava nelle città, correva le cam- 
pagne, assaltava gl’inermi, predava, distruggeva 
e nascondevasi; così a larga mano versando di- 
sastri, e seccando le vene del pubblico bene, in- 
deboliva e screditava la conquista. E maggiori 
danni operavano i ministri del governo, perocché 
i capi militari nelle province ponevano taglie alle 


D 


54 LIBRO SESTO — 180G 

cittì, menavano in prigione ed a morte i citta- 
dini, conculcavano le antiche leggi e le novissi- 
me, gli usi nostri, le nostre più care abitudini. 

Tutti i gradi del rigore eransi adoperati contro 
i briganti, c il brigantaggio cresceva; il re cam- 
biò politica. Per editto concedè perdono a quei 
ìnaliutlori che andassero inermi alle regie auto- 
rità, e giurassero fede al governo, ubbidienza alle 
leggi. Molti e molti, deposte le armi, giurarono; 
nè per ravvedimento ed amor sincero di pace, 
ma per godere quietamente la male acquistata 
ricchezza, ed aspettaré opportunità di nuovi gua- 
dagni. Tornarono quindi alle città turpemente 
ricchi c baldanzosi, facendo sfoggio infame del 
furto e delle atrocità, sul viso a’ depredati e dei 
parenti ancora vestili a bruno degli uccisi. E di 
poi, consumato il bottino, ritornavano al brigan- 
taggio, indi al perdono; talché vedevi de’ perdo- 
nati cinque e sei volte. I ministri regii nelle provin- 
ce, poiché videro falsa la sommissione, imitando 
gl’inganni facevano strage de’ perdonati, talora 
con pretesto di giustizia, più spesso alla sfrontata, 
io nella valle di Morano riddi molti cadaveri, e 
seppi che il giorno innanzi uno stuolo di c unni - 
siiali \ così li chiamavano con voce francese) vi 
era stato trucidato dalle guardie: e avvegnaché 
si finse che avessero spezzate le catene, e tentata 
c cominciata la fuga, si andò uccidendoli in varii 
punti di quel terreno, a gruppi e alla spicciolata, 
di ferro e di archibugio, trafitti in vario modo 
come suole in guerra; contrafacendo con istu- 
diosa crudeltà gli accidenti delle battaglie. Pareva 
quel luogo un campo dopo la guerra. 


LIBRO SESTO — 1806 55 

XXXI. Le quali interne discordie crescevano 

F er le cose di Europa; e dirò come. Àbbenchè 
anno i8o5 finisse con la pace diPresburgo, la 
quiete fu passeggierà, perocché i maneggi tra la 
trancia e la Inghilterra, intrapresi nel febbraio, 
sciolti nel maggio, si convertirono in maggiori 

3 uerele e nemicizie. Le Bocche di Cattaro, che 
ovevano vuotarsi da' Russi, erano tenute ostina- 
tamente: spregiando le preghiere dell’Austria, le 
minacce della Francia, la permanenza degli eser- 
citi francesi in Alemagna. La pace indi a poco 
fermata a Parigi tra i legati di Francia e di Rus- 
sia, non fu ratificata dall’ imperatore Alessandro; 
e gli eserciti delle due nazioni disputavano con 
le armi il possesso di Ragusa. L' Hannover tolto al 
re Giorgio III, dato in custodia alla Prussia, fu 
motivo che la Inghilterra e la Svezià le intimas- 
sero guerra. 

In giugno la repubblica bàtava, riconosciuta 
col recente trattato di Presburgo, fu mutata da 
Buonaparte a regno di Olanda, ed eletto re Luigi 
suo fratello. In agosto Buonaparte componendo 
la Confederazione del Reno, spogliò de’ loro stati 
alcuni signori alemanni, ingrandì altri parecchi 
di terre e di dominio, abolì vecchi titoli, ne creò 
nuovi per fin di re, costrinse l’imperatore au- 
striaco a rinunziare al nome ed offizio di capo del 
corpo germanico, surrogò a quella dignità e po- 
tenza sé stesso col nome altiero di Protettore. E 
così gli stati occidentali dell’ Alemagna che fa- 
cevano testa alla Francia, cambiando sorte, si 
volsero contro i potentati del Settentrione; e di 
separati ed avversi che, per la occulta natura del 


50 


LIBRO SESTO — 1806 


corpo germanico, erano innanzi, divennero, per 
nuovi interessi e per indole della Confederazione 
del Reno, uniti e consorti. Condizioni e memorie 
che saranno nell'avvenire motivo di guerra per 
lo impero d’ Austria. 

Della Italia il Piemonte, Genova e Corsica erano 
uniti alla Francia ; e per la pace di Presburgo il 
regno italico fu accresciuto degli stali di Venezia, 
Istria e Dalmazia veneziana, isole venete, e Boc- 
che di Callaro; la Toscana, sebhen governata con 
le antiche leggi di Leopoldo, serviva gl' interessi 
della Francia, perchè la nuova reggitrice teneva 
stato e nome di regina da Napoleone; il reame di 
Napoli, scacciatane la stiqie de’ Borboni, era dato 
ad un Buonaparte. Non restava di antico altro che 
Roma monca ed avvilita, Sicilia debole e minac- 
ciata. • 

XXXII. Mutazioni così grandi erano accadute 
nel 1806; e quell’anno, non ancora finito, altro 
gravissimo avvenimento turbò le attuali cose, mi- 
nacciò la sicurezza dei nuovi stati, e per fino della 
Francia; essendo a Buonaparte necessità confida- 
re la immensa mole dell’impero aUe vittorie ed 
alla fortuna. La Prussia al primo di ottobre si levò 
a guerra contro la Francia collegandosi alla In- 
ghilterra, poco innanzi simulata nemica; avendo 
in seconda linea l’esercito russo che a gran gior- 
nate andava in ajuto di lei, e sperando impegna- 
re la Casa d’Austria, nemica irreconciliabile della 
Francia. La Prussia per dodici anni era stata neu- 
trale nelle guerre di Europa, aspettando maggior 
frutto dalla politica che dalle armi; ma serbando 
in cuore odio coperto contro i nuovi re ed i nuovi 


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LIBRO SESTO — 1806-7 57 

stati. La Francia dissimulava quello infingimento 
per attendere opportunità a vendicarlo. La Con- 
federazione del fieno pose fine agl'inganni, pe- 
rocché la Prussia temendo di mali estremi, e la 
Francia confidando nella sua possanza, si mos- 
sero a guerra. 

Era nuovo l’ esperimento. La memoria del Gran 
Federigo combatteva per i Prussiani; così che nei 
campi di Jena, il giorno innanzi della battaglia, 
il re parlando all’ esercito ricordava il gran nome 
e i gran fatti; e l'intrepido Buonaparte riguar- 
dando attentamente più dell’ usato le mosse e 1 arte 
delle schiere nemiche, parea quasi dubitasse dello 
scontro, ma vistolo appena, diceva: la vittoria è 
per noi; Vinse a Jena, debellò molte fortezze, 
espugnò Berlino, scacciò il re e la famiglia in 
Kònisberg, abbattè, disfece la potenza prussiana. 
Ma col continuo combattere, e col guardare le 
soggiogate città scemava l’esercito francese; men- 
tre la contraria parte raccoglieva i fuggitivi e i 
dispersi, chiamava nuovi soldati dalle province 
soggette, rifaceva gli ordini, rincoravasi; e l’oste 
moscovita passava la Narew, e parte di lei com- 
batteva intorno a Varsavia: la fortuna dell’ "armi 
stava incerta. Nei quali turbamenti e pericoli va- 
cillavano i nuovi stati, le moderne istituzioni non 
assodavano, la condizione di conquista si prolun- 
gava. 

XXXIII. Così stando le cose di Europa nel finir 
dell’anno 1806, cominciò per noi più mesto il 
1807; perciocché le congiure contro il governo, 
ingrandite di numero e di forza, cagionavano 
opere inique, castighi acerbi, timori e pericoli; 


58 LIBRO SESTO — 1807 

ni come per lo addietro ad uomini bassi de’ quali 
è soppresso il lamento, ma agli elevati per nobiltà 
e condizione. 11 magistrato Vecchioni, consigliere 
di Stato di Giuseppe, scoperto reo, fu coniinato 
in Torino; Luigi La Giorgi, ricco e nobile, straziato 
morì in carcere; il duca Filomarino ebbe il capo 
mozzato; il marchese Palmieri, colonnello, fu ap- 
piccato alle forche; e mentre 1 infelice saliva la 
scala del palco, si levò nel popolo voce di salvez- 
za che generò tumulti infruttuosi a quel misero, 
ma esiziali ad altri, puniti con la morte nel ve- 
gnente giorno. Si tenevano prigioni il capitan ge- 
nerale Fignatelli, il principe Ruffo Spinoso, il 
maresciallo di campo Micheroux, i conti Barto- 
lazzi e Gaetani; c donne patrizie Luisa de Medici, 
Matilde Calvez; e donne di onesta fama, preti e 
frati in gran numero; il vescovo di Sessa mon- 
signor de Felice. 1 luoghi più chiusi e più sacri, 
come i clauslri, davano ricetto a’ congiurati; e 
perciò furono viste monache professe uscir del 
vietato limitare, e sedere con abito religioso in 
pubblico giudizio sulla panca de’ rei. 

In quel mezzo fu imprigionato Agostino Mosca, 
perchè sopra i monti di Gragnano, dove era at- 
teso il re Giuseppe, stava in agguato ed armato 
per ucciderlo. Aveva in tasca una lettera della re- 
gina di Sicilia, scritta di suo pugno, instigatrice 
velatamente al delitto, ed altra più scoperta della 
marchesa Tranfo dama di lei: pòrtava sul nudo 
del braccio destro una maniglia di capelli legali 
in oro, dono della stessa regina, fattogli, ei diceva, 
per mano del Canosa, ad impegno de promessi 
serv igi. Convinto del tentato misfatto, fu condan- 


LIBRO SESTO — 1807 59 

nato a morte , e giustiziato con orribili pompe nella 
piazza del mercato, in mezzo a popolo spaventato 
e muto. 

Nè le congiure si limitavano alla città; ma nelle 
provincie, dove erano più libere per l'assenza o 
scarsezza delle forze del governo, diramando si 
spiegavano in aperti tumulti e brigantaggio. I mezzi 
di leggi non bastando per discoprire tante trame 
e reprimere tanti moti, la Polizia insidiosamente 
mascherava da congiurati i suoi emissari, con- 
trafaceva lettere, corrispondeva sotto simulate 
forme con la regina di Sicilia e co’ più conti 
Borbonici; ne indagava le pratiche, le seguiva; e 
giunte a maturità di pruova, le palesava e puniva. 
Non inventava congiure, come maligna fama di- 
ceva, ma, potendo spegnerle sul nascere, le fab- 
bricava e ingrandiva; mossa da due stimoli pun- 
gentissimi, timore e vanto. Allo scoprimento, gli 
emissari, poco fa congiurati, si trasformavano in 
accusatori e testimonii; le lettere ricercate o con- 
trafalte, in documenti; il fabbro di quella rete 
(perchè magistrato di polizia) componeva il pro- 
cesso; e giudici militari scelti ad occasione ed a 
modo, ne giudicavano. Punivansi uomini rei, ma 
la reità era incitata: scaltrezza estrema delle mo- 
derne polizie, pregiata come arte da’ malvagi go- 
verni, abhorrita come delitto dagli onesti, tolle- 
rata e chiamala talento del secolo dagli uomini 
corrotti della società. 

E sempre crescendo le asprezze, furono seque- 
strati i beni de’ fuorusciti, seguaci del re Borbone 
in Sicilia, o fuggenti dall’ abbonito dominio fran- 
cese. Quella legge, giusta tra nemici, ebbe in molti 


H m\\LM 


CO LIBRO SESTO — 1807 

casi benefica eccezione; produsse a’ privati gran- 
danno, alla finanza piccolo frutto: e di poi, mu- 
tato in confisca il sequestro e venduti i beni o do- 
nati, viepiù si accesero le contrarie fazioni dei 
due re, e novelli semi di future vendette si spar- 
sero. 


CAPO QUARTO 

Nuovi provvedimenti e nuovi codici: molti miglioramenti 
nella città e nello «tato. 

• • * ) J ... .< 

XXXIV. La città fu nella notte illuminata da 
mila e novecen Un enti lampadi lucentissime; es- 
sendo per lo innanzi così buia, che nascondeva 
furti ed oscenità. Imitarono il bell’esempio le città 
maggiori del regno. 

oi aprì nuovo cammino da Toledo a Capodi- 
monte, colle amenissimo, in cima del quale si 
erge magnifica villa innalzata da Carlo HI; ma 
non compiuta da lui, nè da’ re successigli. Per far 
largo e diritto il sentiero si demolivano alcuni 
edmzi, mentre per ampliare il fòro del reai pa- 
lazzo si abbatteva il convento e la chiesa di San- 
Trancesco di Paola. Le quali rovine, biasimate 
dal volgo, erano applaudite da’ migliori aspettan- 
done effetto di utilità e bellezza : ed allora fu edi- 
ficato il ponte della Sanità, magnifico per mole, 
difettivo per arte. Pervenuta la nuova strada alla 
reai villa, geminandosi, incontra con un ramo il 
gran cammino d’ Aversa, e con altro, serpeggiando 
per l’orientai pendice della collina, mette capo al 
Reclusorio. Quell’opera chiamata, per omaggio al 


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LIBRO SESTO — 1807 61 

nome, Corso-Napoleone , fu delta, dopo il rovescio 
della gran fortuna, strada di Capodimonte. 

XXXV. Il giuoco, vizio di ogni popolo e di 
ogni età, moderato e ristretto dove i costumi sono 
ci\ili, era smodato ed arriscliioso nella nostra 
città. Nè meno grande del giuoco la vaga libidine, 
figlia pur essa di corrotti costumi, in Napoli più 
che altrove abituale per gli ardori del clima e le 
antiche leggi del celibato. Nuovi provvedimenti 
del governo vietavano i giuochi privati, permet- 
tevano i pubblici, col profitto al fisco (fi ducati 
cento ottantamila all anno, indi a poco salito a 
duecentoquarantamila. Ed alle disoneste donne, 
numerate e descritte in un libro, 1 infame traffico 
eia concesso con un foglio da rinnovarsi in ogni 
mese, a prezzo vario come di merce, dipendendo 
la misura del pagamento dalla bellezza e dal lusso 
della meretrice. 

Ne’ dì prefissi le due ordinanze ebbero effetto. 
In un vasto e ricco palagio destinato a’ cimenti 
della fortuna esposero a mostra del pubblico in 
vane stanze tutti i giuochi: danaro in copia su i 
tavolini, pegno ed incitamento alle smodate spe- 
ranze} 1 appaltatore ed i suoi ministri splendidi 
per gemme e vestimenti; i magistrati del governo 
in abito di ufizio; e poi giocatori e curiosi a folla. 
Ed in altro luo^o della città convennero le me- 
retrici, che medici prescelti ricercavano sul cor- 
po, mentre un uffiziale di polizia prendeva pen- 
siero delle inferme, altro rilasciava alle sane le 
patenti, esigendone il prezzo; ed altro, di mag- 
gior grado, a cpiegli atti osceni presedeva. I quali 
vizi meno osservati, allorché sparsi e nascosti nella 


62 LIBRO SESTO — 1807 

città, ora uniti, manifesti e legittimi, comparivano 
più grandi e disonesti Ma frattanto di mese in 
mese scemavano le meritrici ed il morbo, i gioca- 
tori ed il giuoco; e perciò quelle ordinanze e quelle 
pratiche, al volgo attestatici di sfacciati costumi 
e di reggimento licenzioso ed avaro, erano vera- 
mente per la corruttela de’ tempi necessità di 
governo. 

XXXVI. Spesso il re a diporto, o per visitar le 
province, si partiva di città. Percorrendo i colli 
rlegrei, volendo mostrarsi dotto delle romane 
istorie, biasimò in Baja il temerario ponte e le 
crudeli feste di Cajo; inorridì a Lucrino della in- 
fame memoria del matricida; e disse sulla distrutta 
Cuma: « Cosi pure col volger de’ secoli i monu- 
menti dell’imperatore Napoleone saran sepolti ». 
Visitò in Sorrento la casa del Tasso, e vistane la 
povertà, ordinò che a rincontro con denaro pub- 
blico si ergesse magnifico monumento. In Amalfi 
largì doni a’ discendenti di Gioja. In Pompeia 
comperò le terre che sotterravano la città, essen- 
done in quel tempo poca parte scoperta. 

Viaggiò negli Abruzzi ed in Molise, dipoi nelle 
Puglie. Fefmavasi nelle città, spesso ne’ villaggi 
a mostrarsi benefico, liberale, clemente. Chiamava 
6. consiglio pubblico i' notabili; e per loro voto 
premiando gli uffiziali commendati, mutandogli 
odiosi, punendo gli accusati, rinviò in Francia 
un generai francese, rivocò un intendente, elevò 
oscuro prete a consigliere di stato : creava i ma- 
gistrati come tra comizi. Sperava l’ amor de’ sud- 
diti, che non ottenne; avvegnaché la popolarità 
e la clemenza sono pompe de’ re, e solamente la 
giustizia e il contegno sono istromenti d’imperQ. 


LIBRO SESTO — 1807 G3 

XXXVII. Si fece lunga legge per le cerimonie 

f mbbliclie, altra per quelle (li corte : uniformi alle 
eggi di Francia dettate da Buonaparle, che al 
fasto degli antichi re francesi aggiungeva l’alte- 
rezza dell’indole propria, e la superbia de’cam- 

S i: modi sconvenienti a re nuovi, nati nel popolo, 
al popolo innalzati, ed aventi con esso interessi 
e fato comune. 11 lungo esercizio delle monar- 
chie europee, la pazienza de’ soggetti ridotta in 
costume, la corruttela de’ tempi, il bisogno di ri- 
formare le società, facevano e fanno necessario 
l’uhzio de’ re. Ma si soleva a re nuovi potenza re- 
gia, modestia di cittadino, mancando ad essi il 
prestigio degli antichi. E però la vecchia monar- 
chia esser poteva una dignità, la monarchia nuova 
non doveva essere che magistratura : quella pro- 
cedendo da nascita, indi da caso e fortuna, que- 
sta da scelta o conquista, indi da merito o da 
virtù; e l’una sostenendosi per fasto, nomi e vana 
superba aristocrazia, e l’altra per forza, popolo 
ed aristocrazia sì ma sociale e chiara di opere e 
di servigi. I re nuovi potevano megliorare gli an- 
tichi re, ammodernandoli con l’esempio de’suc- 
cessi e della ragione; ma nc furono corrotti con 
l’esempio del fasto e del comando, così che da 
proprio fallo i nuovi caddero, gli antichi vacil- 
lano; e l’autorità regia e la ragione de’ popoli 
combattono, a modo di fazioni, con le armi usate 
delle ribellioni e della tirannide. Vi ha nella na- 
tura delle presenti società, e per fino nel genio 
del secolo un’ arte che giovi a’ popoli, un’altra che 
giovi a’ re; chi prima la scuopfe e l’adopera avrà 
vittoria sull’altro. E qui mi arresto perchè lo sde- 
gno de’ tempi tronca il mio stile. 


6? LIBRO-SESTO 1807 

XXXVIII. Altra legge compose lo stemma reale 
che nel mezzo dello scudo aveva l’ arme imperiale 
francese, intorno a questa le insegne delle quat- 
tordici provincie del Regno, ed una, in maggior 
campo, della Sicilia; la collana della Legione di 
Onore di Francia contornava lo scudo sostenuto 
da due Sirene; il manto normanno per foggia e 
colori sosteneva in cima la corona regia; ciò che 

F iù risplendeva, non era delle Sicilie, ma di 
rancia. Se per emblemi si rappresentavano i 
nuovi codici, l’ordinata finanza, la migliorala 
amministrazione, 1 abolita feudalità, idisfatti con- 
venti, l’accresciuta civiltà, la collana di quei se- 
gni era conveniente a principi nuovi; ma costoro 
eh' esser potevano del piccolo eroico numero degli 
ordinatori e riformatori degli stati, preferirono 
di confondersi nella moltitudine de vecchi re, 
benché vi fossero male accolli, abbietti, ultimi e 
traditi. In quel tempo furono coniate monete 
d’oro e di argento con la effigie e’1 nome di Giu- 
seppe re delle due Sicilie, mentre Ferdinando IV 
con lo stesso titolo, nell’anno istesso, faceva co- 
niarfe in Palermo altre monete di egual valore. 
Due re di un regno contemporanei confondereb- 
bero la mente dei posteri, se le medaglie non le 
istorie si conservassero. 

XXXIX. Pure tra i falli or ora descritti, le no- fj , 
velie instituzioni, generate da positivi interessi di 
società e dal genio del tempo, assodavano; e le 
guerre esterne, le intestine discordie ritardavano 
solamente, senz’ arrestare il naturai progresso del 
bene. La fazione del governo di giorno in giorno 
aggrandiva, la contraria scemava, e causa non 




LIBRO SESTO — 1807 65 

■poca del doppio guadagno era il dar fede, im- 
piego, autorità, stipendio a settari della opposta 
parte, de’ quali parecchi tradivano i nuovi impe- 
gni e n erano castigati; molti presi da comodo 
ed ambizione servivano il governo con maggior 
zelo de suoi partigiani. Così la mescolanza delle 
opinioni civili spegne ne’ governi forti le passioni 
e gl interessi di parte; ne’ deboli, i governi. 

Concorrevano al miglioramento delle nostre 
cose le vittorie dell esercito francese in Alemagna. 
La battaglia di Eylau preparò quella diFriedland, 
e questa pose fine alla guerra; perocché disfatto 
appieno l’esercito prussiano, sconfitto il russo, 
presa Conisberga, spinto il re Federigo fuor dei 
suoi stati, risospinto f imperatore Alessandro verso 
la sua Moscovia, la pace chiesta da’ vinti fu con- 
chiusa in 1 ilsit. Si fondò per essa il regno diVe- 
sfalia dato a Girolamo Buonaparte, si aggrandì il 
regno di Sassonia degli stati polacco-prussiani, 
cd il regno di Olanda della signoria di Tever; 
furono riconosciuti la Confederazione del Reno, 
e Giuseppe re di Napoli, Luigi di Olanda, Giro- 
lamo di \ esfalia, se non che per il primo non si 
faceva motto della Sicilia, ed a noi piaceva il si- 
lenzio come speranza di pace con la Inghilterra. 

ei ciò dopo 1 ilsit, gli stati nuovi si afforzarono; 
parve necessità di destino l’imperio di Buona- 
parte, e tutte le menti amiche o nemiche, pensa- 
ne 0 insipienti, credendo compita la nuova ci- 
viltà europea, viddero ne’ tempi appena scorsi e 
negli attuali, per diversità dire, di leggi, d’inte- 
ressi, due differenti secoli della società. 

Ma vicino all alto, come è costume della for- 

CoLLETTA, T. 1IL 5 


-3 LIBRO SESTO — 1807 

tana stando i precipizi, cominciarono in quel 
Irmno istesso gli sconvolgimenti della casa di 
Spagna; la quale debole versole nazioni esterne, 
avvilita ne suoi stati, corrotta nella reggia, ne 
«va delle ,«dM Regali f uoech a cuptdi* 

,n regnare, ed a nrndo barbar.: d «f ° 

r r a rigtna°nào il Aiuòlo, B 

madre aVcnslndt Ufi^to eV»* r ‘^° £ 
trama e cagionando aspre pene a confi ? 

suonarono nel regno le tnr 1 ..tudm Mla regg.a, 
più invili l’autorità de supremi, si coni user g 
interessi pubblici e le private ambizioni, par g 
«davano i soggetti, s’agito la Spagna. ... 
h Lo scaltro imperatore de t rancesi vidde in quei 

disordini la opportunità di facile con ‘F 1 * ? * 

bramò. 11 suo esercito che tragittava per h i V* 
chia Castiglia onde arrecar pene al 1 ortogatlo 
dell’amicizia britanna, il sentimento d «rrwisti- 
bile forza per le recenti vittorie di Freidland e 

di Jena, il nessun sospetto di vie, na ?“«^opo 

: trattati e le conferenze di Tilsit, il motivo ai 
assaltare la Spagna dall’editto di guerra del prin- 
cipe della Pace, U benefizio o il lH S o S .K, t , so 

Póne 

:“”iÌ“mfin?ramSne, la insazietà d'im- 
perii gli posero in animo il r ro r.°"i“ 1C ^?pi r * e “|- l 
Seda' ^dX'rtoo'Xemi furono le 

hstttss&v* 


4 




LIBRO SESTO — 1807-8 67 

eventi clie lo avevano menato a. quell’ altezza, e 
lormano la impercettibile necessaria catena di 
cause e di effetti regolatrice del mondo: quindi 
ogni opera umana se portasse impresso lo stato 
morale dell’operante, assai più esatti sarebbero i 
nostri giudizi ■ parecchie azioni, credute errori, 
apparirebbero necessità, e molto di maraviglia per- 
derebbe la istoria. Napoleone stabilì di condurre 
al trono di Spagna il re Giuseppe, il quale essen- 
do delia stirpe francese e passandovi dal trono 
ai mpoli rammentava i fasti di Luigi XIV e di 
Lario III, ed appagava la insana napoleonica vo- 
gha d imitare i Borboni. Giuseppe nell’ultimo 
mese del 1807 recatosi a Venezia e avuti con l’im- 
peratore segreti abboccamenti, ritornò in Napoli. 

beco trasse il decreto imperiale dato in Milano 
nel dicembre, più ampio dell’altro di Berlino del 
precedente novembre, amen due relativi al blocco 
continentale, divenuti leggi europee. Se in quei 
decreti alcuno cercasse le regole della economia 
pubblica, fremerebbe al vedere spezzato il com- 
mercio fra nazioni, tolto premio all’industria 
menomati alcuni valori, altri distrutti; e direbbe' 
nel rogo dove ardevano le manifatture indesi 
brucare i libri dello Smith u del Say.la bugola 
di Gioja, 1 frutti dell opera prodigiosa del Co- 
lombo. Perciò il blocco sembrò alla moltitudine 
nuovo delirio dell’umano spirito; ma sebbene 
suggerito da sdegno e da vendetta, fu ponderato 
concetto diBuonaparle, sapienza di stato, e mezzo 
tale di guerra che fiaccava le armi più potenti 
del nemico, le ricchezze. Per esso le industrie, 
chiamate dal bisogno ed allettate da smisurato 




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68 LIBRO SESTO — 1808 

guadagno, mul triplicarono; e però cresciute in 
Europa le produzioni, il commercio nuovo disor- 
dinò l’antico, ma le condizioni della vita e della 
civiltà migliorarono. E per le stesse cause fu visto 
con meraviglia nell’anno i8i5 nazioni ricche in 
guerra impoverire nella pace. 

XL. In una lunga e fosca notte del gennaio, 
scoppio come di mina, secondato dal romore di 
fabbriche rovinanti, destò dal sonno cd impaurì 
gli abitatori della riviera di Ghiaia: e veramente 
per esplosione di polvere precipitarono ventidue 
stanze del palagio di Serracapriola, abitato dal 
ministro di polizia Saliceti. Egli stando in altro 
braccio dell’edifizio senti solamente scuotere le 
mura come da tremuoto; ma la figlia gravida di 
sei mesi, ch'era in letto ancor desta, fu tirata con 
le rovine della camera nella corte, cd ivi coperta 
di sassi e di calcinacci; lo sposo, duca di Lavello, 
cadendo si divise da lei e restò tramortito sulle 
rovine: precipitavano dall’altezza di quarantasei 
palmi, die sono metri dodici. 

11 ministro, che momenti prima era entrato in 
casa, sollecito della figlia, seguito da un servo, 
salì all’ appartamento ov’ ella dimorava; ma sì den- 
so era il fumo, e più del fumo il polverìo, che la 
luce di un doppierò sembrava morta , ed egli cammi- 
nava per pratica del luogo, gridando: Carolina, Ca- 
rolina (era il nome di lei). Àd*un tratto mancò il suo- 
lo; egli cadde col servo sulle ammassate rovine, 
e sollevato da parecchi nel palagio accorsi, tra- 
scurante di sè benché ferito, non ristava a cer- 
care della figlia. 

Un famigliare di lui, Ciprian^ lo stesso che an- 


LIBRO SESTO — 1808 69 

ni dopo mori in Sant’Elena servendo Buonapar- 
te, prega da tntli silenzio; e montando sopra quei 
cumuli abbassa a terra il capo, e da luogo in luo- 
go, da fesso a fesso tra le rovine va chiamando 
con voce altissima e prolungata. Carolina; e tosto 
dove ba messo il labbro adatta l’ orecchio per sen- 
tire o risposta o lamento. Alla quarta pruova par- 
gli udir voce ;c più attentamente ascoltando, grida 
verso i molti che pendevano da lui: è qui f correte. 
Tutti accorrono, e sì eh' è inciampo lo zelo, tar- 
danza la sollecitudine; ma quella misera disotter- 
rata, trasportata come morta in una vicina stanza 
del terreno, risensata dopo alcun tempo, veden- 
dosi nelle braccia del padre, esclama a lui tron- 
camente: ricerca del maritp. 

Fra le angosce di poco innanzi trovato sulle 
rovine un corpo nudo creduto morto, portato 
fuor del palagio, erasi lasciato sulla strada. Que- 
gli era il duca di Lavello, che dipoi conosciuto 
e confortato riebbesi, e si raccolse nella camera 
istessa col suocero 6 la moglie: tutti e tre in va- 
rio modo, con diversità di pericolo, feriti; il servo 
caduto col ministro n’ebbe infrante le gambe; 
altro servo che dormiva in una delle dirupate 
stanze, vi fu morto; cinquantatrè persone abita- 
vano il palagio, e, purché l’uno morisse, non fu- 
rono di ritegno al delitto. IVella mattina, trentuno 
di gennaio, la città di quei casi informata inti- 
morì; i nemici di Saliceti, che molti ne conteneva 
la corte di Giuseppe, ragionavano dell avveni- 
mento con sorriso e dileggio; la Polizia ne fu sver- 
gognata, Saliceli da cento punte tralìttoj delle 
quali asprissima era F offesa vanità, è il vedersi 



70 LIBRO SESTO — 1808 

vinto in astuzie , eli’ erano a lui tesoro di antica 
fama e mezzi presenti di uflizio e di ambizione. 
Tal uomo che partigiano di libertà, o ministro di 
re, fra gli sconvolgimenti di Francia e d’Italia, 
intrepido aveva affrontato mille pericoli di rivo- 
luzione o di guerra, ora largamente piange di af- 
fetto comune, la vergogna. 

XLI. Disgomberando le rovine, si trovarono i 
resti di una macchina tessuta di corde intrise 
nel catrame, avvolte a molli doppii, capaci di 
trentamila rotoli di polvere (kilogrammi 29 ì/S). 
Era stata collocata sotto l’arco di una scaletta in- 
terna dell’ edilizio, alla quale avendo solamente 
accesso un tal Yiscardi, settario dei Borboni, ne- 
mico a’ Francesi, uomo tristo e di mala fama, la- 
sciato in quel luogo con la sua farmacia per tra- 
scurala o fatalmente, fu insieme a due tìgli e 
tre discepoli carcerato. Molte altre ricerche nella 
città e nelle province usava la Polizia, più che 
non mai vigile ed operosa, famelica di vendetta; 
ella spiando ogni casa, ogni uomo, scoprì altre 
congiure ordite contro lo stato, e criminose cor- 
rispondenze con la regina di Sicilia, con la Vii-, 
latranfo, col Canosa; e trame, combriccole, dise- 
gni atroci. 3 Iolte persone, per lo più ree, e pur 
taluna innocente, furono imprigionate; più molte 
fuggirono o si nascosero, tutti tremavano: un mi- 
sfatto di fazione si slargò in calamità pubblica. 

Alcuni degl’ imprigionati, e sopra tutti i Yiscar- 
di, erano governati aspramente dagli uffiziali di 
polizia, e perciò il padre per debolezza di età, 
numerando seltantasei anni di vita, o per abitua- 
le perfìdia, rivelò, avuta promessa di perdono. 


LIBRO SESTO — 1803 71 

tutte le parti del delitto. Disse essere opera della 
regina di Sicilia e del principe di Canosa; emis- 
sari, alcuni venuti di Palermo, ed altri tenuti in 
pronto in Napoli; scopo, la morte di Saliceti per 
odio e perchè inciampo al preparato rivolgimento 
del regno: descrisse fa macchina e dove collocata, 
e quando (all’ entrar del ministro nel palagio) 
diedero fuoco alla miccia onde colpirlo mentre 
passava per la camera sopraposta , e come la 
esplosione fu ritardata dalla timidezza. dell’ incen- 
diatore, ed in qual modo fuggirono i colpevoli 
sopra barca verso Ponza o Sicilia. Rivelò nomi, 
tempi, particolarità; mescolò cose false alle vere; 
incolpò un figlio assente e sicuro in Palermo; ma 

f ' [iorni appresso, non più lui in potere della Po- 
izia, non istraziato o minacciato, ma sol temendo 
che la promessa impunità non sarebbe attenuta 
se tutto non rivelasse, acculò i due figliuoli car- 
cerati con seco e sopra i quali pendeva la scure 
della giustizia. Ma quell’accusa, scritta di pugno 
dell' empio padre, gli fu resa dal compilatore del 
processo; e se del fatto si ha contezza si debbe 
al Viscardi stesso, che nel dibattimento, rimpro- 
verato di alcun suo mendacio, egli in argomento 
di sincerità citando il foglio, lo fe’ palese al tribu- 
nale ed al pubblico. 

Sulle tracce delle rivelazioni di lui, e sopra 
altri documenti scoperti per industria degl’inqui- 
sitori, compilato il processo in pubblico dibatti- 
mento, furono condannati a morte due complici, 
l’uno de’ quali figlio del Yiscardi. Mantenuta al 
padre la promessa, visse infamemente breve scor- 
cio di vita; ed alla occasione di quel giudizio si 


72 LIBRO SESTO — 1808 

scoprì che nel 1799 egli aveva tentalo l’ avvele- 
namento del pane che amininistravasi alle schiere 
francesi; e che nel 1800 se ne fece vanto, e di- 
mandò premio del servigio al governo che suc- 
cedò alfa repubblica. Benché il giudizio per la 
rovina del palagio fusse pubblico e stampato il - 

I irocesso, alcuni dissero, altri credettero ingiusta 
a condanna: essendo condizione de’ potenti far 
sospetta, se a loro prò, la giustizia. 

XLII. Caduti con la stirpe gli ordini cavallere- 
schi de Borboni, fu instituito, ad esempio della 
Legion d'onore di Francia, l’Ordine Beale delle 
Due Sicilie, che aveva per fregio una stella a- cin- 
que raggi color rubino, in mezzo alla quale da 
una faccia l’arnia di Napoli e ’1 motto Jienox’ata 
Pairia, dall’altra la effigie del re con lo scritto Jo- 
seph ]\apoleo Siciliarum re x instiluil , sormontata 
da un’aquila d’oro appesa a nastro turchino. N’e- 
ra il re gran maestro, cui succedevano cinquanta 
dignitari, cento commendatori, cinquecento ca- 
valieri. 11 gran maestro nel consiglio dell’ Ordine 
concedeva le nomine o gli avanzamenti per virtù 
militari, per pubblici servizi, per ogni merito o 
talento, al generale, al soldato, al dotto, al prin- 
cipe, all’artiere; e perciò seguendo la civiltà nuo- 
va si creavano le sociali distinzioni dal seno della 
eguaglianza. Ne furono fregiati i primi uffiziali 
biella corte e della milizia, i più celebri artisti, i 
più sapienti del reame, i più grandi tra nobili; 
e si riserbò buon numero di croci per i futuri ser- 
vigi. 11 merito già noto delle prime persone de- 
corate diè pregio a quell’Ordine nuovo, e dipoi 
l’ Ordine diede pregio alle nuove persone : così 
viziosi essendo i circoli della vanità. 


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LIBRO SESTO — 1808 73 

XLIIT. Già (la due anni l’esercito francese era 
nel Regno e tutte le province obbedivano al 
nuovo re, fuorché Reggio, Scilla ed alcuni paesi 
dell’ ultima Calabria soggetti a Borboniani e agli 
Inglesi. Le città di Seininara e Rosarno con la 
vasta pianura sino a Nicòtera, non presidiate da 
quelli o questi, erano più afflitte delle terre sog- 
giogale; perocché servivano di campo alle batta- 
glie de’ due eserciti, che ordinandosi a guerra 
chetamente nelle proprie linee, venivano improv- 
viso ad assaltarsi. Così ne’ piani diSeminara sboc- 
cò Toste guidata dal principe di Philipstadt, che 
forte di numero ed impetuosa per prima mossa, 
respinse perditori i Francesi a Montcleone ed 
accampò aMilelo. Mail generai Regnier, radunate 
le squadre riassaltò il campo, lo disfece, fugò il 
nemico sino a Reggio, e ritornò a’ suoi posti, non 
avendo forze bastevoli a mantener quelle nuove 
terre e a cingere di assedio la città di Scilla che 
gl’inglesi guardavano. 

Afforzatosi al cominciare di febbraio con nuovi 
reggimenti andò contro Reggio, e poiché parte 
(li strada che mena alla città costeggia il mare, 
ivi quattro navi inglesi, remando vicino al lido, 
facendo fuoco vivissimo di cannoni, uccidendo 
soldati francesi, rompendone le file, lardavano 
il cammino all’esercito. In quel mezzo volle for- 
tuna che si alzasse temporale di mare, sì che i 
legni lenevansi a stento fra le procelle; ma tanto 
importava il combattere che non si slonlanavano 
dal lido, benché arte di navigare il consigliasse, 
nè cessavano di tirar colpi, che per i moti delle 
onde raramente offendevano. 


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-A LIBBO SESTO — 1808 

Crebbe il vento: ciò che sino allora era stato 
zelo ili guerra diventò necessità, dapoichè le navi, 
furiosamente spinte verso terra, non più potevano 
girar largo; e le ciurme intendevano non più a 
combattere, ma a salvarsi. A que’ pericoli veduti 
da Messina, dove stava sull' àncore l'armata in- 
glese, il capitano Glaston comandante di un va- 
scello imbarcò sopra legno corridore, un brick, 
veleggiò verso Calabria. I Francesi osservando 
gl’ impedimenti delle piccole navi e l’altra più 
grande oramai vicino a soccorrerle, gittansi a 
nuoto, pervengono, portando in bocca la spada, 
a que’ legni, ed ivi si uncinano con la sinistra 
mano al bordo, con la destra combattono, si ram* 
picano co’ piedi, trionfano; e cosi quattro navi 
armate di cannoni sono predate da fanti nudi. 
Il brick, cacciato sulla costa di Calabria da furioso 
libeccio e dalle correnti, si arrena; i Francesi, ve- 
dendolo in quello stato, corrono al vicino lido, 
altri mettonsi a nuoto; si combatte due ore; muore 
il capitano; il legno che aveva quattordici can- 
noni, non pochi soldati e numerosa ciurma, si 
arrende. 

XL 1 Y. Per questa vittoria, nella quale com- 
batterono col valor francese i venti e la fortuna, 
inanimito il vincitore, debellò nel giorno istesso 
la città di Reggio, spingendo il presidio di otto- 
cento soldati nel piccolo castello che al di se- 
guente si arrese. E subito Regnier voltate a Scilla 
le schiere, le artiglierie, gli strumenti di guerra, 
il di 4 di febbraio ne cominciò l’assedio che ai 
17 terminò, ritirandosi gl’inglesi sopra lepre- 
parate navi per una scala coperta, intagliata con 


LIBRO SESTO — 1808 


75 


gran fatica nel sasso vivo ne’ diciotto mesi che 
colà dominarono. I Francesi trovarono il castello 
vuoto d’uomini e guasto raen dalla guerra che 
dalla prudenza e dal dispetto de’ fugati presidii. 
E poiché nessun fatto memorabile dell assedio 
mi trattiene su quel subietto, finirò notando che 
dopo la espugnazione di Reggio e di Scilla non 
rimase alla bandiera borbonica nel reame alcuna 
sede, nè all' antico re alcun segno di dominio o 
di speranza. 

XLV. Ebbe il Regno nuove leggi, le stesse di 
Francia componenti il codice Napoleone, così 
chiamato perchè Napoleone primo consolo e le- 
gislatore gli aveva dato a comune gloria il suo 
nome: erano le civili, le penali, di commercio 
e di procedimento criminale e civile. Il codice 
civile raccogliendo le dottrine legislative della 
sapienza antica greca e romana, e della moderna 
europea, dividevasi nelle due parti cui si anno- 
dano le sociali relazioni, persone e cose ; di ogni 

} >arte un principio vero ed eterno reggeva tutte 
e leggi di quel titolo ad esempio della natura, 
che da cause semplici e sole deriva innumerevoli 
effetti. Del titolo delle persone era principio il 
matrimonio, patto civile in alcuni codici e perciò 
variabile come ogni altra civile transazione, sa- 
cramento in altri ed immutabile come cosa di 
Dio; ma nel codice Napoleone era vincolo natu- 
rale, insito all'umana specie, non fortuito, non 
fugace, ma pensato da conjugi e durevole. Era 

le cose la eguaglianza fra 


stretta o necessaria, non potendo essere ingiuste 


V 


t 



risiede la giustizia più 


% 


76 


LIBRO SESTO — 1808 



e le ragioni de’ cittadini. 


XLYI. Delle due parti del codice di commercio, 
la esterna mancava, la interna fu diligentemente 
ordinata, la frodi antivedute o punite, le perdite 
provenienti da avversa fortuna soccorse. Sembre- 
rebbero eccedenti le regole o legami imposti ai 
commercianti, ina il lungo uso degl’inganni, la 
rilassatezza delle antiche ordinanze, l’ avarizia 



rigore. Speriamo giorno in cui sieno soperchio 
quelle catene, che ora per vergogna del secolo 
>ena bastano. Concetto sapientissimo del codice 
a instiluzione de' tribunali di commercio, giu- 


dici i commercianti, eletti da commercianti, e 
mutabili a tempo; giuiy di commercio. La parte 
esterna del codice, la internazionale, trasandata 
per furor di guerra e di sdegno con Ja Inghilterra, 
speravasi nella pace. 

XLVII. 11 codice penale, comunque fosse in 
Francia, non era per noi adatto e giusto; peroc- 
ché comportabile e forse lodevole ad un popolo 
è prender leggi civili di altro popolo, essendo 
oramai comuni in Europa i sociali arlifìziali inte- 
ressi. Ma le cagioni delle leggi penali trovandosi 
nella natura fisica e morale delle società, ed es- 
sendo vario il sentire, vario il soffrire delle varie 
genti, non è uguale a tutti gli uomini la colpa 
ne’misfatti, la pazienza al dolore; *perciò i ca- 
stighi adatti per gli uni sono per altri o soperchi 
o leggeri. E difatti erano per noi difettive le scale 
de delitti e delle pene, aspri soperchiamente i 
supplizi, prodigalo quello di morte, tali dovendo 



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LIBRO SESTO — 1808 77 

essere nella Francia gli effetti del troppo rivol- 
gersi per venti anni e del morir troppo; cosi come 
conservata per alcuni misfatti la confiscatone, si 
puniva de delitti degli avi la innocente ignota 
posterità, ingiustizia pur derivata dalle abitudini 
della Rivoluzione, ossia dall’ avarizia e cupidigia 
di lei, e dall’ aver visto a migliaja patrimoni spo- 
gliati, opulenze disfatte, e figliuoli poverissimi di 
Ficchi padri. Era serbato l’uso per parecchi casi 
di governo di lasciare in custodia della 1 olizia 
l’uomo assoluto da’ magistrati, necessità o miseria 
di tempi, subietto di passaggera ordinanza non 
di codice. Si abusava la pena della berlina, torse 
giusta dove è comune fra cittadini il senso di ver- 
gogna , ingiustissima tra noi dove la vergogna 
è nulla per guasti costumi, o troppa per natura 

come provano due fatti che nari ero. 

Per ladronecci fu condannato alla berlina ed 
a ferri un uomo della più bassa plebe, di persona 

sconcia oltre ogni credere e goffa, e per que a 
bruttezza molti del popolo beftandolo alla berlina 
lo motteggiavano, ed egli sfrontatissimo e pronto 
rispondeva a motteggi, confondeva ì beffatoli, 
ridea con essi, convertiva in giuoco e scena il 

SU1 Jù alTempo ÌQ altra parte J e l Regno av- 
veniva caso contrario e miserevole. I na donzella 
di onorata famiglia e di padre rigidissimo, presa 
.di amore per ardilo giovane e incintasi, vergo- 
gnosa più che onesta procurò di abortire; ma da 
vigorosa salute impedito l’effetto, chiusa in casa 
per nove mesi, tristamente visse, ajulata dalle 
cure pietose di una zia. Sgravatasi (madre infelice 


78 LIBRO SESTO — 1808 

e snaturata) tollerò che il figliuolo fusse esposto 
in una notte (l’inverno su la via dove misera- 
mente mori; sì che avutasi del delitto contezza e 
pruova, fu condannata a lunga prigionia ed al 
supplicio, secondo il codice, della berlina. Nel 

E omo fatale la infelice con infame corteggio per 
strade più popolose della sua patria, preceduta 
dal banditore che divolgava il misfatto, giunta 
al luogo dello spettacolo fu trattenuta dal carne- 
fice che le impose al capo il cartello indicativo 
del nome, con l’aggiunto « uccise il figlio?». Ed 
allora furono viste tremar tutte le dilicate mem- 
bra, e ad un tratto arrestarsi, così che lo spietato 
assistente credendola ributtante al castigo, la mi- 
nacciò e la spingeva; ma quella cadde bocconi 
alla scala del palco, perchè soffocata dalla ver- 
gogna era morta. Non dirò chi ella fosse acciò 
del tanto desiderato mistero goda almeno il suo 
nome. 

XL\ IH. 11 codice di procedimento criminale, 
non legato come il penale alle condizioni di luo- 
go e di tempo ma tenendo principio dall’umano 
giudizio e dalla ragione, è immutabile, eterno. 
Si vorrebbero codici penali quanti sono i popoli 
e le età, ma un sòl codice di procedimento (pur- 
ché ragionevole) basterebbe per sempre a tutte 
le genti. Non fu dunque per noi errore o pericolo 
il prenderlo di altra nazione, ma sventuratamente 
era imperfetto. Buonaparte , primo console, tollerò 
in Francia la istituzione de giurati; imperatore, 
ne vietò a noi 1 esercizio, e Giuseppe per neces- 
saria obbedienza non ne fece motto nel nuovo 
codice. 



LIBRO SESTO — 1808 79 

Altro difetto era ne’ magistrati di eccezione, 
tribunali di polizia, corti speciali e prevostali, 
commissioni militari. La falsa ed iniqua dottrina 
ebe il criminal processo è l’ agone dove combat- 
tono la legge e l’ accusato, ha prodotto e produco 
danni gravissimi alla società; perciocché di quella 
immagine sono effetti necessari togliere nell ira 
armi al nemico, aggiungerne alla propria parte, 
e ne’ misfatti più odiosi alla società ed al governo 
scemar difese agli accusati, accrescere agli accu- 
satori mezzi di offesa. Questa è l’origine de’ tribu- 
nali di eccezione. Ma se il processo fosse creduto, 
qual è, il sillogismo per discoprire il delitto, non 
cerclierebbonsi modi varii, lunghi o brevi di ar- 
gomentare; chè siccome in prova di certezza un 
sol ragionamento è il più giusto, tal nella scienza 
criminale un solo è il vero fra tutti i possibili 
procedimenti. Numerati gli errori del nostro co- 
dice con animo più allegro ne discorro i pregii. 

Principal pregio il pubblico dibattimento, mez- 
zo di giustizia più giovevole del giurato, che è 
mezzo di civiltà, avvegnaché più della civiltà la 
giustizia è il bisogno de’ popoli. E pregii gli effetti 
necessari di questo atto istesso, la pubblicità dei 
giudizi, i' convincimento morale ne’ giudici, il 
ritegno alle inique sentenze dal grido pubblico; 
perciocché tra Napolitani sospettosi e torbidi, 
quanto scarsi di animo e di politica virtù, mia 
(non già le mille che i moderni novatori imma- 
ginarono) è la guarentigia della civile libertà, la 
manifestazione di ogni opera del governo. 

Ed altro non minore pregio del codice fu quella 
parte (Iella giustizia che puniva i piccoli falli. 


80 LIBRO SESTO — 1808 

ingiurie, baiti Iure leggiere, violenze al pudore} 
innanzi tollerale perché il duro-governo vicereale, 
e la feudalità, e fa divisione di ceti, avevano ab- 
bottata la plebe. Ma l’amor di eguaglianza fervido 
a’ giorni nostri, l’ abolita feudalità, e re nuovi in- 
nalzati al trono di mezzo al popolo, vietavano 
che quelle soperchiatrici costumanze reggessero. 
Intendevano ad estirparle le leggi dette correzio- 
nali, specie di censura troppo severa ne’ tempi 
civili, mite e santissima ne’ corrotti. 

XL1X. Del procedimento civile, che per brevità 
unisco alla legge costitutiva da’ magistrati, erano 
difetti avaro spirito di finanzierò guadagno, e 
troppa mole di atti e corso troppo lungo di tempi 
giuridici; ed erano pregii la competenza assicu- 
rala e sollecita, i mezzi di giustizia locali, la pro- 
prietà accertata da un registro pubblico degli atti 
civili e delle ipoteche, la scala de’ giudizi non in- 
terrotta, la indipendenza de’ magistrati, la insti- 
tuzione di un magistrato supremo, detto Corte di 
Cassazione, sostenitore e garante delle leggi, fruito 
delle novelle scienze filosofiche e legislative, do- 
cumento per sé solo dell’altezza del nostro secolo 
sopì? i passali. 

L. Al tempo stesso si ordinarono i tribunali- 
per l’amministrazione, e furono: un consiglio 
d’intendenza per ogni provincia, magistrato di 
prima istanza nelle cause amministrative} la regia 
corte de’ conti, di revisione a’ consigli d’inten- 
denza per alcune liti, e di primo giudizio per 
alcune altre} il consiglio di stato, di appello ai 
consigli d’intendenza ed alla corte de’ conti Le 
regole di giustizia amministrativa eraqo le cpmuni 


LIBRO SESTO — 1808 81 

del codice, il procedimento diverso, tendente a 
favorire le persone e le cose dell’ amministrazione; 
e quindi per natura e difetti erano magistrati di 
eccezione, tollerabili in uno stato nuovo perchè 
multiplicavano gli strumenti operosi de’ non ben 
noti metodi governativi, non comportabili agli 
stati già formati; provvedimenti però passeggeri 
indegni del nome e del decoro di codice o di 
legge. Intanto l'arbitrio piacque a governanti; e 
sebbene il napoleonico reggimento si afforzasse 
de’ nuovi interessi e degli usi del popolo, le di- 
spotiche ordinanze dell amministrazione non mu- 
tavano, 

LI. Compiuti, pubblicati, messi in pratica gli 
enunciati codici, si vidde nel Regno spettacolo 
magniGco; magistrato in ogni comunità, magi- 
strati maggiori nel circondario e nella provincia; 
cominciare le cause sopra luogo e terminarle, i 
giudizi e i pudici star sempre a fianco degl’in- 
teressi e de bisogni del popolo; dismessi gli usi 
assoluti, gli scrivani sbanditi, vietati gl’inganni 
e i tormenti agli accusati e a’ testimonio E cosi la 
immensa congerie degli errori e vizi fieli’ antica 
giurisprudenza, frutto di diciotto secoli d’italiane 
miserie, fra sconvolgimenti politici, domestiche 

f uerre, desolataci conquiste, invasioni di bar- 
are genti, superbia de’ grandi, servitù de’ po- 
poli ed imperii lontani spensierati di noi, in breve 
tempo abbattuta e scomparsa. Dopo di che a’ no- 
stri sguardi cambiò di aspetto la legge, atto già 
di potenza, ora di ragione; prima imperava, oggi 
governa; voleva l’obbedienza, ora cerca la per- 
suasione e’1 favore de’ popoli. Strumento perciò 
Colletta, T. III. 6 



82 1 LIBRO SESTO — 1803 

ne’ passati tempi (quando fusse perfetta) di quiete 

e di giustizia} negli avvenire, di civiltà. 


CAPO QUINTO * 

Partenza del re. Ultimi tempi del sno regno. 

LII. Avveratosi ciò che la fama da parecchi 
giorni divolgava, il re parti} e i lasciati provve- 
dimenti indicavano che non tornasse. Indi ad un 
mese, da Bajona bandì per editto esser chiamato 
da’ disegni di Dio al trono della Spagna e delle 
Indie} lasciar noi dolente} sembrargli di aver 
fatto poco se mirava ai bisogni dello stato, molto 
se al suo zelo, alle sue cure, alle fatiche di regno} 
concedere a documento di amore un politico sta- 
tuto raffermativo de' beni operati per suo mezzo, 
operatore di maggiori beni. 

Il quale statuto componevasi di undici capi. 11 
i.° (Iella religione dello stato, confermava la cat- 
. tolica apostolica romana. Il a. 0 della coivna, il 3.° 
della veggenza, il 4-° dalla famiglia reale, prov- 
vedevano a’ casi di morte deire, alla discendenza, 
alla minorità} era parte del quarto capo la dote 
della corona} e fu visto che al re Giuseppe e alla 
poca sua famiglia erano dati ogni anno, fra paga- 
menti del tesoro pubblico e demanio regio, due 
milioni o poco meno di ducati, ottava parte della 
finanza: modestia forse per antico re, esorbitanza 
di nuovo, scandalo e danno nelle presenti stret- 
tezze. fi 5.° capo, degli uffizioli della corona, tanti 
ne stabiliva quanti erano nella corte di Napoleone 
imitatrice in largo della più antica de’ re di Fran- 


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LIBRO SESTO — 1808 83 

eia. Il 6.° del ministero, il i ° del consiglio di sta- 
lo, rendevano costituzionali que’ due già formati 
collegi. ■ • < . 

i L’ o.° capo, del pai-lamento, statuiva un’ adu- 
nanza <li cento membri, divisa in cinque Sedi- 
li, del clero, della nobiltà, de possedenti, de’dotti, 
de’ commercianti : ottanta de’ cento scegliersi dal 
re; i venti possidenti, a tempi e forme prescritte, 
da collegi elettorali nominati dal re: gli ecclesia- 
stici, i nobili, i dotti essere a vita; i possidenti e 
commercianti variare in ogni sessione: il parla- 
mento adunarsi una volta almeno in tre anni; e 
-il re, ebe il convocava, prorogarlo a piacimento 
e discioglierlo: trattare delle sole materie date ad 
esame dagli oratori del governo; nulla da sè pro- 
porre; ciò che voce moderna* chiama iniziativa 
delle leggi, non essere che regia: le sessioni se- 
grete, i voti e le deliberazioni in verun modo pa- 
lesate; la pubblicazione surrettizia, punirsi qual 
ribellione. • ■* va ;?• .mi 

Il g.°capo, dell’ordine giudiziario, il i o.° dell’ am- 
ministrazione -provinciale assodavano costituzio- 
nalmente le già pubblicate leggi sopra quelle ma- 
terie. L’i i.° (eh’ era fui timo) , disposizioni generali , 
dìffiniva la cittadinanza, i suoi diritti, il modo di 
concederla a’ forestieri, confermava l’abolizione 
della feudalità, garentiva il debito pubblico, man- 
teneva le vendite de’ beni dello stato, rimetteva 
ad altro tempo le provvidenze per la seconda Si- 
cilia. Non faceva motto di popolo, di sovranità, 
di libertà civile, di personal sicurezza, che pur 
sono le pompe, quasi che vgne, delle moderne 
costituzioni. • . J l* 


84 LIBRO SESTO — 1808 

Quella legge , detta Statuto di Bajona per- 
chè avea data di Bajona del 20 di giugno del 
1808, era garentita al regno delle Due Sicilie 
fiali' imperatore Napoleone , che allora vantava 
liberalità verso i popoli per meglio ingannare 
la Spagna; legge poco intesa nel Regno e mal 
gradita, rimproverando ai reggitori lo sfoggiar 
nomi di libertà c di pubblico bene fra le ca- 
tene e le miserie di epici tempi. Ed invero costi- 
tuzioni, convenevoli forse alia civiltà del dicia- 
settesimo secolo, sconvenivano al decimonono 
dopo che tanto c troppo erasi parlato di libertà, 
di eguaglianza, di ragioni de’popoli. Ma frattanto 
fu errore non senno, e sdegno non consiglio ciò 
che ritenne i Napoletani a non curarne l’adem- 
pimento; perocché cento notabili si adunavano 
in parlamento quando estimavasi virtù parlare a 
grado del popolo, sotto re nuovi, fra timori di 
regno. L indole delle numerose congreghe, qua- 
lunque sieno i congregati, è sempre quella del 
tempo; e lo attestano i secoli della feudalità, delle 
libertà municipali, del papato, delle crociate; tal 
che i Napoletani, meglio conoscendo la loro età, 
avrebbero trovato nella qual si fosse costituzione 
di Bajona un ritegno al dispotismo. 

LUI. In luglio di quell’anno 1808 parti verso 
Francia la famiglia del re Giuseppe, la moglie e 
due figliuoli, tre mesi avanti senza pompa regia 
e quasi senza grido giunte in Napoli. Ma non cosi 
modesta nè fu la partenza, che appena divolgata 
andarono in corte a fare augurii di felicità i grandi 
uifiziali della corona, i ministri, i consiglieri di 
stato, la municipalità, i generali, i magistrati, le 


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LIBRO SESTO — 1803 


8 r. 


società, le accademie: era la regina di Spagna che 
partiva. Nel giorno della mossa le milizie francesi 
e napoletane si schierarono a mostra nella strada 
di Toledo; la regina usci del palazzo, il mare- 
sciallo dell'Impero Jourdan precedeva a cavallo 
la carrozza regia; gli ambasciatori de’ potentati 
stranieri e numeroso corteggio la seguivano; 1 im- 
menso popolo spettatore accresceva magnificenza 
allo spettacolo; e benché fusse a calca raccolto 
per curioso talento, appariva riverenza pubblica. 
A molti cavalieri e dame si diè commiato da Aversa; 
ad altri da Capua; i ministri, i consiglieri distato, 
altri segnalati personaggi furono congedati alla 
frontiera del regno; tre dame, la duchessa di Cas- 
sano, la marchesa del Gallo, la principessa Doria 
Avellino ed un cavaliere, il principe <F Angri, ac- 
compagnarono la regina in tutto il viaggio e ne 
tornarono ricchi di doni. 

Queste pompe richiamavano alla memoria le 
sorti più spesso infelici delle passate regine di 
Napoli. La prima Costanza, stirpe de’ Normanni, 
moglie dell imperatore Arrigo, tradita in Salerno e 
fra catene mandata in Sicilia al re Tancredi suo 
nemico. Indi a poco Sibilla tradita anch'essa, as- 
sediata e presa in piccolo castello, condotta pri- 
gioniera in Alemagna col suo tenero e sventurato 
Guglielmo ed altre due misere figliuole. Elena 
moglie di Manfredi ansia, dopo la perduta batta- 
glia, delle sorti lungamente ignote del tradito re; 
infelicissima cpiando il cadavere fu trovato sozzo 
e straziato da’ nemici e da’ sudditi; assediata in 
Lucerà; cattiva di Carlo nel castello dell'Ovo, ed 
ivi per ventura morta prima che vedesse le mi- 


86 LIBRO SESTO — 1808' 

serie estreme de’ tre suoi figli. Sancia vedova di 
Roberto, oppressa in cento modi dalla fortunata 
Giovanna sua nipote, costretta a chiudersi e mo- 
rire nel convento di Santa Croce. Questa Gio- 
vanna , poco appresso , svergognata , avvilita , 
assediata due volte ne’ suoi stati da’ suoi sog- 
getti , pubblicamente adultera , pubblicamente 
giudicata, tre volte vedova, scacciata dal tro- 
no, fuggiasca, rinchiusa, strangolata ed espo- 
sta morta a pubblico ludibrio. Dopo di lei Mar- 
gherita vedova del re Carlo Durazzo, ucciso per 
inan di schiavo in Ungheria , ed ella rifuggita col 
figlio confinata in Gaeta. Indi la misera Costanza 
di Chiaromonte, voluta in moglie per le sue ric- 
chezze da Ladislao, cagione a lui di ristabilirsi 
in trono, e subitamente ripudiata e ridotta a pri- 
vate povere sorti, in presenza di fortunata rivale 
e di suocera superbissima. La seconda Giovanna 
che a Giacomo dà mano e trono e ne ottiene in 
mercede guerra domestica e prigionia; liberata 
per tumulto di popolo, è costretta ad assediare 
il marito, farlo prigione, scacciarlo dal regno; 
senza prole e senza speme di averne adotta Al- 
fonso, che per gelosia d’ impero le fa guerra; adotta 
Luigi, e (sventurata ne’ suoi benefizi) lo soffre in- 
grato e nemico; vede il capo mozzo al suo caro 
l’andolfello e’1 cadavere strascinato; sente tradito 
ed ucciso nella reggia il favorito Sergianni; ella 
stessa muore addolorata. Isabella moglie di Re- 
nato fugge co’ figliuoli dal regno; raggiunta dal 
marito pur fuggitivo, sente sicuro e felice in tro- 
no l’inimico Alfonso. Altra Isabella moglie di Fe- 
derico di Aragona profuga prigiona in Francia; 


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4 


LIBRO SESTO — 1808 87 

ricoverata in piccolo convento di Ferrara, e colà 
mantenuta poveramente per carità di alcuni fra- 
ti. Io rammento nella piccola ròcca della sassosa 
Ischia, travagliate, avvilite, prigioniere, due re- 
gine, e tutti i resti della superba progenie ara- 
gonese. E vedo Carolina d’Austria, a’ di nostri, 
fuggitiva tre volte dal regno, morta in esilio, ma- 
ledetta. 

E tali donne, delle quali ho adombrato i tristi 
casi, erano di stirpe regia e potente; mentre l’av- 
venturosa Giulia Clary moglie del re Giuseppe, 
cagione di questi ricordi, era nata in Marsiglia di 
casa mercatante, onesta ma oscura: la fortuna 
aspettava anco lei che dopo felicità breve cadde 
dal trono, ma serbandosi modesta ed innocente. 
I quali tutti e giuochi e ludibri della sorte sareb- 
bero insegnamenti alla umana superbia, se a su- 
perbe nature giovassero gli esempi. 

L1V. Ai 2 di luglio si pubblicò l’editto di Giu- 
seppe annunziatore del suo passaggio ad altra 
impero, ch’egli chiamava peso, e tale divenne; 
ai 3i del mese istesso, per decreto dell’impera- 
tore Napoleone, fu noto il re successore; ventotto 
giorni durò 1 interregno, e reggevano lo stato, 
senza nome di re, le antiche leggi, f autorità dei 
magistrali, la potenza degli eserciti, la pazienza 
dei popoli. E poiché il re Giuseppe da questo 
istante non più appartiene alla storia di INapoli, 
io dirò quanto posso più breve l’indole di lui, e 
Io stato del regno al suo partirne. Dotto e culto- 
re delle lettere francesi, italiane, latine; ignorante 
delle Scienze, esperto della politica ad uso fran- 
cese e moderno, prudente nei pericoli, e, se cre- 



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88 LIBRO SESTO — ' 1808 

scevano, timido e dispietato; giusto nelle prospe- 
rità, qualora non lo agitasse speranza o sospetto; 
lodatore del vivere modesto e privato; sollecito 
dei piaceri e delle lascivie di re ;* nei discorsi 
sempre onesto; nelle opere come voleva il biso- 
gno; avido di ricchezze, quanto esige fortuna 
nuova ed incerta; desideroso di lauto vivere; al 
fratello imperatore obbediente, devoto; studioso 
di piacere a lui più che giovare al suo popolo. 
E perciò bastante all’ uffizio di antico re, minore 
al carico di re nuovo. 

Riformava lo stata, spesso per imitazione, sem- 
pre costretto ad introdurre nel regno le leggi e 
pratiche reggitrici della Francia; e quindi nelle 
opere di governo talora mancava la spinta del 
pensiero, e tali altre volte al concepimento non 
rispondeva l' effetto. Abolita, per esempio, la feu- 
dalità, buoni feudi si fondavano; pubblicato il si- 
stema giudiziario crescevano le Commissioni mi- 
litari e i tribunali di eccezione; detestati gli spogli 
del governo borbonico, spogliavansi i possessori 
di arrendamene, i compratori degli ufìizii civili, 
le antiche fondazioni di pubblica pietà; abbonite 
le pratiche di polizia del Vanni, esecrati i giudizi 
dello Speciale, giudizi peggiori, peggiori pratiche 
si adoperavano. Pareva che sopra le rovine degli 
errori distrutti nuovo edilizio di uguali errori si 
ergesse. 

Ma senza contrapeso di mali si vedevano di- 
sciolti i conventi, divise le proprietà, cresciuto 
il numero dei possidenti, abbassato appieno il 
papato, stabilitala eguaglianza fra’ cittadini, pre- 


it i 


mialo il merito, ristorate le scienze, venerati 


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• H 


LIBRO SESTO — 1808 89 

ciotti , avanzata la civiltà. Gli stessi errori, che di 
sopra ho narrato, trovavano scusa nelle licenze 
della conquista, nelle sollecitudini della guerra 
e delle ribellioni, nel fastidio delle novità; disa- 
stri gravi ad un popolo ma passeggieri. Le insti- 
luzioni e le leggi, sole cose che durano, erano 
conformi ai bisogni della società ed alle opinioni 
del secolo. 

La riforma fu perciò imperfetta, spregiata dal- 
l’universale sotto Giuseppe, non pregiata ( come 
dimostrerò ) sotto Gioacchino; ma tale che per 
corso d’anni acquisterà forza e favore. Si vede in 
Europa procedere, benché respinta, la nuova ci- 
viltà, e dai lodatori cieli’ antico se ne fa troppo 
debito ai governi legittimi, incusandoli timidi 
o imperiti al maneggio degli uomini : mentre 

S nella civiltà cresce come quercia nella foresta, 
ìe non muore dal perdere le foglie per asprezza 
del verno, nè dal troncar dei rami per forza di 
scure o di fulmine, avendo nella sua natura ca- 
gione e necessità di vita e d’incremento. 



90 

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LIBRO SETTIMO 

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Regno di Gioacchino Murai. — Amo 1 8 o 8 a 1 8 1 5 


CAPO PRIMO 

Arrivo in Napoli del re, della regina. Feste. 
Provvedimenti di guerra e di regno. 


I. Un decreto dell’ imperatore Napoleone, che 
chiamò statuto, dato in Bajona il dì x 5 di luglio 
del 1808, dioeva: « Concediamo a Gioacchino 
y> Napoleone nostro , amatissimo cognato , gran 
» duca di Berg e di Cleves, il trono di Napoli e 
» di Sicilia, restato vacante per lo avvenimento, 
» di Giuseppe Napoleone al trono di Spagna e 
» delle Indie ». Altri capi regolavano la discen- 
denza. Era prescritto che Carolina Buonaparte, 
quando mai sopravivesse a Gioacchino Murat 
marito di lei, salisse al trono prima del figlio. 
Che il re delle due Sicilie, finché durasse la sta- 
bilita discendenza, aggiungerebbe al suo titolo 
la dignità di grande ammiraglio dell’impero fran- 
cese- Che mancata la stirpe Murat, la siciliana 
corona tornasse all’impero di Francia. Che il 
nuovo re governasse lo stato dal dì primo del 
vicino agosto con le regole dello statuto di Bajona 
del 20 giugno di queir anno. 


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LIBRO SETTIMO — 1808 91 

Un editto contemporaneo di Gioacchino pro- 
metteva a’ popoli delle due Sicilie felicità, gran- 
dezza, soliti vanti di chi regna; giurava lo sta- 
tuto di Bajona: diceva prossimo il suo arrivo, 
inculcava a’ ministri e magistrati di vegliare nella s 
sua assenza al mantenimento dello stato. Con al-’ 
tro decreto nominava a suo luogotenente il ma- 
resciallo dell’Impero Perignon. 

II. Saputo il nuovo re, i iSapolitani si chiede- 
vano a vicenda il natale di lui, la vita, i costumi, 
i fatti pubblici; ma la fama del suo valore lutto, 
invadeva le restanti cose, e sì che i mali esperti 
delle virtù militari in lui temevano inflessibil 
comando, cuor duro alla pietà, moli continui di 
guerra e di ambizione, incapacità ed impazienza 
alle cure di pace. Ai quali timori aggiungevano 
fede i recenti fatti di Spagna e la ribellione di 
Madrid, oppressa da Gioacchino con molla strage 
di popolo. Ma dall' opposta parte così deboli e di 
effetto lontano erano i benefizi del regno di Giu- 
seppe e sì grandi e pubblici i sofferti mali, che 
ogni vicenda di stato piaceva alla moltitudine; 
la quale inoltre credendo che l’indole guerrièra 
del nuovo re disdegnasse le odiose pratiche di 
polizia, sperava almeno cambiar dolori, che è 
genere di riposo nelle miserie. Era Gioacchino 
ancor lontano, e ricorrendo il giorno del suo 
nome si fecero nella città e nel regno pompose 
feste, così come si usa per adulazione o timore 
de’ re presenti. 

A dì 6 settembre di quell’anno egli fece in- 
gresso nella città a cavallo, superbamente vestito, 
ma non col manto regio o altro segno di sovra- 


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» - *• 






92 LIBRO SETTIMO — . 1808 

nità, bensì da militare qual soleva in guerra. 
Ricevè alla porta ( simulata con macchine nella 
piazza di Foria) gli omaggi de’ magistrati, le chiavi 
della città, tutti i segni della obbedienza. Figli, 
bello di aspetto, magnifico della persona, lieto, 
'sorridente co’ circostanti, potente, fortunato, guer- 
riero, aveva tutto ciò che piace a’ popoli. nella 
chiesa dello Spirito Santo prese dal Cardinal F’i- 
rao la sacra benedizione, con religioso aspetto, 
ma tenendosi in piedi sul trono. Passò alla reggia, 
3 tutte le cerimonie con disinvolti modi adempì 
quasi re già usato a quelle grandezze; la città 
fu riccamente illuminata; 1 allegrezza pubblica, 

J [uella che nasce da felici momentanee apparenze, 
u sincera e per tutta la notte si prolungò. 

III. I primi atti del regno, concedendo perdono 
a’ disertori, convocando i consigli di provincia, 
restringendo alcune spese per fino a danno del- 
l’esercito francese ch’era di presidio nel Regno, 
furono benigni e civili; diede alcun soccorso ai 
militari in ritiro, ed alle vedove ed orfani del- 
l’antica milizia napoletana, dal precessore abban- 
dofiati; riformò lo stemma della corona per ag- 

f iugnervi la insegna di grande ammiraglio di 
rancia, e mutar nel suo nome quel di Giuseppe. 
Ed erano i principii di regno oltrachè benigni, 
come ho detto, felici; la Polizia aveva sospeso o 
nascondeva i suoi rigori; le feste per la venuta 
del re non appena terminate, ricominciarono i 
moti di allegrezza e i guadagni del popolo per 
altre feste che si apprestavano alla regina. \ i era- 
no dunque molte speranze di pubblico bene e 
tutte le immagini di letizia pubblica, quando il 


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LIBRO SETTIMO — 1808 93 

dì a 5 di settembre Carolina Marat giunse iù città. 
Fu la cerimonia meno magnifica di quella già 
fatta nello arrivo del re, ma più splendida per 
ammirazione della bellezza di lei e del contegno 
veramente regale, e per lo spettacolo di quattro 
figliuoli teneri, leggiadrissimi, e per il comune 
pensiero che a Gioacchino il diadema era dono 
di lei. • f/i 

IY. Tra quelle feste il re maturò la spedizione 
di Capri. Quell’isola, come hcr riferito nel prece* 
dente libro, tenuta dagl’inglesi, fatta fucina di 
congiurazioni e di brigantaggio era commessa 
all'impero del colonnello Lowe, uomo tristo ed 
avaro. 11 disegno di assaltarlo non fu confidato 
dal re che al ministro della guerra per apprestar 
armi e provvigioni, e ad un uffiziaie del genio, 
napoletano, per girare intorno all’isola sopra pic- 
cola non avvertita nave, e indicare il luogo dello 
sbarco e le altre particolarità di guerra necessa- 
rie all’ impresa. Due volte nel regno di Giuseppe 
quella spedizione erasi tentata, ed altretante per 
mancanza di secreto tornata a vuoto, anzi a dan- 
nò e vergogna, perchè le nostre navi sconstrate 
dalle navi nemiche furono prese o disperse. m 
Quell’isola lontana da Napoli ventisei miglia, 
tre dal capo delle Campanelle, s’eleva dal mare 
tutta in giro per alte rocce; una strettissima cala 
che chiamano Porto dà mal sicuro ricovero alle 
piccole navi; angusta spiaggia di arena in altro 
luogo permetterebbe lo approdare a’iegni sottili, 
ma lo impedivano potenti batterìe di cannoni e 
fortificazioni e trinciere. L’interno dell’ isola! divi- 
desi in due parti, l’una ad oriente poco alta, Val- 


94 LIBRO SETTIMO — ' 1807 

tra ad occidente altissima; in quella è la città, 
pur detla,Capri, e molte ville, il porto, la marina, 
i superbi segni della tiberiana lascivia* e terreno 
fertilissimo coperto di vigne; nell’ altra parte, 
detta Anacapri, la terra è sterile e sassosa, il 
cielo grave di nugoli, agitato da’ venti, e piccolo 
paese vi si trova fondato a cui si giugno per unica 
ed angusta strada, intagliata nel sasso a scaglioni 
(che sono trecento otlant’uno) alti, e la più parte 
dirupati per l’ antichità e per lo scorrervi delle 
acque. Quattromila abitanti coltivano l’isola, ed 
erano in quel tempo fedeli al presidio inglese, 
forte di mille ottocento soldati. Dovunque mai 
uomo ardito approdar potesse, l’ impediva o fossa, 
o muro, o guardia: chiudevano il porto e la ma- 
rina batterìe di cannoni; cinque forti, uno ad 
Anacapri, quattro in Capri, bene armati, difende- 
vano ogni parte del terreno; la città era cinta di 
mura. Gl’ Inglesi credendo quel posto inespugna- 
bile lo chiamavano lo piccola Gibilterra; ma 
nulla trattener poteva l’impeto militare di Gioac- 
chino, che tenevasi a vergogna vedere dalle sue 
logge sventolare la bandiera nemica, e starsi i 
pjresidii sicuri e spensierati. 

Maturato il disegno, armate molle barche, più 
molte caricate di soldati francesi e napolitani, 
dato supremo comando al generai Lamarque, 
nella notte del 3 di ottobre muove la spedizione 
dal porto di INapoli, ed altra minore da Salerno. 
Al mezzo del giorno 4 1 isola è investita da tre 
parti, al porto, alla marina, ad un luogo alpestre 
dal lito di Anacapri: de’ tre assalti i due primi 
erano finti, benché per numero di barche e per 


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LIBRO SETTIMO — 1808 95 

impeto i più veri apparissero; quello ad Anacapri, 
modesto e quasi inosservabile, era il vero. Qui, 
sopra piccolo scoglio che le onde coprivano, sbar- 
cammo alcuni ufliziali, ed appoggiando alla rupe 
una scala di legno, ascesi all allo arrampicandoci 
tra quei sassi per non breve cammino, indi posta 
altra scala e salita giungemmo a terreno alpestre 
e spazioso, naturalmente coronato di grandi pietre 
disposte in arco, ultimi e superabili impedimenti 
per poggiare al dosso dell’isola. 

Era fatta la strada: succederono a’ primi sbar- 
cati altri ad altri, già più di ottanta tenevamo il 
piede su l'isola, il generale con noi, in cima di 
ogni scala, per segno e per trionfo stava piantata 
la nostra banderuola, e i male accorti difensori 
nulla avean visto. Fummo alfine scoperti: accorse 
il nemico su la cresta della soprastante collina; 
ma trattenuto da colpi che di dietro a’ macigni si 
tiravano, e timido, irresoluto, aspettando da Ca- 
pri i dimandali soccorsi, non osava di appressarsi, 
e frattanto altri soldati disbarcavano, e sì che in 
breve cinquecento de’ nostri combattevano. 

Ma il mare si fece procelloso, le nostre navi 
presero il largo; lo avvicinarsi al primo scoglio 
era impossibile, piccolo stuolo di audaci che lo 
tentò fu sommerso, cessò lo sbarco. Non bastando 
i disbarcati all’impresa (giacché di cinquecento, 
sette erano morti, centotreutacinque feriti), si at- 
tese la notte oramai vicina sperando che coprisse 
al nemico la pochezza de’ nostri mezzi, e gli ag- 
giungesse spavento. Frattanto si combatteva in 
tutto il giro dell’ isola : il colonnello Lowe dotto 
in astuzie di polizia, inesperto di guerra, disor- 


V 


96 LIBRO SETTIMO — I80S 

dinò, confuse tutte le regole del comando; come 
agevolmente movevano in mare le nostre barche, 
cosi a stento nell’ isola egli facea volteggiare i pre- 
sidii, senz’opera e senza scopo, ed intanto Ana- 
capri ed un piccolo reggimento maltese che il 
guerniva non erano afforzati. Giunse la notte, e 
le apparenze non le cure di guerra cessarono. 

11 cielo fu per noi. Dopo breve oscurità la luna 
uscita limpida e piena su l’orizzonte illuminò la 
cresta della collina che il nemico guardava. Visti 
i soldati inglesi da noi che i macigni e le ombre 
del colle coprivano, erano uccisi o feriti; e sì che 
arretrandosi, lasciando alcune ascolte che presto 
cadevano o fuggivano perchè da tutti i nostri 
mirate ed offese, restò il luogo deserto. Ed allora 
formata in due colonne la nostra piccola schiera, 
superati senza contrasto quegli ultimi ostacoli del 
terreno, marciando chetamente una colonna per 
la diritta, l’altra per la sinistra de’ macigni, die- 
tro a’ quali a strepilo e ad inganno pur si lascia- 
rono alcuni soldati a durare il fuoco, giungemmo 
inosservati al piano del- colle, poco lontani dalle 
squadre nemiche. Le assalimmo con impeto, gri- 
da, spari e sonar di tamburi; le ponemmo in 



notte e fra gl’ intrighi delle strade e del paese 
pervenute a chiudersi nel forte. 


Nella notte istessa, occupata la testa della lunga 
scala che mena in Capri e quanta terra si poteva 
e conoscevasi di Anacapri, fu circondato il forte. 
Ed a’ primi albóri del dì 5, intimata la resa e 
minacciato il presidio di sorte estrema se facesse 


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LIBRO SETTIMO — 1808 97 

difesa, che 1 ambasciatore, com’è costume, di- 
mostrava inutile, dopo breve consiglio, il forte 
fu ceduto, altri trecento soldati si diedero pri- 
gioni, e uniti a quattrocento già presi, furono a 
trionfo mandati in Napoli. Yi giunsero quando 
la malignità di alcuni, o la timidezza di altri, e 
la ingenita loquacità della plebe, dispensiera di 
sventure, diceva noi morti o presi: noi già pa- 
droni di Anacapri, perciò dell’isola, superbi di 
avere espugnato luogo fortissimo, assalitori, ben- 
ché di nùmero quanto la quarta parte del presi- 
dio nemico, e tenendo prigioni al doppio delle 
nostre forze, noi, sefrancesi, lieti di combattere 
sotto gli occhi di capitano antico e valorosissimo; 
e se Napoletani, più lieti perchè ammirati dal 
nuovo re, dalla nostra città spettatrice, e facendo 
gara di arte e di animo con le schiere francesi. 
In tutto quel giorno il re da su le logge guardò 
gli assalti e le difese, spedì ordini e provvedi- 
menti; non cessò che per la notte; ed al dì ve- 
gnente, non ancor chiaro il giorno, ripigliò le 
sospese cure; ma dipoi, impaziente, si recò a 
Massa prossimo il più che poteva a Capri. 

V. Nello stesso giorno esplorato ^promontorio 
di Anacapri, posti i campi, formata batteria di 
cannoni per offendere, benché ad estrema por- 
tata la sottoposta città, si ordinarono tutte le parti 
del militare servizio chiamando in fretta altre 
schiere che giunsero per la via stessa del primo 
sbarco, non avendo trovato nella calma delle 
osservazioni altro luogo men disagevole di quello 
scelto fra i moti e le sollecitudini della guerra. 
Aspettata la notte per discendere in Capri, cre- 
CoLLETTA, T. III. 7 


98 LIBRO SETTIMO — 1808 

elevasi ad ogni passo incontrare il nemico, giac- 
ché per case, muri ed altri impedimenti era il 
terreno adatto alle difese; ma il colonnello Lowe 
con più di mille soldati tenevasi chiuso nella 
città, onde noi, cingendola di posti nella notte, 
cominciammo nel vegnente giorno ad assediarla. 

Ma gl’inglesi eh’ erano in Fonza ed in Sicilia, 
avvisati del pericolo di Capri, accorsero con pa- 
recchi legni di guerra; e giunti corrispondevano 
con l’assediata città per la via del porto, rompe- 
vano le nostre comunicazioni con Napoli, tenta- 
vano o fingevano assalti ad Anacapri, e per con- 
tinuo copioso fuoco di artiglieria disturbavano 
l’assedio. Ed allora i Franco--Napoletani, offensori 
ed offesi, con accrescimento di fatica e di gloria, 
provvedendo alla doppia guerra, formarono nuo- 
va batteria (chiamata per onordi assedio da brec- 
cia, ma che distava dalla città trecento metri), 
così che aperti i fuochi, le palle, eli’ erano da sei, 
bucavano i muri senza scuoterli, e bisognò me- 
nomare la carica per ottenere qualche effetto di 
breccia. Ma il colonnello Lowe timido per sé, 
vie più discorato da parecchi Napolitani, che, 
fuggiaschi per delitti o fabbri di congiure, stando 
in Capri temevano di cader nelle mani della po- 
lizia di Napoli, inalberò bandiera di pace; ed a 
patti che si fermarono in quel giorno 18 di ot- 
tobre diede la città, le ròcche, i magazzini, tutti 
gli attrezzi di guerra, e* prigioni con sè stesso 
settecento ottanta soldati inglesi e Còrsi, da essere 
trasportati in Sicilia congiurata fede di non com- 
battere i Napoletani nè i Francesi, o gli alleati 
della Francia per un anno ed un- giorno; quei 


. * LIBRO SETTIMO — 1808 99 

• 

tristi o rei che stavano in Capri ebbero asilo , prima 
del trattato, sopra i legni inglesi. La città fu con- 
segnata, i prigionieri in due giorni partirono; e 
fra quel tempo giungevano da Sicilia, ma tardi, 
altre navi, altre genti, altri mezzi di guerra. 

Capri restò presidiata e meglio fortificata dai 
Francesi; perciocché il recente assedio avea sco- 
perto molti errori di arte, e l’isola di nemica di- 
venuta parte del Regno avea mutate le condizioni 
di guerra. Il governo donò i tributi di un anno 
agl isolani; ma il dono era minore de’ guadagni 
che innanzi facevano a cagione della liberalità 
•degl’inglesi e delle occasioni di controbando, e 
delle dissipazioni del denaro pubblico fra le sol- 
lecitudini della guerra. Quella impresa per cele- 
rità, modo ed effetti accrebbe gloria a Gioacchino. 

VI. Fu seguila da importanti miglioramenti. Ri- 
vocato il decreto di Giuseppe che avea messe le 
Calabrie in islato di guerra, tornarono quelle pro- 
vinole sotto al pacifico impero delle leggi; richia- 
mati gli esuli, sprigionati i rei di stato, e sciolte 
le vigilanze; tutte crudeltà di polizia estimale in- 
sino allora necessarie o prudenti. Ma non per anco 
fu permesso il ritorno a’ rinchiusi in Compiano, 
F enestrelle ed altre pi ù lontane pr igion i della F ran- 
cia; perchè grande n’era il numero, certa dimoiti 
la malvagità, e del ritorno loro pubblico il danno. 
Sono questi gli effetti del dispotismo : i rei, i meno 
rei, gli innocenti colpiti dalla stessa pena; e quan- 
do la potenza, o pentita o per circostanze tempe- 
ratasi, vorrebbe rivocare quelle condanne, la rat- 
tiene il pericolo che fa allo stato la libertà di al- 
cuni tristi : e però sempre pessima è la sorte dei 


100 LIBRO SETTIMO — 1808 * . 

buoni nei rigori o nelle blandizie della tirannide. 
IVel proseguimento del regno di Gioacchino molti 
tornarono da quelle crudeli relegazioni, e molti 
vi erano periti, i peggiori vivevano: la morte più 
colpiva gl’ innocenti, perchè della ingiusta pena 
più addolorati. 

INel tempo istcsso si diede opera onde rimuo- 
vere gli ostacoli che le vecchie abitudini oppone- 
vano ai nuovi codici. Della quale opera (e il dico 
in questo luogo anticipando i tempi per meglio 
ordinare le materie) fu assidua la cura in tutto 
quel regno; ed ebbe a principale istromenlo il 
regio ministro conte Ricciardi, che qui nomino» 
ad onore e a durevole gloria per quanto durar 
possono queste povere carte. 11 registro delle na- 
scite, delle morti, dei matrimoni fu confidalo a 
magistrati civili; il matrimonio non poteva cele- 
brarsi in chiesa come sacramento, se prima non 
celebrato nella Casa del Comune come patto di 
società. 11 registro delle ipoteche fu aperto; e più 
dello stato civile ebbe contrasto, perocché molli 
particolari interessi gli si opponevano: ma saldo 
il governo nel suo proponimento, le proprietà 
furono chiarite, i crediti assicurati: molte case 
nobili, che fra i disordini e le trascuranze della 
famigliare economia ignoravano il vero stato del 
patrimonio avito, trovandolo scarso o nullo, di 
ricchissimo che il supponevano, ne Ricusavano 
a torto il governo e le nuove leggi. Per le prov- 
videnze di quel libro non più si viddero ingan- 
nevoli fallimenti, patrimoni dedotti, amministra- 
zioni economiche date o chieste, cedo Louis, ed 
altri di altri nomi fraudi alla proprietà, tanto fre- 
quente nei passati tempi. 


LIBRO SETTIMO — I80S 101 

VII. Per la parte amministrativa furono ordi- 
nate con un sol decreto la municipalità di Napoli 
e la prefettura di polizia; e date a quella, tolte a 
questa parecchie facoltà; sì che la già odiosa pre- 
fettura divenne magistrato men regio che civico. 
Fu nominato un corpo d’ingegneri di ponti e 
strade: questa parte di pubblica amministrazione 
istromenlo di civiltà e di ricchezze, affatto trasan- 
data sotto il dominio dei viceré, sentì la magni- 
ficenza di Carlo Borbone, come ho riferito nel 
primo libro; ma quella virtù non fu dal figlio 
seguita, sì che nel suo regnare lunghissimo por 
che nuove strade si costruirono, e meno per pub- 
blica utilità che a comodo delle proprie ville o 
cacce. Sotto Giuseppe surse un consiglio di lavori 
pubblici, e due ispezioni per i ponti e strade: il 
Consiglio rimase sotto Gioacchino, .le ispezioni si 
slargarono in un corpo d’ingegneri numeroso, 
abilissimo, del quale dirò le opere a suo luogo. 

In decreto, tra molti di Giuseppe, prometteva 
in Aversa una casa di educazione per le fanciulle 
nobili. Con altri decreti Gioacchino la fondò in 
Napoli, nello edifizio detto de’ Miracoli; e poiché 
prendevané cura suprema la regina, fu delta dal 
suo nome Casa Carolina. La nobiltà delle fanciulle 
non era ricercata ne titoli e nelle memorie degli 
avi, bensì nella presente onestà e nel vivere agiato 
e civile della famiglia; onde l istesso tetto acco- 
glieva i nomi più chiari per antico legnaggio, ed 
i più pregiati della nuova età. La casa in sette 
anni cresciuta di merito, grandezza e fama; con- 
servata, benché odiati cadessero i fondatori nel 
ibi5, si mantiene ancora con le prime regole; 


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102 LIBRO SETTIMO — 1808 

ed è siala ed è potente cagione dei costumi mi- 
gliorali delle famiglie, e dell’ incontrarsi spesso 
virtuose consorti, provvide madri amorose delle 
domestiche dolcezze. Io ho discorso in questo li- 
bro, e spesso discorrerò in poche righe, tempi e 
fatti lontani, così esigendo F indole del regno di 
Gioacchino, che fu di ridurre ad atto e migliorar le 
^istituzioni teoriche ed imperfette di Giuseppe, 
e tli spingere i Napoletani e sè medesimo alla gran- 
dezza, ad ogni ambizione, ed a’ precipizi. Perciò 
ni era d’uopo disegnare brevemente, e come a 
gruppi, ciò ch’egli fece da successore di altro re; 
e descrivere con ordine di tempi e di cose le opei'e 
una all’altra succedente del proprio ingegno. 

Vili. Prima tra queste fu la milizia assoldata e 
]a civile. Gioacchino, al suo giungere in Napoli, 
compose due reggimenti di Veliti, ed altri batta- 
glioni e compagnie sotto inavvertiti nomi : astuzie 
necessarie per assoldar uomini. Giuseppe non ave- 
va osato porre in piede la coscrizione perchè la 
ripugnanza dei popoli al militare servizio, 1 istes- 
so brigantaggio, la facilità a’ coscritti di fuggire 
in Sicilia, facevano temere che uomini levati per 
»oì servissero di ajuto e reclutamento al nemico; 
rispetti gravi e veri, non dispregiati ne’ primi tem- 
pi di regno dallo stesso arrischioso Gioacchino. I 
reggimenti di Giuseppe si composero di uòmini 
tratti dalle carceri e dalle galere, o di perdonati 
del brigantaggio, o de’ ribaldi adunati dalla Po- 
lizia, o infine (e questa era la parte più pura ma 
piccola) de’ prigioni delle ultime guerre della Ca- 
labria; formavansi nelle piazze chiuse, s’impedi- 
va loro V uscirne, ed appena instrutte andavano 


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LIBRO SETTIMO — 1808-9 


103 


in lontane regioni. I due reggimenti di V éliti da- 
vano minor sospetto, perchè formati di gentiluo- 
mini, abborrenti così dal brigantaggio, come del 
fuggire in Sicilia, lasciando alle vendette della 
Polizia le famiglie. > 

Per le milizie civili nuova legge e difettiva. 


slegno lidio società ma del governo. Eppure la 
volontà e l’opera continua del re produssero che 
la milizia civile serviva, combatteva, acquistava 
uso e gloria di guerra. L’ultima invasione fran- 
cese nel regno di Napoli, e direi meglio nella 
Italia, differisce dalle passate,, pur* francesi o di 
altre genti, per alcune essenzialità, delle quali 
prima e maravigliosa è armare i popoli vinti, 
come non usano le conquiste; perchè a farlo si 
vuole proponimento di bene operare, pensiero 
di durabilità, o speranza di pubblico amore. 

IX. Ma tenui ed incerti mezzi di guerra non 
bastavano -a' bisogni ed alle ambizioni di Gioac- 
chino. Al cominciare dell’anno 1809 si magnifi- 
cavano i servigi e le ricompense de’ reggimenti 
napoletani che militavano in Spagna; si profon- 
devano lodi e doni ad ogni milite soldato o civi- 
co che nelle continue occasioni di guerra ester- 
na o di brigantaggio faceva impresa di valore; 
ne’ circoli di corte, ne’ discorsi del re, negli usi, 
nelle fogge, non si pregiavano che le cose e le 
sembianze militari. E dopo allettato in tanti modi, 
e lusingato il genio delle armi, si pubblicò la leg- 



ge della coscrizione. Ogni napoletano da’ 17 a 26 


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I 


104 LIBRO SETTIMO — 1809 

anni sarebbe scritto nel libro della milizia, dal 
«piale tirando a sorte due nomi per mille anime 
avrebbe 1 esercito diecimila giovani all’ anno: era- 
no esenti, per giovare alla popolazione, gli am- 
mogliati o gli unici; lo erano per pietà i figliuoli 
di donna vedova, sostegni delle famiglie; e, per 
mercede e ad impegno di studio, gli estimati ec- 
cellenti a qualche arte o scienza. Il servizio non 
aveva (ed era difetto ed ingiustizia) durata certa.. 

Quella legge spiacque al popolo pei oliò suo mal 
destino è il disgustarsi de' tributi e dell’ esercito, 
ricchezza e forza dello stato, mezzi di grandezza, ’ 
ili civiltà, d indipendenza. La città di Napoli, che 
aveva il vergognoso privilegio «li non dar uo- 
mini alla milizia, ij perde, come il perderono al- 
cuni ceti e famiglie. Più ingrandiva il disgusto al 

Ì >ensare che quei soldati servir dovessero gli am- 
nziosi disegni dell imperatore de’ francesi, com- 
battendo per causa che dicevano altrui, *in lon- 
tane regioni, fra pericoli e travagli più che della 
guerra, di genti barbare e climi nuovi. Il qual 
sentimento era scolpilo nel cuor di tutti, così che 
io stesso lo intesi dalla bocca del re quando la- 
mentavasi della sua dipendenza dalla Francia e 
del comandar duro del cognato; nè il dissuadeva 
o consolava il mio dire (perchè forse sembravagli 
adulazione ingegnosa), che le guerre dell’impe- 
rator Buonaparte erano per la civiltà nuova con- 
tro l’antica, e perciò di causa e d obbligo comu- 
ne agli stati nuovi. 

Pubblicata quella legge, ne cominciò l’adem- 
pimento. Altro distintivo di quel tempo era il far 
le cose di governo con l’impeto delle rivoluzioni. 


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LIBRO SETTIMO — 1809 105 

il qual difetto era spesso aggravato del cattivo in- 
gegno e lo zelo indiscreto delie minori autorità/ 
Si voleva , per ottenerne merito e premio, compier 

S resto la coscrizione nella provincia dall’ in len- 
ente, nel distretto dal sotto-intendente, nel co- 
.mune dal sindaco; e così, fra tanti stimoli, spesso 
le forme si trasandavano, vi erano ingiustizie, e 
apparivano maggiori; e i coscritti credendosi scelti 
non più dalla sorte, ma dall umana malizia, fug- 
. givano o si nascondevano: fuggitivi, erano chia- 
mati refrattari e perseguiti, la famiglia multata, i 
gcmtoi i puniti. Le quali piaiiclie inique serba- 
ronsi per alcuni anni, sino a tanto che il governo 
per miglior consiglio, ed i popoli per maggior 
pazienza cseguironole coscrizioni con modi one- 
sti e volontari. 

X. ìtvftti i soldati, si componevano in reggi- 
menti di tutte le armi, s’ingrandivano le fabbri- 
che militari, fondavansi nuove scuole, nuovi col- 
legi. La maggior spesa per la finanza era l’esercito; 
e poiché d anno in anno questo cresceva, giunsero 
a tale le strettezze dell erario che le taglie non ba- 
stavano; altre nuove se ne aggiunsero, le rendite 
delle comunità si usurparono ; ed infine gran 
parte de’ tesori di Gioacchino, fruito di guerra e 
di fortuna, fu spesa per l’esercito. E tanti dolori', 
tanto sl'oizo dello stalo e del re non producevano 
lo sperato e fletto, perchè Gioacchino disadatto 
allo studio de’ popoli, ignorante della storia di 
apolide d Italia, avendo lunga c sola esperienza 
de suoi, credeva gli uomini nostri, come i Fran- 
cesi, aver animo proclive alla milizia, tolleranza 
de travagli, stimolo e disio d’onore, intendimento . 


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106 LIBRO SETTIMO — 1 809 

pari al proprio stato. Per ciò, e perchè sperava 
che le blandizie del comando gli fruttassero l’a- 
mor de’ soldati, rilassò le discipline e riponeva la 
forza dell’esercito meno nella bontà che nel nu- 
mero delle squadre; continuò a tirar soldati dai 
condannati a pena e da prigioni; li imi va agl’in- 
nocenti coscritti; di tutti perdonava i falli, nascon- 
deva i difetti, secondava le voglie. Quella molti- 
tudine,, chiamata esercito, non era parte della 
società ma fazione nello stato; e Gioacchino, tra 
quella, non re ma capo. Erano i soldati di bello 
aspetto, bellameuic -restili, audaci, presuntuosi, 
animosi nelle venture; e sarieno stati obbedienti 
in ogni fortuna, se migliore fusse stata di Gioac- 
chino T indole ed il giudizio. La disciplina non è 
virtù dell’esercito, ma del capo; tutti i soggetti 
vi si piegano perchè sopra tutti i cuori la legge, 
la giustizia, le pene, le abitudini hanno possanza; 
u/i reggitore di eserciti severo a sè, severo agli 
altri, obbediente alle ordinanze, esigitore infles- 
sibile dell’altrui obbedienza, soldato ne’ travagli, 
imperatore al comando, non mai debole, non 
mai molle, è sicuro della obbedienza delle sue 
squadre. Ma tal non era Gioacchino. 

Delle milizie, in sì breve tempo di regno da 
lui composte, egli volle far mostra; e prescrisse 
che a ’ 20 di marzo, dì natale di lui e della regina, 
si distribuissero a’ nuovi reggimenti dell esercito 
ed alle legioni civiche le bandiere. 11 re per sua 
natura e per arte di regno amante di feste, pavo- 
neggiando della persona, del vestimento, del cor- 
teggio ricchissimo, credeva, con soperchia fidanza, 
. imprimere ne’popoli sentimento della sua potenza 


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• LIBRO SETTIMO — 1809 107 

e della sicurezza comune. Chiamò dalle province 
le scelte di legionari e di soldati ; fece alzare ma* 
gnifico trono nella più larga piazza della strada 
di Cliiaja; tutto preparò con orientale ingegno 
per la pompa. Marciavano intanto per il regno le 
compagnie di soldati col consueto militale con- 
tegno, e quelle de’ legionari a modo di bande ci- 
vili, spesate e festeggiate per comando del governo 
nelle comunità di passaggio, e liete fra tante ap- 
parenze di universale allegrezza. Giunte in Napoli 
alcun giorno prima del 2 5 di marzo, i legionari 
non albergarono ne’ duri quartieri de’ soldati, ma 
comodamente ne’ palagi de’ nobili, de’ ricchi e 
degli stessi regii ministri. E visto che un sol gior- 
no non bastava alle cerimonie di corte ed alle 
feste, che si chiamarono delle Bandiere, fu asse- 
gnato il dì 26 alle seconde. Nel qual giorno i reg- 
gimenti francesi e napoletani eli’ erano ih città, 
altri chiamati da Capua e da Salerno, dodicimila 
soldati schierarono nella strada di Chiaja; stando 
il re sul trono la regina con la famiglia, i mini- 
stri, i- grandi dell’esercito e della corte in sepa- 
rate lussureggianti tribune; alzato un altare alla 
diritta del trono, con sopra la croce e le ban- 
diere, e in seggiola ricchissima, con vesti e de- 
coro pontificale, il Cardinal Firrao. Le compagnie 
destinate a ricevere dalla mano del re le bandiere, 
stavano in punto. 

Cadeva stemperata pioggia, ma il militar con- 
tegno non sofferendo che fusse intoppo alla festa, 
il cardinale, al convenuto segno delle artiglierìe 
de forti e delle navi, a voce canora ed* intesa he- 
nedì le bandiere; e benedette, abbracciate a fascio. 


108 LIBRO SETTIMO — 1 809 • 

sotto la pioggia le recò al re, cbe le fece disporre 
in giro al tròno; e (piando per riceverle e giurar 
fede le compagnie, una dopo l’altra, si avvici- 
navano, il cielo serenò; che parve alla plebe au- 
gurio di futura felicità. Proseguì la festa: conviti, 
giuochi', spettacoli teatrali furono dati a’ legionari; 
e si coniò per memoria una medaglia di argento, 
che aveva nell’ una faccia l’effigie del re, nell'altra 
quattordici bandiere (quante erano le province) 
ordinate a trofeo , col molto : Sicurezza I ulema; ed 
attorno: alle Legioni Provinciali, il 26 di Mcv'zo 
del 1809. Le compagnie dopo ciò ritornarono 
alle province dove altre feste si fecero. 

XI. Le descritte apparenze di prosperità e di 
forza davano alla corte di Sicilia sdegno c timore, 
mentre i successi in Ispagna dell’ esercito francese 
sdegnavano ed intimidivano le genti nemiche 
della Francia. I)i là nuove alleanze, primi moti 
di guerra in Germania, e primi apparati di spe- 
dizione anglo-sicula contro il Regno, le quali 
cose secondo che importa al mio subielto de- 
scriverò. 11 dominio della Spagna, per inganni 
acquistato, non restò pacifico all imperatore dei 
.Francesi; ma scoppiarono tumulti e sconvolgi- 
menti in varii luoghi di quel regno, e poiché 
gl’inglesi infiammavano la superbia di quelle 
genti, e la sostenevano con armi e danaro, e poi 
navi e soldati, abbisognò a Buonaparte poderoso 
esercito per imprendercela conquista. Figli stesso 
se ne fece reggitore, i piu conti generali e due- 
centomila soldati lo seguivano. Marciò, così po- 
tente, sopfa Madrid, incontrò le schiere spagnuole 
e le oppresse; e sempre procedendo ed occupando 


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LIBRO SETTIMO — 1809 109 

paesi e luoghi forti, uccise nemici a migliaia, ne 
fece prigioni un maggior numero, ma la guerra 
ingrandiva. GF Inglesi, quarantamila soldati, sta- 
vano fortificati nel Portogallo e nella Galizia; 
Buonaparte era a Madrid, le sue schiere andava- 
no divise combattendo gli Spagnuoli, ed avendo 
per punto obbiettivo di guerra la città di Lisbona. 
Così al finire del 1808. 

A’ principi*! dell’ anno seguente una grossa 
schiera d’inglesi, combattendo in Galiziana Fran- 
cesi fu vinta e incalzata alla Corogna; altri Fran- 
cesi avanzavano sul Portogallo; gli Spagnuoli, 
dovunque incontrati, erano rotti; l'imperatore 
da Madrid era passato aYalladolid, gl Inglesi alla 
Corogna nuovamente battuti si riparavano sulle 
navi, la città si arrendeva : tutto andava in Ispa- 
gna prosperamente per la Francia. FI perciò la 
Inghilterra, visto il bisogno di- potentissima di- 
versione, impegnò F Austriaco a subita ostilità. 
Buonaparte, ciò saputo, tornò a 'Parigi, e richia- 
mate di Spagna le sue guardie, convitati i suoi 
alleati, cominciando trattali o finti o veri, si pre- 
parò ad altra guerra. Diversione per la Spagna 
era la guerra di Germania; di questa, le guerre 
eli Olanda, del Titolo, di Polonia e d’Italia; e di 
quella d’Italia, la guerra di Napoli. -Perciò da 
Lisbona a Flessinga, da Flessinga a Varsavia, da 
Varsavia all ultima Reggio, sollevate in armi tultc 
le genti d’Europa, due milioni di soldati combat- 
tevano, nè a modo barbaro ma ordinati e mossi 
dal senno. Non mai nel mondo tanti eserciti, 
tanti spazi, e battaglie e casi di guerra e di for- 
tuna un sol pensiero ha raccolti. 


I IO LIBRO SETTIMO — 1809 

XII. Primi a muovere (il io di aprile) furono 
i Tedeschi di Austria, guidati daLprincipe Carlo 
sul confine della Baviera; mentre altre schiere 
comandate dall’ arciduca Giovanni shoccavano in 
Italia per la via del Tagliamento; altre sotto l’ar- 
ciduca Ferdinando s’incamminavano per il gran 
ducato di Varsavia; ed altre, poche invero di 
numero, ma concitatrici di popoli, dirette dai 
generali Jellachicli e Chasteler solleverebbero in 
armi il Tirolo: qualtrocentoinila Austriaci move- 
vano tanta guerra. Incontro al principe Carlo si 
destinava Buon aparte con duecentomila soldati, 
metà confederati e Francesi; dovea far fronte in 
Italia il viceré con le schiere italo-franche, nel 
Tirolo il duca di Danzica con poche squadre 
francesi e bavare, ed in Polonia il principe Po- 
niatoski reggendo Polacchi e Francesi L’Olanda 
riposava: le due Sicilie, a vederle erano in calma, 
ma nell’isola il generale inglese Stewart e la re- 
gina Carolina preparavano navi e soldati; e Gioac- 
chino in Napoli ordinava le milizie, disponeva 
l’esercito ne’ campi ed in istanze opportune alle 
difese, dissimulava il sospetto di essere assaltato, 
simulava sicurezza e potenza. 

I primi passi furono a vantaggio delle armi 
austriache, perocché il principe Carlo invase parte 
della Baviera, e l’arciduca Ferdinando del ducato 
di' Varsavia; Jellachich e Chasteler cacciarono 
verso Italia le schiere bavaro-francesi, e levarono 
in armi il Tirolo; l’arciduca Giovanni spinse i 
presidii italo-franchi fuori della Carintia e della 
Stiria, procedè in Italia, occupò Verona. Le quali 
venture benché dipendenti dall’ impeto primo 


LIBRO SETTIMO— 1809 . Ili 

degli assalitori e dal necessario adunarsi degli 
assaliti, apparivano al comune degli uomini vit- 
torie finite dell’oste austriaca su la francese; 11 
governo di Napoli nascondeva per mal consigliata 
prudenza quegli avvenimenti, che la corte di Si- 
cilia esagerando divolgavaj-e perciò se in quel 
tempo la spedizione anglo-sicula scioglieva ual- 
l’ isola contro noi, più numero e più animo tro- 
vava ne’ suoi partigiani, più scoramento ne’ con- 
trarii. Ma dubbietà, lentezza, scambievoli sospetti 
tra i ministri di Sicilia e d’ Inghilterra ritardavano 
le mosse. E intanto l’imperatore Buonaparte che 
vedeva di si vasta guerra il capo in Baviera, vi 
accorse con le schiere francesi, le uni alle ale- 
manne confederate, ne formò un solo esercito, e 
in tre giorni movendolo pervenne, come per arti 
ei soleva, a combattere ne’ campi di Taun con 
superiorità di soldati. Dopo quella prima battaglia 
altre due ne vinse in Àbensberg ed Eckmùhl; 
combattè intorno a Ratisbona, espugnò la città, 
divise, disperse l’esercito nemico, e andò in gran 
possa sopra ^ ienna, che subito (a’ 12 di maggio 
del 1809) si arrese. Diede all’esercito breve ripo- 
so; e in quel tempo arrivarono nuove squadre, 
cd il resto della guerra dalle due parti si pre- 
parava. 

L’esercito austriaco in Italia, poi che intese le 
niaravigliose sventure di Baviera, mutò le condi- 
zioni di guerra, e, d’offensore, assalito, abban- 
donò "Verona, e imprese a ritirarsi verso Alema- 
gna per le vie di Klagenfurt e diGratz; raggiunto 
alla Piave fu vinto, eie sue ultime schiere sempre 
alle mani col nemico erano rotte ó sforzate, duro 




112 • LIBfcO SETTIMO — 1809 

destino di un esercito solamente inteso a ritirarsi. 
Ebbe più sicura stanza in Ungheria ponendosi 
in- linea con le schiere dal principe Carlo, nel 
tempo che l’esercito itaìo-franeo si conghmgeva 
sopra i monti dei Sommering all’ oste di Buona- 
parte. ■ ' • * 

• Più ratte, più gravi furono le sventure austria- 
che nel Tiroto; perciocché, udite le sorti della 
■vicina Baviera, i popolari armamenti, variabili 
col variar di fortuna, si sciolsero; Jellachich e 
Chasteller, con poche schiere ritirandosi verso la 
bassa Ungheria, inseguiti dal duca di Danzica, e 
in ogni scontro disfatti, s’ imbatte rono nella van- 
guardia italiana, e disordinatamente in picciol 
numero salvaronsi. Nella Polonia si combatteva, 
si facevano trattati di tregua, si volteggiava dalle 
due parti, si dilungava la guerra, per prudenza 
comune del Fonia towski e dell’arciduca Ferdi- 
nando, quegli manco forte di questo ch’era di- 
sanimato da casi di Baviera e di Vienna, 
i I descritti fatti di Germania erano raccontati 
ed amplificati tra noi, aggiungendosi alle solite 
millanterìe degli eserciti la provvidenza del go- 
verno che attendeva in tutti i modi a raffrenare 
i Borboniani, inanimire i suoi, frastornare o trat- 
tenere la già pronta spedizione anglo-sicula. Ed 
in quel tempo giunse decreto deU’imperator Na- 
poleone, da Vienna, col quale spogliava il papa 
delle temporali potestà, univa gli stati pontificai 
alla Francia, dichiarava la città di Roma libera, 
imperiale; provvedeva al mantenimento non lar- 
go nè scarso del pontefice, rimasto capo del sa- 
cerdozio. 11 carico di mutazioni sì grandi era dato 


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LIBRO SETTICO —1809 113 

al re Gioacchino: una Giunta , di cui parte il ge- 
nerai francese Miollis e ’1 ministro di Napoli Sa- 
liceti , adunata in Roma , diede principio al cambia- 
mento; il papa si chiuse ed afforzò nel Quirinale, 
il popolo di Roma pareva che godesse di quelle 
novità, perchè i rattristati dissimulavano la me- 
stizia. Poscia il pontefice scrisse e pubblicò la 
bolla di scomunica contro fautore e i ministri 
dello spoglio: e intanto, benché il papato fusse 
ancora in credito presso de’ popoli, la scomunica 
non offendeva; lo spoglio giovava agli stati nuovi 
.col dimostrarsi lenaci al proponimento di civiltà, 
e spregiatori di ogni odio che nascesse da plebea 
ignoranza. Dipoi quell’ uso di ragionevole potenza 
trascorse in abbonita tirannide per la miserevole 
prigionia del pontefice, iniqua per anco in poli- 
tica perchè stolta. 

Erano dunque al mezzo dell’anno 1809 tutte 
le cose favorevoli al governo di Murat ed alla pos- 
sanza dello imperatore Napoleone, quando. Fu 
di giugno, il telegrafo della Calabria annunziò la 
spedizione anglo-sicula, forte d’innumerevoli 
navi da guerra e da trasporto, salpate dall isole 
Eolie, e poco innanzi da’ porti di Palermo e Me- 
lazzo. ' • 

XIII. Erano state incerte e formidabili le prime 
nuove; ma dipoi, meglio vista l’armata, lo stesso 
telegrafo riferì navigare i mari della Calabria ses- 
santa legni da guerra di ogni grandezza, e due- 
cento 6ei da trasporto; apparire dalle bandiere 
esservi imbarcata persona reale ed ammiragli ed 
altri personaggi di grado, e vedersi la piazza dì 
ogni nave popolata di soldati inglesi e siciliani. 

Collctta, T. III. , 8 


114 ' LIBRO SETTIMO— 1809 

Per i quali segni e per le relazioni avute innanzi, 
il governo di Napoli sapeva che per nome il prin- 
cipe reale di Sicilia don Leopoldo, e per fatto il 

f enerale inglese Steward comandava quella spe- 
izione, la quale sopra i numerati legni tra- 
sportava quattordicimila soldati da ordinanza, e 
generali di esercito e di armata, e personaggi 
moltissimi per opere o consiglio atti alla guerra 
ed alle fazioni civili, e per tino i giudici di un 
tribunale di stato, gli stessi malamente noti per 
la trista istoria del 99. 

Poco appresso uscirono del porlo di Messina . 
due novelle spedizioni, delle quali una disbarcò 
nel golfo di Gioia quattrocento briganti e soldati, 
l’altra nella marina tra Reggio e l’alme tremila 
soldati e non pochi briganti. E quei soldati di 
Gioia uniti agli altri di Palme posero il campo 
sopra i monti della Melia (ùltimi degli Apennini), 
ed impresero l’assedio di Sedia, mentre i bri- 
ganti si dispersero tra boschi e ne mal guardati 
paesi, concitando i creduli e i tristi, uccidendo, 
rubando, distruggendo in mille modi. E nel tem- 
po stesso tre flotte sicule-inglesi correvano intorno 
alle coste de tre mari Adriatico, Ionio, Tirreno, 
che per tre lati cingono il Regno, minacciando i 
luoghi forti, assaltando i deboli, lasciando a terra 
editti e briganti, e perciò inviti e mezzi alle ri- 
• beliioni. Era di tanta mole di contese principal 
motivo, come ho detto innanzi, far diversione 
alle guerre maggiori d’Italia e di Alemagna; ma 
pure altre cagioni movevano la corte di Sicilia e 
i partigiani suoi: speranza di regno, cupidità di 
punire, di bottino e vendette. 


LIBRO SETTIMO — 1809 115 

XIV. Dalla nostra parte tutte le difese si pre- 
paravano, tutte le milizie si mossero. Gioacchi- 
no, di natura operoso ed or viepiù per interessi 
gravi e propri, spediva comandi, provvedimenti, 
consigli ; recavasi di persona nei campi, nei quar- 
tieri, alle marine; ordinò per custodia della città 
la milizia urbana, che chiamò di Volontari-scel- 
ti, alla quale si ascrissero in breve tempo, per 
difesa comune e per desiderio di piacere al re, i 
magistrati, i nobili, gli uffiziali del governo, i 
potenti per nome o per ricchezza; richiamò da 
Roma il ministro Saliceti, sperimentato istromen- 
to di polizia, e per bisogno, non per affetto, gli 
concesse l’antica potenza. Le schiere si adunaro- 
no in tre campi, uno a Monteleone di quattro 
mila soldati, altro in Lagonegro di milaseicento, 
il terzo di undicimila in Napoli e nei dintorni: 
erano meno di diciaselte migliaja i combattenti 
per Murat; avendone poco innanzi mandate in 
Roma altre sei migliaja per operare i politici cam- 
biamenti dei quali ho discorso, e stando altri 
reggimenti nel Tirolo e in Ispagna. Procuravano 
la tranquillità interna del reame le milizie pro- 
vinciali e la fortuna; guardavano la città i Volon- 
tari-scelti; presidiavano le fortezze pochi e i meno 
validi soldati dell esercito. Ma tante agitazioni co- 
priva apparenza di calma; e sì che vede vasi il re 
sempre lieto fra popolani, la regina coi figli al 
pubblico passeggio ed ai teatri, le spese di lusso 
accresciute; i magistrati, gli offizii, il Consiglio 
di stato agli ordinari negozii; gli alti e i decreti 
del governo come dei tempi di pace e di sicurezza. 

L armata nemica procedeva, sbarcando nei 


I IG LIBRO SETTIMO — 1809 

luoghi meno guardati delfa marina pochi soldati, 
non pochi briganti; questi per correre il paese, 
quelli per tenersi accampati alcune ore, e tornar 
volontari o scacciati alle navi. Cosi lentamente 
navigando per dieci giorni giunse alle acque di 
Napoli, e spiegò a pompa, di rincontro alla città, 
le vele; delle quali, per il gran numero de’legni 
e per lo studio a schierarli, pareva il golfo co- 
perto. Così restò per due giorni, -e nel terzo as- 
saltò Crocida ed Ischia, meno per disegno di 
guerra che per curare gl’infermi e dar ristoro ai 
cavalli: Procida si arrese alle prime minacce, 
Ischia fece debole resistenza; pochi soldati che 
guardavano quelle due isole, andarono prigioni 
nella Sicilia. 

Nei seguenti giorni quei legni rimasero nelle 
posizioni stesse oziosi, onde 1 immenso popolo 
della città, che al primo apparire della flotta sbi- 
gottì, oramai stava a rimirarla come spettacolo. 
Pochi fanti, più cavalieri guardavano la spiaggia 
da Portici a Cuma; alcuni battaglioni custodiva- 
no il colle di Posilipo; il resto dell’esercito ac- 
campava sul poggio di Capodimonte. Nè vi era 
altra guerra se Gioacchino per mal pesato con- 
siglio e per genio de’ combattimenti non avesse 
chiamata in Napoli da Gaeta, dove slava ancorata 
e sicura, la sua piccola armata, che di una fregata, 
ama corvetta e trentotto barche cannoniere si com- 
poneva. Obbediente al comando salpò le àncore 
il capitano di fregata Bausan, e navigando nella 
notte parte attraversò dell’armata nemica, coper- 
to meno dalle tenebre che dalla incredibile te- 
merità della impresa. Spuntò presto il giorno: 


LIBRO SETTIMO — 1809 117 

furono quel legni osservati perocché andavano a 
bandiera spiegata, e subito molte navi nemiche 
si mossero, sicure della preda, combattendo dieci 
contro uno; ma la vittoria non fu certa, nè facile, 
nè allegra. Imperocché i Napoletani, che (per aver 
soccorso dalle batterie della costa , e , nei casi 
estremi, rifugio .in terra) radevano il lido, per- 
vennero al mare di Miliscola, su l’arena del quale 
ergcsi antica batteria di cannoni e mortaci; ed ivi 
per due ore dalle due parti animosamente guer- 
reggiando, otto delle nostre barche affondarono, 
cinque furono predate, diciotto tirate a terra, e, 
disposte a battaglia, immobili combattevano; le 
altre sette barche e i due legni maggiori, mala- 
mente danneggiati, presero asilo nel porto <li 
baia. Il nemico perdè due barche sommerse, un 
maggior legno brucialo, e soffrì guasti c morti 
non poche. 

La fregata e corvetta napoletana ristoravano in 
fretta i loro danni, mentre il nemico mutava gli 
sdruciti legni; ed in quel mezzo il capitano Bau- 
san, vedendo che durava il comando del re, gio- 
vandosi del vento che per fortuna si alzò propi- 
zio, uscì dal porto con le due navi, e volse le 
prore a Napoli: le quali mosse parvero al nemico 
audacia non già ma stoltezza o fatalità di perdila 
estrema. Molti legni di varia grandezza assaltaro- 
no quei due che sempre combattendo navigavano 
sforzatamente; e alfine, superata la punta di terra 
detta di Posilipo, la guerra sino allora udita per 
romor di cannoni fu anche vista dalla città. Il 
aveva assistito la mattina ai fatti di Miliscola, e 
nel tragitto del giorno crasi mostrato, come po- 


118 LIBRO SETTIMO— 1809 

leva, su le marine ad incorar gli equipaggi con 
l’aspetto e la voce: la regina e le sue figliuole an- 
darono a passeggio nella strada di Chiaja incontro 
al combattimento, dove giunger potevano le ne- 
miche offese: l’animoso esempio fu comando ai 
cortigiani, stimolo agl'impiegati, e subito l’ imi- 
tarlo ambizione e moda alla moltitudine; sì che 
la strada, come a giorno di festa, s’ingomberò di 
genti e di carrozze. Calche più grandi erano in 
molli luoghi della città donde scoprivano il mare, 
e vedevano ad occhio nudo i danni e le morti 
sopra le due nostre navi; le quali avendo gli al- 
beri maggiori rotti e rovesciati, spezzate le funi, 
forate in cento parti le vele, procedevano lenta- 
mente, come pompa funebre osservata e com- 
pianta dal popolo. 

Ed alfine, al dechinare del sole entrarono in 
porto mentre le navi nemiche, offese dalle no- 
stre batterie, si slargavano; e cessato il combat- 
tere, grido festivo si alzò da varie parti della città : 
che i più schivi alle nuove cose, i più nemici di 
JNurat, i più amici dei Borboni, pure in quel 
giorno palpitarono di pietà di patria e di onore. 
ÌVon appieno finito il combattimento il re andò 
sopra i due legni, fece lode pietosa dei morti, 
giuliva dei presenti, e diede promesse, adempite 
nel seguente giorno, di prendi e doni. Le due navi 
rimasero invalide al navigare; furono molti i 
morti della nostra parte, ed al doppio i feriti, nè 
leggiero il danno degli Anglo-Siculi. 

1 quali tornarono all’ usata pigrizia; ed il re, che 
sino allora aveva comandato al generale Partoun- 
neaux di non muovere da Monteleone, mutato 


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LIBRO SETTIMO — 1809 1 19 

consiglio, impose di assaltare il nemico e scac- 
ciarlo dalle Calabrie. Marciava il generale, ma 
prima che giungesse in Scilla e Melia gli Anglo- 
Siculi, levando a furia l’assedio e’1 campo, ab- 
bandonarono artiglierie, altre armi, attrezzi, qspe- 
dali e cavalli. Pochi giorni appresso, intesa la 
battaglia di Wagram, i prodigiosi fatti della Ger- 
mania e l’armistizio tra la Francia e l’Austria 
fermato in Znaim, il nemico smurò i forti e le 
batterie di Procida ed Ischia, rimbarcò le genti, 
abbandonò le isole, richiamò per segni le altre 
sue navi che. scorrevano lungo i nostri lidi, e 
tornò ai porti della Sicilia e di Malta. Fu questo 
il fine di una spedizione pomposamente annifn- 
ziata , minaccevole agli atti, pigra alle opere. 

XV. Terminata la guerra esterna si accese la 
interna, vasta quanto non mai ed orrenda. I bri- 
ganti lasciati sopra terra nemica non avevano al- 
tra salute che vincere; e per la simultanea loro 
entrala in tutte le province del Regno, fu gene- 
rale l’incendio. Quando le milizie assoldate erano 
state nei campi, e le civili a difesa della città, i 
briganti avevano dominato spietatamente nella 
campagna; e perciò liberi e fortunati per due 
mesi, crebbero di numero e di ardire: formati in 
grosse bande sotto capi ferocissimi, una entrò in 
Crichi, paese di Calabria, e dopo immensa rapi- 
na, fuggiti quei che per età robusta potevano dar 
sospetto di resistenza, vi uccise quanti vi trovò, 
vecchi, infermi, fanciulli, trentotto di numero, 
tra’ quali nove bambini di tenerissima età. In Ba- 
silicata altra banda assediò nel suo palagio il ba- 
rone Labriola, che alfine, vinto dalla fame, si 


Ì20 LIBRO SETTIMO — 1809 

arrese* e dopo patto di vita e di libertà egli e la 
sua famiglia (sette di ogni età* di ogni sesso) fu- 
rono trucidati. Sul confine tra Basilicata e Saler- 
no milatrecento briganti, dei quali quattrocento 
a cavallo, campeggiavano apertamente; e non più 
fuggitivi come innanzi, ma sicuri, entravano nei 
paesi grandi e popolosi. In una imboscata di que- 
sta banda, nelle strette del Marmo, s’imbattè il 
giovine generale de Gambs, che per velocità del 
suo cavallo uscì del bosco: ma viaggiando dietro 
lui donna ch’egli amavate che avea fatta madre 
di due figliuoli, al vedere sè libero e colei nel 
pericolo, ritornò al soccorso, e prima di raggiun- 
gerla fu ucciso. In Puglia altro capo di briganti, 
ricordando la credulità di quei popoli e Te rife- 
rite fortune del Corbara nel 1799? si finse il prin- . 
cipe Francesco Borbone, compose una corte, e 
con pompa regia taglieggiava, rapinava, e sola- 
mente astenevasi dal sangue per meglio accredi- 
tare con la clemenza la regai condizione. Fra i 
delitti di brigantaggio e quelli clic dal brigantag- 
gio derivavano, il censo giudiziario del regno nu- 
merò in quell’anno, 1809, trentatremila viola- 
zioni delle leggi. 

•Sconvolgimenti sì grandi si operavano sotto il 
nome del duca d’Àscoli, del principe di Canosa, 
del marchese della Schiava e di altri primari cor- 
tigiani del re di Sicilia, ed avevano incitatori e 
seguaci molti già fuggiti coi Borboni. Avvegnac- 
hé nei disegni di quella guerra, e nelle opinioni 
e discorsi della corte borbonica, il brigantaggio, 
tenuto mezzo legittimo e chiamato voto e fedeltà 
di popolo, non faceva ribrezzo ai Borboniani più 


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LIBRO SETTIMO — 1809 . ; I2l 

onesti. Ma il re Gioacchino che ne giudicava per 
le opere, furti, assassina, rovine, e niente di sa- 
cro, di nobile, di grande; non popolo mosso, co- 
munque barbaramente qual nel 1799, a sostegno 
de’ propri diritti, o di opinioni che sono dritti 
nei popoli, ma plebe armata, ladra, omicida; fu 

f ireso da tanto sdegno e vendetta che dettò tre 
eggi degne di ricordanza. 

Jlamentata l'ostinatezza dei fuorusciti a com- 
battere con modi atroci contro la patria, e V es- 
sersi accompagnati ad esercito straniero, e l’avere 
alcuni mosso, altri seguito il brigantaggio, pre- 
scrisse che i beni liberi di quelle genti fossero 
confiscati, e parte data in ricompensa ai danneg- 
giati, parte in premio ai più zelanti seguaci del 
governo, il resto venduto a benefizio della finan- 
za: con modi tanto celeri e larghi che apparisse 
il governo sdegnoso, non avido, ed ai suoi ma- 
gnifico. 

Con altra legge invitò i Napoletani che milita- 
vano per il re Borbone a disertare quelle ban- 
diere e venire in patria, ove avrebbero, come più 
bramassero, il ritiro dal servizio, e lo stesso gra- 
do che lasciavano nell’esercito di Sicilia, e mi- 
glior fortuna, ed onorato combattere perla terra 
natale. A colobi che, schivi all’invito, cadessero 
prigioni, minacciava come a ribelli la mortel Ma 
lo dico ad onore de^li uffiziali borbonici e di 
Gioacchino, non alcuno tra loro per lusinghe o 
•minacce disertò, nò i prigioni ebbero altra pena 
che le consuete molestie della prigionia militare. 

Una terza legge prescrisse che in ogni provini 
eia, per cura odi comandante militare e dell’ina 


1 


122 ; LIBRO SETTIMO— 1809 

tendente, si facesse lista dei briganti, chiamati ’ 
dopo allora Fuorgiudicati; si affiggesse nei pub- 
blici luoghi di ogni comune; si desse ad ogni cit- 
tadino facoltà di ucciderli o arrestarli; arrestati, 
si giudicassero dalle Commissioni militari con le 
consuete celeri forme: egual pena di morte aves- 
sero i promotori e sostenitori del brigantaggio, 
benché non inclusi nelle liste, e questi in appa- 
renza vivendo nelle città; s’incarcerassero le fa- 
miglie dei capi o dei più conti delle bande; èd 
infine, dei briganti dannati a morte s incameras- 
sero i beni. Formate le liste si vidde maggiore di *. 
quel che credevasi la mole del brigantaggio; ed 
era fortuna che le bande non avessero accordo, 
nè simultaneità di opere, nè unità di obbietlo, e 
senza ordini guerreggiassero e senza regole: con- 
dizioni necessarie a gente awenticce, per malva- «. . 
gita radunate. 

La Polizia ritornata in potenza e rianimati i 
già depressi suoi ministri, ripigliò le antiche pra- 
tiche. A sua dimanda fu fatta altra legge che im- 
poneva alle comunità la compensazione dei furti 
e danni arrecali nel territorio dal brigantaggio; 
e poiché le comunità popolose e ricche potevano 
tener lontani i briganti, quella rigidezza colpiva 
le più misere. La facoltà d’incarcerare le famiglie 
dei -fuorgiudicati produsse miserevoli arresti di 
vecchi padri, vecchie madri, innocenti sorelle, 
giovani figliuoli; ma si aveva almeno alle crudeltà 
la certa guida del parentado: la facoltà d’incar- 
cerare i promotori e gli aderenti, vaga, arbitra- 
ria, facile agli errori ed agl’inganni, produsse 
Hjali smisurati ed universale spavento. Tal ri- 


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LIBRO SETTIMO — 1809 123 

nacque il rigore, che se la benignità del re non 
avesse temperata in molti casi l’ asprezza delle sue 
leggi; o se gli afflitti non fossero stati ultima ple- 
be, di cui sono bassi non sentiti i lamenti, quel 
tempo del regno di Gioacchino avrebbe pareg- 
giato in atrocità e mala fama i più miseri tempi 
di Giuseppe. 

Le milizie, levati i campi, spartite nelle pro- 
vince, a mala pena tenevano fronte ai briganti. 
Quattro compagnie francesi, cinquecento soldati, 
rotte in Campotanese, furono sforzate a ritirarsi: 
altra squadra di quarantotto uomini, accerchiata 
tra i monti di Laurenzana, fatta prigiona e tru- 
cidala: il comune di San Gregorio, guardato da 
quattrocento soldati tra Napoletani e Francesi, 
assalito e preso. Potenza, capo di provincia, in- 
vestita e non espugnata perchè chiusa di mura ed 
a tempo soccorsa. Così triste furono le cose in- 
terne nella estate dell’anno 1809 P er e ff etto della 
spedizione anglo-sicula : dipoi minoit) il brigan- 
taggio dai combattimenti e dai perdoni, ma non 
fu spento, come dirò a suo luogo, se non al finire 
del 1810. 

XVII. Le riferite sventure attristavano le pro- 
vince, dapoichè nella città il contento de’ supe- 
rati pericoli, lo splendore della corte, e la festa 
che si apprestava per il dì natale del! imperatore 
Napoleone davano a’ riguardanti la immagine di 
felicità pubblica. E quindi in Europa la doppia 
fama sul regno di Gioacchino, laudato dagli uni 
che solo miravano la reggia e la città, biasimato 
dagli altri che visitavano le province. Giunse il 
dì i 5 agosto, e mentre si preparavano le ceri- 



I2t LIBRO SETTIMO — 1809 

monie potente flotta nemica facendo vela sopva 
la città navigava nel golfo, ma nulla mutando 
alle cose, si aggiunse il presto armarsi delle no- 
stre navi e delle batterie del porto. Alle tre ore 
dopo il mezzo giorno i legni nemici schierati a 
battaglia lanciarono sopra la città le prime offese, 
e la nostra armata poco forte, ma soccorsa dal 
lido, avendo gli alberi eie vele ornate e colorate 
a festa, andò incontro al nemico, guidata da 
Gioacchino sopra nave ricchissima, vestito (e fu 
la sola volta in sette anni di regno) da grande 
ammiraglio dell’ Impero. Si combatteva dalle due 
parti, ed intanto nella bellissima riviera di Chiaja 
disponevansi a mostra i reggimenti della guer- 
nigione, ed al romor del combattimento echeg- 

? lavano le salve dei castelli ed i suoni festivi dei- 
esercito insino alla sera quando il nemico, nessun 
danno avuto e nessuno arrecatone, pre^e il largo. 
Non mai ho visto* in tante felicità di regno e di 
reggia lieto* il re quanto in quel giorno, perocché 
la fortuna tutti appagava i suoi desiderii, guerra, 
pompa, gloria, e lui solo spettacolo d’immenso 
popolo ammiratore. 

XVIII. Egli ne’ mesi che restavano di quel- 
l’anno levò altri reggimenti di fanti e cavalieri, 
ordinò l’ artiglieria ed il Genio, regolò le ammi- 
nistrazioni militari, poco allontanandosi (e lo 
allontanarsi benché poco fu errore) dagli ordi- 
namenti francesi; avvegnaché l’esercito napole- 
tano facendo parte della confederazione degli 
stati nuovi, ed avendo spesso a combattere, vi- 
vere, provvedersi tra schiere di estere nazioni, 
doveva con gli eserciti compagni, francesi, belgi. 


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LIBRO SETTIMO — 1809 125 

polacchi, aver ordini e leggi comuni. Di questa 

E ritta uniformità si lamentava la presontuosa 
, e le dava odioso nome dj servitù, non ve- 
dendo ch'era mezzo presente alla tanto bramata 
italica unione, e germe di futura indipendenza. 

Ordinò l’armata marittima spinto dal suo genio 
per le militari cose, e dal patto fermato con l’im- 
peratore Napoleone di costruire in un certo tempo 
quattro vascelli e sei fregate. Come la coscrizione 
per l’esercito, fu l’ascrizione per l’ armata ; si 
providde con tre leggi alla guerra marittima, alle 
amministrazioni, alle costruzioni, e per queste 
ultime si presero i modelli francesi, non forse 

S erfelti e capaci di miglioramento ; ma era divieto 
i Buonapate il variare, benché migliorando, le 
costruzioni dei legni da guerra, perocché ante- 
poneva, e saggiamente, ad ogni altra cosala uni- 
formità nel cammino, nella manovra e nel com- 
battere. 

XIX. Fu regolata l’ amministrazione delle co- 
munità, soggettandola troppo a’ ministri del re. 
Era invero sì rilassata ne’ passati tempi che a reg- 
gerla si voleva freno di leggi e braccio di governo , 
ma faceva spavento l’uso del potere perchè te- 
mevasi che trascorresse in abuso, e trascorse^. 

Proseguendo le provvidenze della commissione 
feudale, si preparò la ripartizione fra cittadini 
dei beni de’ feudi. 

Fu curata la istruzione pubblica, nuove catte- 
dre aggiunte alle antiche ed eretti licei e scuole, 
decretate da Giuseppe. Ed anzi tanto in meglio 
furono variale quelle leggi che la pubblica istru- 
zione del Regno debbe credersi opera di Gioao- 



126 LIBRO SETTIMO — 1809 

chino più che eli altro re. Ai vescovi si vietò di 
stampare, e in ognf modo di pubblicare editti e 
pastorali senza permissione del re; dura dipen- 
denza a chi, libero sino allora, usava imporre 
ceppi alle altrui libertà. 

Si sciolsero lutti gli ordini monastici possi- 
denti ( duecentotredici. conventi di frati e mona- 
che), si lasciarono i cercanti; durava il genio e 
l’avarizia finanziera. 

Ma fra tanti ordinamenti non si fece motto del- 
lo statuto di Bajona, benché patto di sovrani- 
tà, Gioacchino abborrendo per fino le immagini 
delle nazionali rappresentanze, e non richieden- 
done l’adempimento i Napoletani, sebben que- 
ruli, proclivi a’ tumulti ed agl’impeti delle rivo- 
luzioni più che al tardo e sicuro procedere di 
politico miglioramento. 

XX. Pareva finita la guerra, fuorché in Ispa- 
gna, allorché s’intese potentissima spedizione di 
navi e soldati uscita da’ porti della Inghilterra, 
minacciare la Olanda ed Anversa. Era questa, 
come ho detto innanzi, una delle preparate di- 
versioni alla guerra di Germania; ma che operò 
ventiquattro giorni dopo la battaglia diWagram, 
diciotto dopo l’armistizio di Znaim, quattro mesi 
più tardi del bisogno. E frattanto prese Walclie- 
ren, espugnò Flessinga, predò, distrusse molti 
vascelli olandesi, fece immenso danno, immenso 
ne’ patì; pochi uomini dalle due parti furono 
smorti in guerra, molti degl’inglesi per morbo, 
e dopo ottanta giorni di travagli la spedizione 
ritornò menomata, sbattuta, senza gloria, e sola- 
mente cagione di lacrime e di spese. 



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LIBRO SETTIMO — 1809 127 

Le quali cose, lontane di luogo e d’importanza, 
erano.da’ Napoletani freddamente intese; ma non 
così del trattato di pace tra 1 Austria e la Fran- 
cia, fermato a Vienna il i 4 di ottobre del i8og, 
pubblicato con feste civili ne’ comuni del Regno, 
e sacre cerimonie nelle chiese. Di già quel nostro 
politico reggimento contava numerosi partigiani; 
nè più per opinioni o speranze, ma per interessi 
e persuasioni, onde piacque l’ indebolimento della 
monarchia austriaca, l’ingrandimento degli stati 
nuovr, il riconoscimento di alcuni principii che 
poco innanzi si dicevano rivoluzione. Aggiunta la 
Toscana alla Francia, come già gli stati di Parma 
ei dominii del papa, l’impero francese aveva 
termine a Portella. Questi stati italo-franchi, ri- 
dotti ad estreme province, lontani dalla sede del 
governo, sforzati a ricevere leggi di popolo stra- 
niero, giustamente si querelavano. Ma d’altra 
parte pensando che per quelle novità l’ Italia tutta 
aveva comuni, esercito, leggi, interessi, speranze,^ 
che per cose non per nomi si legano i popoli, 
che vano e dannevole è il confonderli se i biso- 
gni sono discordi, e che il lasciar Roma e To- 
scana quali erano innanzi, ovvero ordinarle a 
regni indipendenti o anche incorporarle a’ già 
ordinati regni d’Italia, faceva ostacolo, o meno (a 
mio credere) conferiva alla futura italiana unione: 
pensando a ciò, le molestie degl’ Italo-Francesi 
potevano in alcun modo consolarsi col prospetto 
di più bello avvenire. E dirò concetto forse bia- 
simato, ma pur vero; se la intolleranza della ser- 
vitù è un supplicio presente, ma un bene certo 
e futuro de’ popoli, déssa nel 182 5 (anno in cui 


128 LIBRO SETTIMO — 1809 

scrivo) viene agl’italiani dal dominio diJ3uona- 
parte, arbitrario, violento, ma pieno di eletti e 
di speranze. 

XXI. In quel mezzo partirono prima il re, poi 
la regina verso Parigi, e credevasi per onorare 
il ritorno dell’ imperatore Napoleone da guerra 
felicissima. 11 re si fermò a Roma per rassegnare 
le schiere francesi e napoletane che presidiavano* 
la città, e visitare caste! Sant’Angelo e Civita Vec- 
chia; da signore fu accolto e diè comandi, pro- 
seguì il cammino per Francia. Arrivò a Parigi al 
linir di novembre, poi la regina, già essendovi 
gli altri re o principi del parentado di Buonaparte, 
fuorché Luciano nemico e Giuseppe guerreggiante 
in Ispagna; tutti adunati da Napoleone per grave 
caso di famiglia, lo scioglimento del matrimonio 
con la imperatrice, voluto da lui, diceva, per ra- 
gioni di stato, assentito da Giuseppina in sagri- 
iizio alla Francia, approvalo (sia per adulazione 

0 per senno) da quasi tutti gli adunali parenti e 
‘dallo stesso viceré d’Italia figlio di colei che ri- 
pudiavasi, disapprovato dal solo Gioacchino; il 
senato riconobbe il divorzio e il legittimò. Restò 
libera, mesta, scontenta la Giuseppina; libero an- 
ch’egli restò Buonaparte, gravato del futuro, e 
correndo col pensiero tutte le reggie europee. 

Nello stesso congresso di famiglia, proposte' 
per ispose a Buonaparte varie principesse, egli 
inclinava ad una della casa d’Austria perchè la 
piò regia in Europa; inclinava Gioacchino ad al- 
tra della casa di Russia perchè la più potente; ma 

1 pareri degli astanti seguirono il desiderio del- 
1 imperatore, c l’arciduchessa Maria Luisa figlia 
di F rancesco I fu scelta. Si tenne il volo secreto. 


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LIBRO SETTIMO — 1809 129 

XXII. Il re stava in Francia quando le isole (li 
Ponza e Ventotenc da soldati napoletani e dal 
principe di Canosa che li reggeva furono abban- 
donate, non per alcun timore o sospetto, ma per- 
chè le fortune di Francia e ili INapoli non varie- 
rebbero per maneggi di polizia, ed era di troppo 
peso alla stretta siciliana finanza il dominio di 
quei due scogli. Trenta navi trasportavano in Pa- 
lermo uomini, armi ed attrezzi di guerra; ma 
da furiosa tempesta combattute, qualcuna naufra- 
gò, molte presero necessario ed infelice ricovero 
ne’ nostri porti o spiagge, poche pervennero in 
Sicilia, e su queste il Canosa. 

XXIII. E tuttora assente il re, il ministro di 
polizia Cristoforo Saliceti per morbo violentissi- 
mo trapassò di anni cinquantatrò, di fama varia, 
essendo stalo istromenlo potentissimo di libertà, 
ed al cangiar delle sorti astuto ministro de’ re 
nuovi, mansueto in famiglia e buon padre, be- 
nevolo agli amici, de’ nemici oppressore, de’ par- 
tigiani suoi o tristi o buoni sostenitore potente, 
alle opere di stato ingegnosissimo, delle scienze e 
degli scenziati poco amante, e delle altrui virtù 
(per troppa e mala conoscenza degli uomini) mi- 
scredente. Si disse morto di veleno, accreditando 
la voce i sintomi del morbo. Faccettato convito 
da un nemico, e la propria potenza; ma poi fu 
visto che di tifo maligno mori. Ebbe sepoltura 
nella fossa gentilizia della casa Torcila, Io che 
sarà cagione di pietoso racconto in altro libro di 
queste istorie. 

XXIV. Rimasta in Francia la regina, tornò il 
ré, e si volse alle cure di stato. Fondò in ogni 
Colletta, T . III . . 9 


130 LIBRO SETTIMO — 1809 

provincia una società di agricoltura, le assegnò 
terreno per gli esperimenti e per vivaio di utili 
piante, aprì scuole agrarie, diede premii e più 
vaste promesse agl’inventori di macchine o pro- 
cessi giovevoli all’ agricoltura , coordinò le società 
agrarie delle province col giardino delle piante 
in Napoli, al quale fece dono di ventiquattro mog- 
gia di terra, allato al Reclusorio) e comandò che 
vi si alzasse vasto e bello edilìzio per conserva di 
piante, ed esperienze, ed insegnamenti botanici; 
però in cento modi giovò all’agricoltura, base 
per noi di nazionale ricchezza, quasi abbandonata 
ne’ passati tempi alle naturali liberalità della terra 
e del cielo, non più baslevoli or che in Europa, 
per sola umana industria, danno copiosi prodotti 
i suoli più macri sotto clima più ingrato. 

A molti comuni si concessero mercati liberi e 
bere, giovamenti al commercio dov’è lento, dan- 
ni o inutilità dov’è in fiore. In tutte le comunità 
si fondarono le scuole primarie. I tributi tornaro- 
no più comportabili non per minorazione ma per 
miglior ordine ; anzi nuova legge improvvida, ava- 
ra, proibì la fabbricazione del tabacco. Le cose 
dell’esercito, soldati, armi, vestimenti, stanze, 
fortezze, procedevano in meglio; la disciplina 
peggiorava. Per leggiera cagione alcuni soldati 
calabresi ed altri delle guardie si azzuffarono, e 
subito la privata contesa eccedè in tumulto, ed 
indi a poco in ribellione; perciocché i due reggi- 
menti presero le armi contumacemente, e dispo- 
sti a guerra in mezzo alla popolosa città di Napoli, 
con pericolo di molti ed universale spavento, ti- 
rarono archibugiate, sì che parecchi dalle due 


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LIBRO SETTDIO — 1809-10 131 

parti perirono. Poco appresso un ufiìziale delle 
guardie, senz’abito o segno di milizia, percuo- 
tendo per ingiusta causa un venditore di merci, 
fu arrestato da un commissario di polizia, che 
in allo e con seguito di magistrato curava la pub- 
blica tranquillità. Ed ecco, al saperlo, gli ufliziali 
tutti delle guardie sollevansi in armi, fanno libe- 
ro l’arrestalo, arrestano il commissario, lo trag- 
gono a ludibrio per la via di Toledo, e giunti al 
luogo dove poco innanzi era seguito l’arresto del 
colpevole, astringono il magistrato a piegare a 
terra i ginocchi e dimandar perdono dell ardi- 
mento. De’ due gravi misfatti che ho narrato, la 
pena fu nulla o lieve; si spargevano i semi di fu- 
turi disastri. 

CAPO SECONDO 


Fatti di guerra e di brigantaggio, poi distrutto. 

La feudalità abolita. Sdegni nella regia famiglia. 

XXy. Il re, dopo aver provveduto a molte co- 
se di governo si partì nuovamente per assistere 
allo sposalizio dell’imperatore de’Francesi, che 
prepar a vasi con pompa eguale al suo genio altie- 
ro, non che al decoro della reai donzella che to- 
glieva per moglie, ed alle soperchianze grate a co- 
loro che da private sorti pervengono alle altissime. 
Si celebrarono' le imperiali nozze il i.° di aprile 
del 1810 e furono (come il vol^o suol dire) co- 
meta maligna a Napoleone ed a Napoleonici. Av- 
vegnaché da quel giorno egli andando incontro 
ad uomini e cose che lo respingevano, non osan- 


132 LIBRO SETTIMO — I8N> ! 

do rivolgersi, non potendo fidare in cose ed uo- 
mini che aveva schernito, divenne dubbioso, sfor- 
zato e minore di sè stesso. 11 consolato a vita era 
necessaria transazione fra’ due secoli, cioè tra le 
persuasioni della moltitudine amante ancora di 
monarchia, e le persuasioni di non piccolo nu- 
mero, avido di libertà, avidissimo di eguaglianza; 
era il legamento degl'interessi e delle speranze 
della vecchia civiltà con le speranze e gl’interessi 
della nuova. Quando il consolato cadde nell’Im- 
pero, la grandezza del consolo, togliendo nome 
di re antico, dechinò; ma seco portando la perpe- 
tuità di quel governo e la stabilità degl'interessi 
presenti, giovò e piacque: egli parve il re di nuo- 
vi uomini e delle nuove cose, e le pompe di mae- 
stà, apparenza sconvenevole a’ sensi de’ popoli non 
alla ragione. 

Dal mutato nome venne il divorzio, dal divor- 
zio il novello matrimonio. 11 genio del secolo e 
la natura di quello impero volevano che il seme 
della novella stirpe fosse di donzella francese, 
ma poi che il trasse per sè e per altri Napoleonici 
dalle case regnanti di Alemagna, si avviluppa- 
rono fra le condizioni de’ vecchi re, ne divennero 
uguali per decadimento, inferiori nelle opinioni 
del mondo perchè a loro mancava il prestigio 
e la coscienza degli antichi, e solamente si al- 
zavano sopra loro per forza d’ingegno che il 
tempo consuma, e per memoria delle passate for- 
tune che il primo infortunio distrugge. Egli dun- 
que, Napoleone, agguagliato agli altri re^ diede 
agl'interessi della Rivoluzione luogo e speranza 
nella legittimità; e se per lo innanzi aveva anno- 


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LIBRO SETTIMO — 1810 133 

dato all’Impero i partigiani dei re nemici, oggi 
portava sè stesso e i suoi seguaci nelle parli con- 
trarie. Quello errore di Buonaparte ha spento 
innanzi tempo la instituzione politica de’ re nuovi, 
eh’ esser poteva un periodo nella vita delle società. 
• XXVI. Non appena finite le cerimonie di Pa- 
rigi, il re tornò in Napoli e scol tamente palesò il 
disegno di assaltar la Sicilia. La fama disse, ed è 
credibile, che l’altiera regina di quell’isola, sde- 
gnala del dominio inglese, rianimando le spe- 
ranze al trono di Napoli da che 1 imperator del 
Francesi aveva tolta per moglie una sua nipote, 
trattar facesse con Buonaparte secreti accordi, e 
concludesse: scacciar da Sicilia gl’inglesi con le 
proprie milizie, non aver soccorso da’ Francesi 
se non chiesto da lei; ricuperare il regno di Na- 
poli e governarlo allealo e dipendente della Fran- 
cia con le leggi francesi. 11 qual disegno più che 
trattato, non pubblico, non scritto, piaceva alla 
fiera donna come speranza meno di regno che 
di vendetta, e giovava allo scaltro imperatore 
come guerra agl Inglesi, ed occasione a lui di 
conquistare quell' isola. Ma era difficile l’ adempi- 
mento, dovendo ignorare lo scopo della impresa 
i medesimi che la operavano, il re di Sicilia, il re 
eli Napoli ei due eserciti e i due popoli; ed aven- 
do in animo, la regina e 1 imperatore, di scher- 
nirsi l’un l’altro dopo il successo. Era un artifizio 
d’inganni, più atto alle civili discordie che a po- 
litici mutamenti. 

Frattanto Gioacchino sempre pronto alla guer- 
ra, abbagliato e spinto da Buonaparte, si prepa- 
rava all' impresa, quando un vascello raso inglese 



134 LIBRO SETTIMO — 1810 

di cinquanta cannoni venne a navigare nel golfo 
di Napoli, ond’egli comandò che una sua flotti* 
glia, composta di una fregata, una corbetta, un 
brick, un cutter e sei cannoniere lo assalissero. 
Non evitando quel vascello lo scontro, i rnoltis* 
simi spettatori della città tenevano certa la vitto- 
ria; ma nel cominciare del combattimento il co- 
mandante napoletano perdè un braccio, il sotto 
capo ed altri ufficiali della fregala morirono, 
mancò l’arte ed il vento, tutti i nostri legni fu- 
rono danneggiati, il brick affondato. Si fece segno 
di ritirata, e tornando in porto si numerarono 
cinquanta morti, centodieci feriti. Quella sven- 
tura diede a Gioacchino stimolo e desiderio di 
vendetta in Sicilia, e però accelerati i prepara- 
menti e preso il nome di luogotenente dell’im- 
peratore, pose a campo, nella estrema Calabria, 
su la riva ilei Faro, tra Scilla e Reggio, un eser- 
cito più francese che napoletano, aspettando, co- 
me 1 imperatore avea prescritto, di condurlo in 
Sicilia; ma non muovere se non lo assentisse il 
generale Grenicr, che Buonaparte aveva eletto 
comandante delle schiere francesi, con ordine 
in secreto (ciò fu sospettato) di non assaltare 
l’ isola se non a dimanda di quella regina, o quan- 
do ei sapesse che combattevano tra loro soldati 
inglesi e siciliani, sì che il successo dei Francesi 
fosse certo. 

Erano sedici migliaja i soldati di Gioacchino, 
e trecento i legni da guerra e trasporto. Sul colle 
chiamato del Fiale, poco distante dal mare, fu 
alzata in mezzo al campo la magnifica tenda del 
re, e vi attendevano intorno i capi dell’esercito 




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LIBRO SETTIMO — 1810 135 

e della corte, i ministri, alcuni consiglieri di stato 
ed altri personaggi, impiegati alle cure presenti 
del Regno, e riserbati alle future della Sicilia. 
Incontro a quelle schiere, su le rive del Faro da 
Messina alla Torre, aveva messo il campo l’eser- 
cito inglese, dodicimila soldati, e sopra i monti 
accampava in seconda linea l’esercito di Sicilia 
diecimila altri uomini; stavano nel porto di Mes- 
sina, ancorati o mobili, vascelli, fregate, legni* 
minori da guerra, mentre si affaticavano a forti- 
ficare la minacciata marina grande numero di 
soldati e di operai. Per adunare oste sì grande in 
quei luoghi gl’inglesi sguarnirono le piccole isole 
(fuorché Santa Maura) intorno a Corfù, e di pa- 
recchie navi slargarono la crociera, sì che quella 
città e le altre isole Ionie, guardate da Francesi 
ed oramai ridotte ad estrema penuria, furono 
abbondevolmente provvedute. • 

Nel giorno, nella notte, da Reggio a Scilla, da 
Torre ai Faro a Messina, in mare, in terra era j 
guerra continua, ma più a sdegno che ad effetto; 
le navi inglesi venivano a combattere le napole- 
tane fin dentro alle cale del lito di Calabria, e 
poiché da questa .parte era poco forte l’armata, 
andavano incontro su piccole barche velocemente 
remando i nostri soldati, all’arrembaggio, modo 
feroce in quella guerra, perchè' pieno di danni e 
di morti senza scopo o benefizio. Nel campo di 
Gioacchino spesso disponevansi navi e soldati, 
che simulando il tragitto, apportavano al campo 
inglese ansietà e travagli. E molte volte sarebbesi 
passato dal finto al vero se gl’ impeti di Murat non 
ratteneva Grenier, che non potendo palesare il 


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■* 


V » 

136 LIBRO SETTIMO — 1810 

segreto, lo copriva con la impossibilità della im- 
presa, mentre Gioacchino ne dimostrava l’age- 
volezza; e si che ne’ capi dell’esercito e dell’ar- 
mata, divise le sentenze, voltarono in discordie 
le opinioni. 

Cosi andarono le cose per cento giorni, e già 
passato il mezzo del settembre, gli equinozi agi- 
tando furiosamente il mare, bisognava a Gioac- 
chino abbandonar con quei lidi la speranza della 
conquista. Ma volendo dar pruova che lo sbarco- 
in Sicilia non era impossibile, preparate nella cala 
di Pentimele tante navi quante bastavano a mille 
seicento Napoletani, comandò che approdassero 
alla Scaletta i soldati, e per la via di Santo Ste- 
fano si mostrassero a tergo di Messina, promet- 
tendo che il resto dell esercito e dell’ armata as- 
salirebbe tra Messina e la Torre. 11 muovere dei 
Francesi da Grenier fu impedito; i Napoletani 
discesero al disegnato luogo, ma pochi c soli, 
contro schiere dieci volte maggiori combattendo, 
metà ritornò in Calabria, restarono gli altri pri- 
gioni. Gioacchinq esaltò quei fatti; e pochi giorni 
appresso, levato il campo, partì, ed imbarcatosi 
al Pizzo tra popolari allegrezze ( inganni della 
fortuna per ciò che nel suo fato stava scritto) fece 
iu Napoli ritorno. Quella impresa, o direi meglio 
simulazione, oltre alle morti, alle ferite, alle pri- 
gionie, a' guasti della guerra, costò gravi somme 
alla finanza napoletana, e fu incentivo a confi- 
scare molte barche di America venute in Napoli 
con promessa di sicuro e libero commercio. Mi- 
nori morti, ma danni e spese quasi eguali tollerò 
la Sicilia; c fu allora che la regina Carolina pa- 


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LIBRO SETTIMO — 1810 137 

leso più apertamente il suo sdegno contro gl’ In- 
glesi, e si sparsero nuovi semi di nemicizia che 
nel seguente anno fruttarono tristezze alla sici- 
liana corte e cangiamento politico a que’ popoli. 

XXVII. Mentre il re stava in Calabria con molta 
parte dell’ esercito, quelle stesse province e le 
altre del Regno erano sempre mai travagliate dal 
brigantaggio; le provvigioni di guerra predate 
sul cammino, i soldati assaliti ed uccisi per lino 
intorno al campo. Un giorno nelle pianure di 
Palme il re incontrandosi ad uomo che i gen- 
darmi menavano legato, dimandò chi fosse, e 
prima di ogni altro parlò il prigione e disse) 
(c Maestà, sono un brigante, ma degno di per- 
35 dono, perché ieri mentre Vostra Maestà saliva 
35 i monti di Scilla ed io stava nascosto dietro 
35 un macigno poteva ucciderla; n’ebbi il pensie- 
35 ro, preparai le armi, e poi l’aspetto grande e 
35 regio mi trattenne. Ma se io ieri uccideva il re, 
35 oggi non sarei presso e vicino a morte 33. 11 re 
gli fece grazia, il brigante baciò il ginocchio del 
cavallo, partì libero e lieto, e da quel giorno visse 
onestamente nella sua patria. • 

. Gioacchino , poi che vidde possibile ogni del itto 
a’ briganti, fece legge die un generale avesse po- 
tere supremo nelle Calabrie su di ogni cosa mili- 
tare o civile per la distruzione del brigantaggio. 
11 generale Manhes, a ciò eletto, passò al seguente 
ottobre in apparecchi, aspettando che le campa- 
gne s’impoverissero di frutta e foglie, ajuti a bri- 
ganti per alimentarsi e nascondersi; e dipoi palesò 
i suoi disegni. Pubblicate in ogni comune le liste 
de’ banditi, imporre a’ cittadini di ucciderli o Un- 


138 LIBRO SETTIMO — 1810 

prigionarli; armare e muovere tutti gli uomini 
atti alle armi; punire di morte ogni corrisponden- 
za co’ briganti, non perdonata tra moglie e ma- 
rito, tra madre e figlio; armare gli stessi pacifici 
genitori contro i figli briganti, i fratelli contro i 
fratelli, trasportare le gregge in certi guardati 
luoghi; impedire i lavori della campagna, o per- 
metterli cordivieto di portar cibo; stanziare gen- 
darmi e soldati ne’ paesi, non a perseguire i bri- 
ganti, a vigilare severamente sopra i cittadini. 
Nelle vaste Calabrie, da Rotonda a Reggio, co- 
minciò simultanea ed universale la caccia al bri- 
gantaggio. 

Erano quelle ordinanze tanto severe che pare- 
vano dettate a spavento; ma indi a poco per fatti, 
o visti o divolgati dalla fama e dal generale istesso, 
la incredulità disparve. Undici della città di Stilo, 
donne e fanciulli (poiché i giovani robusti stava- 
no in armi perseguitando i briganti) recandosi 
per raccorre ulivi ad un podere lontano, porta- 
vano, ciascuno in tasca, poco pane, onde man- 
giare a mezzo del giorno' e ristorare le forze alla 
fatica, incontrati da’vigilatori gendarmi de’ quali 
era capo il tenente Gambacorta (ne serbi il nome 
la istoria), furono trattenuti, ricercati sulla per- 
sona, e poiché provvisti di quel poco cibo, nel 
luogo istesso, tutti gli undici uccisi. Non riferirò 
ciò che di miserevole disse e fece una delle prese 
donne per la speranza, che tornò vana, di salvare 
non sé stessa, ma un figliuolo di dodici anni. 

In un bosco, presso a Cosenza, fu sorpreso 
uomo canuto per vecchiezza, che ad altro uomo, 
giovine a vedersi, magro per fame ed armato. 


! 


i 




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LIBRO SETTIMO — 1810 139 

dava poco vitto; era questo un brigante fuggitivo, 
e quegli il padre. Arrestati entrambo e dannati a 
morte, furono giustiziali nella piazza di Cosenza; 
e per dare alla pietà del vecchio il maggiore sup- 
plizio, si fece morir secondo, ed assistente alla 
morte del figlio. 

Nel bosco di San -Biase nacque di donna, che 
fuggiva col marito brigante, un bambino; e per- 
chè intoppo al fuggire, e con gl’innocenti vagiti 
denunziatore del luogo che nascondeva i genito- 
ri, la madre portatolo di notte nella città di Ni- 
castro, destò un’amica, le consegnò piangendo il 
figliuolo, e tornò al bosco. Ne’ dì seguenti saputo 
il fatto, il generale Manhes prese del bambino 
provvida cura, ma la pietosa nutrice fu per ca- 
stigo uccisa. E qui mi arresto, chè l’animo non 
basta a narrare altri fatti i quali certificarono 
delle orribili minacce del generale essere l’ adem- 
pimento certo, inflessibile, maggiore. 

XXVIII. Lo spavento in tutti gli ordini del po- 
polo fu grande, e tale che sembravano sciolti i 
legami più teneri di natura, più stretti di società; 
parenti e amici dagli amici e parenti denunziati, 
perseguiti, uccisi; gli uomini ridotti come nel 
tremuoto, n’el naufragio, nella peste, solleciti di 
sè medesimi, non curanti del resto dell’umanità. 
Per le quali opere ed esempi viepiù cadendo i 
costumi del popolo, le susseguenti ribellioni, le 
sventure pubbliche, le tirannidi derivarono in 
gran parte dal come nel regno surse, crebbe e 
fu spento il brigantaggio. Questa ultima violenza 
non fu durevole: tutti i Calabresi perseguitati o 
persecutori agirono disperatamente; e poiché i 


no LIBRO SETTIMO — 1810 

briganti erano degli altri di gran lunga minori, e 
spicciolati, traditi, sostenitori «l'iniqua causa, fu- 
rono oppressi. Sì che ili tremila, clic al comincia- 
re di novembre le liste del bando nominavano, 
nò manco uno solo se ne leggeva al finire del- 
l’anno; molli combattendo uccisi, altri morti per 
tormenti, ed altri di stento* alcuni rifuggiti in 
Sicilia, e pochi, fra tante vicissitudini di fortuna, 
rimasti ma chiusi in carcere. 

Fra mille casi di morte molti ne furono e strani 
e grandi; ma due soli ne scelgo più atti a rappre- 
sentare l’indole del brigantaggio, e più degni 
per la maraviglia di racconto. 

Benincasa capo di briganti, da’ suoi tradito, 
legalo, mentre dormiva nel bosco di Cassano, fu 
menato in Cosenza; e’1 generai Manhes comandò 
che gli si mozzassero ambe le mani, e, così 
monco, portato in San Giovanni in Fiore sua 
patria, fusse appeso alle forche; crudel sentenza 
•che quel tristo intese sogghignando di sdegno. 
Gli fu prima recisa la destra, ed il moncone fa- 
sciato non per salute o pietà; ma perchè non tutto 
il sangue uscisse dalle troncate vene, essendo ri- 
serbato a più misera morte. Non diè lamento, e 
poi che vidde compiuto il primo uffizio, adattò 
volontario il braccio sinistro su l’infame palco, e 
mirò freddamente il secondo martirio, e i due 
già suoi troncati membri lordi sul terreno, e poi 
legati assieme per le dita maggiori, appesigli sul 
petto. Spettacolo fiero e miserando. Ciò fu a Co- 
senza. Nel giorno islésso impreso a piede il cam- 
mino per San Giovanni in Fiore, le scorte tra via 
riposarono; e di esse una offrì cibo a quel soffe- 



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LIBRO SETTIMO — 1810 HI 

rente, che accettò, ed imboccato mangiò e bev- 
ve, nè solo per- istinto di vita ma con dilettai 
Giqnse in patria , e nella succedente notte dormi : 
al di seguente, vicina l’ora del finale supplizio, 
ricusò a’ conforti di religione; sali alle forche non 
frettoloso nè lento, e per la brutale intrepidezza 
mori ammirato. 

Parafanti, altro capo di briganti, aveva di età 
oltre quarantanni, ed era d’animo audace, d’in- 
dole atroce, di forme e forza gigante. Giovine ap- 
pena, omicida e bandito, commise, per necessità 
di vita e difesa, altri furti e assassinii; ma nei ri- 
volgimenti del 1806 s’ingraziò ai Borboni abbrac- 
ciando la loro parte, e per quattro anni guerreg- 
giando con fortuna varia, più spesso felice. Nelle 
persecuzioni del generale Manhes, travagliato iiv 
ogni luogo, chiusagli la ritirata in Sicilia, circo- 
scritto nel bosco di Ni castro, chi della banda mori 
combattendo, chi timido si diede al nemico; cin- 
que soli restarongli seguaci ed una donna , moglie 
o compagna. Caduti nel bosco istesso in altri ag» 

S uati, quattro morirono, uno fu preso, egli e la 
onna (uggendo salvaronsi. Ma numerosa schiera 
gl' insegue, la donna cade uccisa al suo fianco. 
Parafanti è solo e resiste. - -t ioqws'jqoa o >ti sii» 
Colpo di fuoco gl’ infrange l’osso di' una gam* 
ba, e fu la prima percossa in tutti 1 i suoi cimenti 
di bandito e brigante: non cade, ma non regge 
in piedi, appoggia l’infermo lato ad un albore e 
combatte. L’altissima e mala fama dèi suo corag- 
gio tiene lontani gli assalitori, ma poi l’urto di 
questi, non più animoso ma industre, coprendosi 
delle folte piante del bosco, inosservato gli si av- 


I 


l\2 LIBRO SETTIMO — 1810 

vicina , c gli dirige altro colpo che gli apre il 
petto. Cade Parafanti supino, cadono altrove ab- 
bandonate le armi: il feritore lo crede estinto, ed 
avido di preda corre sopra di lui, si china al 
corpo e ’l ricerca. Ma quegli era moribondo non 
morto, ed aveva ancor sane le robustissime brac- 
cia; afferra quindi il suo nemico e a sè lo tira; 
col sinistro braccio lo cinge e lo tiene, arma la 
destra di pugnale che ancora nascondeva tra le 
vesti, gliel punta ai reni, preme, il trapassa, in- 
contra il proprio petto e il trafigge. Così per una 
morte trapassarono insieme le due anime avverse, 
nella mente degli uomini abbracciate in amplesso 
infame e terribile. 

XXIX. 1 falli della Calabria raccontati ed esa- 
gerati dalla fama agevolarono l'opera nelle altre 
province al generai Manhes, eli ebbe carico di 
esterminare il brigantaggio in tutto il Regno. Ed 
in breve lo eslerminò, e quella forse fu la prima 
volta, nella vita del sempre inquieto e diviso po- 
polo napoletano , che non briganti, non parti- 
giani, non ladri infestassero le pubbliche strade 
e le campagne. La corte di Sicilia e gl’inglesi, 
mancata materia agli incendii civili, più non lan- 
ciavano sopra noi le consuete fiaccole della di- 
scordia; la Polizia potè abbandonare le pratiche 
severe ed arbitrarie; la giustizia vendicando le sue 
ragioni sciolse le commissioni militari, rivocò le 
squadre mobili, tolse a’ comandanti militari delle 

{ >rovince ogni facoltà su le civili amministrazioni; 
e intraprese della industria rinvigorirono; e ria- 
nimato il commercio interno, i mercati e le fiere, 
per lo innanzi deserte, ripopolarono; il regno 



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LIBRO SETTIMO — 1810 143 

E rese l’aspetto della civiltà e della sicurezza pub- 
lica. Quindi le benefiche instiluzioni dei due 


nuovi regni , sino allora per i disordini del bri- 
gantaggio ed i rigori della Polizia ignote al po- 
polo e dispregiate, furono palesi e gradite. 

La quale immagine di felicità pubblica, nuova 
e inspirata generò lodi altissime al generale èd 
al governo. Ma dipoi satollo del bene, e come usa 
il popolo per leggerezza ed ingratitudine, andava 
rammentando le crudeltà delle Calabrie, ai fatti 
veri aggiungendo i falsi, inventati da' maligno in- 
gegno, creduli dalla moltitudine, registrati per 
fino nei libri che dicevano d’istoria. Perciò dop- 

} )ia, buona o pessima, è la fama del generale Man- 
ìes; ed io fra le opposte sentenze dirò la mia. 
Egli inumano, violento, ambizioso, corrotto dalla 
fortuna e dalle carezze del re, tenendo comeprin- 
cipii di governo gli eccessi delle rivoluzioni, ma 
sommamente retto, operoso, infaticabile, tenace 
del proponimento, riguardava la morte dei bri- 
ganti come giusta, e le crudeltà come forme al 
morire, che, poco aggiungendo al supplizio, gio- 
vano molto all’ esempio. Credeva necessaria T a- 
sprezza delle sue ordinanze, e poiché pubblicate, 
legittimo l’adempimento. La sua opera quale fosse 
per lo avvenire I ho detto altrove, considerando 
1 mali e i pericoli che derivano dallo sciogliere i 
legami di natura e di società, ma fu di presente 
utilissima. 11 brigantaggio nel 1810 teneva il Re- 
gno in foco, distruggitore d’uomini e di cose cit- 
tadine; senza fine politico, alimentato di vendette, 
di sdegni, o, più turpemente, d’invidia del nostro 
bene, e di furore. E perciò raccogliendo in breve 


m LIBRO SETTIMO — 1810 

# _ 

le cose dette, il brigantaggio era eno’rmità, ed il 
generale Manlies fu istromento d’inflessibile giu- 
stizia, incapace, come sono i flagelli, di limite o 
di misura. 

XXX. Ed altro benefizio universale men pronto 
ma più grande si spedi nello stesso anno 1810, 
atterrando alfine la tante volte vanamente scossa 
feudalità, nè solo per leggi, ma per possessi; 
avendo diviso le terre feudali tra le comunità e i 
baroni, « e dipoi le comunali fra i cittadini. Le 
quali cose aggiunte agli aboliti privilegi opera- 
rono die di quella macchina immensa non rima- 
nesse alcun vestigio nel Regno. Onde il descri- 
verla, quanto saprò brevemente, dalle origini al 
fine, sarà pregio della mia fatica; per que’ tempi 
(se tanto viveranno queste pagine) che divenuta 
antica l’elà^nostra, la feudalità sarà più lontana 
dalla memoria e dal pensare degli uomini. 

Il principio di lei suol trarsi dalle invasioni 
•dei popoli barbari negli stali civili di Europa; 
ma ella più vetusta discende dalla guerra, dalla 
conquista e dal mantenimento delle regioni e 
genti conquistate. Sino a che le guerre si move- 
vano per nemici/ia tra popoli o temporanea ra- 
pina, il vincitore uccideva, predava, distruggeva 
<’ tornava alle sue terre: ma quando delle guerre 
fu obbietlo la durevole conquista, l’esercito for- 
tunato, dopo le prime licenze (per soggettare i 
servi e tirar 1 guadagno dal paese vinto) dettava 
•forme di obbedienza e di società, indi leggi ed * 
ordini, magistrati é regole, premii e doni a' com- 
militoni, c, con altri nomi, feudi e baroni. Ma 
le costituzioni di quéi governi variavano come la 



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LIBRO SETTIMO — 1810 M5 

politica dei conquistatori e la civiltà dei conqui- 
stati ; perciocché tra gli affatto barbari non po- 
tendo la conquista essere durevole, la feudalità 
vi è impossibile, e su popoli civili e virtuosi lo 
stato di conquista non dura, la feudalità vi è pas- 
seggierà : ella solamente, alligna nella mezzana 
civiltà sopra popoli corrotti ed infingardi. E poi- 
ché varie le origini, pur varie e molte sono state 
in Europa le specie di feudalità; ma io tolgo a 
trattare di quella sola che afflisse il regno di Na- 
poli del quale scrivo le istorie. . 

XXXI. Al decadere di Roma, al doppio passag- 
gio per la Italia di Alarico re de’ Goti, alle incur- 
sioni ed a’ saccheggi di Attila e Genserico, tra 
miserie e vicissitudini di guerre barbare ed inte- 
stine, ogni città soggiacque a mille varietà di sorte 
e di caso; differente il modo di governarsi, dif- 
ferenti le amministrazioni, le magistrature, le 
milizie, differente la civiltà di ogni popolo. Cosi 
era l’Italia al V secolo quando spuntarono i pri- 
mi germi della seconda feudalità, ed io chiamo 
seconda quella che venne compagna delle con- 
quiste gotiche e longobarde, avendo or ora adom- 
brate la prima. Se dunque diversa nel Regno la 
civiltà de popoli, variamente la feudalità vi si ap- 
prese, e non fa maraviglia che fusse più acerba 
nelle Puglie, e delle Puglie negli stati d’ Otranto. 

La politica degl'invasori serbar doveva i carat- 
teri della invasione, guerra, forza, preda, indi- 
pendenza, il più forte o il più fortunato più 
prendere di terra e d’uomini, e meno ubbidire 
al capo condottiero del popolo conquistatore; ma 
se dipoi il debole diveniva forte, se il già forte 
Colletta, T.IJI. IO 



! 


MG LIBRO SETTIMO — 1810 

addebolivasi, scambiar le sorti, ed il primo to- 
gliere al secondo signoria e vita. Il quale brigan- 
taggio feudale non poteva esercitarsi senza mili- 
zia, o la milizia sussistere senza tributi; e perciò 
il popolo diviso in soldati e vassalli, gli ordina- 
menti di società solamente militari e finanzieri, 
i capi delle tribù capitani e magistrati, non leggi 
stabili, non ordini certi, non sicurezza di persona 
o di proprietà, ma continue guerre,» continue 
depredazioni, instabilità di ogni cosa. Questa 
guerra tra’ signori dominò il Regno dal V al VII 
secolo. 

'Nell' Vili, IX e X molti avvenimenti mutarono 
l’aspetto della feudalità. ISel ducato di Benevento 
forte per domimi, afforzato delle leggi del saggio 
Rotari -re longobardo, erano i regoli minori sog- 
getti e mansueti, e sebbene il ducato fosse feu- 
dalità, la era gigante ed aveva le apparenze di 
stato; cosicché i popoli soffrivano le gravezze, 
ma non i danni e gli sconvolgimenti delle discor- 
die. Questo benché duro riposo fu breve, da poi 
che gli successero le guerre, per le quali diviso 
il ducato, surti dalle sue spoglie i ducati di Sa- 
lerno e di Capua, fondate da conti (sino allora 
soldati del duca) contea stabili ed ereditarie, una 
gran feudalità in cento piccole si divise. E tale di 
questa pianta è la natura che il minore de’ tralci 
è più velenoso del tronco. 

Avvennero in quel tempo stesso le invasioni 
de’ Saraceni, e furono materia abbondante al bri- 
gantaggio ad alla feudalità; si murarono allora le 
terre, e mille rócche e castelli si fondarono, onde 
le guerre più lunghe, i regoli più forti, la condi- 
zione de’ popoli più miserevole. > 



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LIBRO SETTIMO — 1810 M7 

Al cominciare dell’ XI secolo le prime scorrerie 
normanne ne’ paesi di Napoli e di Sicilia arreca* 
rono la feudalità più matura ed ordinata, e por- 
tando seco leggi feudali francesi fu meno agitata, 
più potente. Cosi restarono le cose tino all’anno 
n3g, allorché il primo Ruggero fondò il regno 
di Sicilia e di Napoli. Dal quale punto delineerò 
la feudalità per case regnanti, oper quei mirabili 
avvenimenti che mutano delle sociali instituzioni 
l’indole o l’aspetto. 

XXXII. Ruggero fu il maggior barone del Re- 
gno, chè tale in quel tempo era 1 idea di dominio 
che non poteva scompagnarsi dalla idea di feu- 
dalità; ma le condizioni de’ popoli migliorarono 
per ciò che ho detto parlando del ducato di Be- 
nevento, e perchè i ministri del re nelle province 
impedivano le soperchianze de’ minori regoli. E 
di più, le gravezze feudali acquistando con l’uso 
e per la pazienza de’ sudditi la natura di stato 
civile, apparivano alla moltitudine legittime e com- 
portabili. Si contentarono i nostri maggiori degli 
ordini fondati da Ruggero e da’ due Guglielmi 
come che fossero feudali e violenti. Giovarono ai 
popoli d’ allora quelle forme governative, dalle 
quali la filosofia moderna rifugge. 

Della stirpe Sveva il primo Federigo ed Arrigo 
combatterono le civili istituzioni anzi che pro- 
muoverle. Federigo il secondo abbassò in doppio 
modo la feudalità, dettando contro lei provvide 
leggi, e migliorando la civiltà de’ popoli; chè fu- 
rono leggi di quel re l’abolizione di qualunque 
opera verso i baroni che offendesse ne’ sudditi la 
libertà personale, il bando che ad ogni Napole- 


™1 


148 LIBRO SETTIMO — 1810 

tano concedeva la giustizia comune e la piena 
libertà di richiamarsi al monarca delle baronali 
tirannidi, il divieto a’ baroni d’imporre nuove 
taglie, il disfacimento delle mura e torri baronali, 
ed altre provvidenze che leggonsi nelle costitu- 
zione di quel monarca. Furono opere di lui le 
amministrazioni del municipio libere a’ comuni, 
la convocazione de’ rappresentanti di ogni comu- 
nità per negozii di pubblico interesse, l’ordina- 
mento della giustizia e de’ magistrati, la visita da 
suoi ministri delle province a fin di conoscere 
del popolo i bisogni e i lamenti, l’obbligo dei 
tributi a’baroni laici o ecclesiastici, 1 abolizione 
de’ privilegi sino allora profusamente concessi alle 
terre e persone della Chiesa. A questo re, mira- 
colo de tempi suqj, successe brevemente Corrado 
e poi Manfredi re ultimo della casa Sveva; e Man- 
fredi sosteneva le leggi del padre con lo stesso 
cuore, ma con minor fortuna, trovandosi assai 
più travagliato da’ papi e dai soggetti. Ma i bene- 
fizi che ho adombrato della famiglia Sveva, ge- 
nerati nella mente del riformatore, immaturi al 

? opolo, immaturi al tempo, e non bastando a 
ederico la vita per convertire i suoi pensamenti 
ad uso e coscienza di tutti, caddero con la sua 
progenie. 

Carlo I d’Angiò venuto al trono, delle Sicilie 
per invito e ajuti del papa Clemente IV, guerreg- 
giando contro l’esercito di Manfredi, parteggian- 
do fra i baroni del Regno, in ogni sua qualità 
trovò motivo a rinvigorire le feudali instituzioni : 
egli. Francese, portava gli usi di Francia} vassallo 
della Chiesa, rendeva ed ingrandiva i privilegi 


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LIBRO SETTIMO — IRTO 


m 


ecclesiastici dalla casa Sveva rivocali o ristretti; 
guerriero e vincitore, era prodigo di centosessanta 
città a'commilitoni e di altri doni feudali, conformi 
alla conquista ed a’ tempi; partigiano, ristabiliva 
i baroni della sua parte al seggio donrie erano 
discesi per \e leggi di Federico e di Manfredi; 
ed Angioino, pregiava e seguiva regole di go- 
verno contrarie a quelle del nemico Svevo. Ritor- 
nava la feudalità più che non mai fortunata e 
superba. Eppure di questo re e di altri re an- 
gioini la storia rammenta alcuni atti moderatori 
di certi eccessi feudali, ma che più dimostrano 
lo sdegno per alcune enormità che il proponi- 
mento di toglierne le cagioni o giovare a’ popoli. , 
Così governò la stirpe angioina sino alla prima 
Giovanna; e poi costei e la seconda dello stesso 
nome ed il re Ladislao, tra lascivie e bisogni che 
ne derivano, venderono quasi tutto il demanio 
regio, diedero titoli di duca e principe riserbati 
sino allora a’ regali, concederono profusamente 
litoli minori, terree privilegi; infeudarono, quasi 


Sirei, tutto il Regno. Fra le concessioni più gravi 
alla sovranità e più dannose a’ soggetti fu quella 
che si disse del mero e misto imperio, cioè la 


giurisdizione a baroni su la giustizia criminale e 
civile. 

Ma era serbato alla vergogna di Alfonso I di 
Aragona fecondare ed ingrandire queste mero e 
misto imperio, ossia prosternare la monarchia in 

quel tempo stesso che per la provvidenza di altri 

S rincipi si rinforzava in Francia ed Alemagna. 

ipoi le congiure de’ baroni contro Ferdinando I 
sdegnarono questo re, e furono cagione ad alcune 


150 LIBRO SETTIMO — 1810 

leggi, che, avendo per concetto l ira verso i si- 
gnori non la carità per i popoli, rimasero inese- 
guite e spregiate. Della feudalità nel reame di 
IN a poli l’età più altiera fu quella de’ regnanti ara- 
gonesi. 

XXXIII. Non parlerò della momentanea compar- 
sa di Carlo Vili, nè delle leggi non osservate che 
dettò Carlo V al suo passaggio di Napoli per Africa, 
commosso dalla miseria e dalle lamentanze delle 
nostre genti: dirò le miserie de’ governi vicereali 
cominciati ne’ primi anni del XVI secolo. Natura 
di quei governi fu la cupidigia fiscale, e suo 
mezzo primario la feudalità. 11 parlamento dello 
.stato, «che da tempi di Alfonso di Aragona era 
composto di baroni, fissava nel viceregno i do- 
nativi alla corona pagabili da’ comuni; diminuiva 
l’Adoa, tributo feudale, compensandone il fisco 
a più doppii sopra i vassalli; e molte altre gra- 
vezze immaginava, sotto nome di alloggi militari , 
di fortificazioni eli marina, sopra le taglie ordi- 
narie feudali o del fisco. Fu in breve tempo si 
misera la sorte de’ vassalli che dimandarono in 
grazia di riscattarsi delle servitù baronali patteg- 
giandone il prezzo co’ baroni, e dopo il riscatto 
far parte dei demanio regio e pagare al fisco i 
tributi comuni: concessione di Carlo V non os- 
servata allora ch’era benignità, confermata dipoi 
e seguita perchè trasformata in avarizia ed in- 
ganno. 

A prezzo esorbitante, facendo prodigiosi sforzi, 
le comunità si ricomperavano; ed indi a poco 
(incredibile a dire) il governo regioie rivendeva, 
con le servitù di feudo, agli stessi o a nuovi ba-. 


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LIBRO SETTIMO — 1810 15 1 

roni; sì che vedendone delle riscattate e vendute 
tre.o quattro volte, niun’ altra comunità diman- 
dava il riscatto. E poiché giovava al governo ac- 
crescere senza sua spesa o danno il demanio regio, 
pattuiva (confessando obbrobriosamente le usale 
fraudi) che se mai riconcedesse in feudo, a prezzo 
o a dono, le comunità riscattate, resterebbero esse 
sciolte da ogni obbedienza verso il re,»da ogni 
servitù verso il barone: scusava e legittimava la 
ribell iorife. 

Altra vpna di ricchezza fiscale fu il vendere 
titoli e privilegi, altra il transigere a prezzo la 
pena de’ misfatti; e perciò si leggono di quel 
tempo delitti orribili ed impuniti. Sotto il viceré 
duca d' Arcos, il barone di Nardo, essendo in lite 
col capitolo del suo feudo, fece in un giorno 
troncare le teste a ventiquattro canonici che lo 
componevano, e tutte le espose in dì festivo, ad 
argomento di potenza e di vendetta, sopra i seggi 
sacerdotali della chiesa; nè fu castigato perchè si 
riscattò della pena. Aon vi ha città o terra già 
baronale che non serbi memoria di fatti atroci, 
nè palagio o castello che non abbia i segni delle 
esercitate crudeltà. 

E così i baroni (essendo Napoli governalo per 
ministri di re lontani) non più de -troni o sostegni 
o nemici, e smisuratamente cresciuti di numero 
e mescolati ad uomini sozzi innalzati per com- 
prate onorificenze, ed avari, crudeli, iugiusti so- 
pra le genti soggette, davano della feudalità idea 
spaventosa, ma bassa. E perciò, finito nel 1734 
il vicereale governo, la stirpe ne’ Borboni trovò 
piano il cammino alle riforme. 


152 LIBRO SETTIMO — 1810 

XXXIV. Ed era riformatore il secolo, riforma- 
tore ogni principe. La monarchia nei regni «di 
Francia, di Spagna, della Germania rinvigoriva 
dal reprimere i baroni, e, sgravando il popolo di 
gran parte di pesi e delle servitù feudali, renderlo 
amante e sostenitore di un potere unico e supre- 
mo; l’esempio fu imitalo da Carlo, primo re tra 
noi dell* stirpe borbonica. Si aggiungeva ebe i 
baroni nelle province, ricchi ma spregiati, dimen- 
tichi o non curanti delle armi, molti ma piccoli 
e la più parte surti da plebe per favore de’ passati 
re o della fortuna, avidi perciò di fasto, vennero 
alla città volontari o richiesti a sperar gli onori 
della nuova corte. Carlo li accolse, e avvincendoli 
delle vote ma tenacissime catene della boria e del 
lusso, li rese di emuli, servi, e di potenti a resi- 
stere, impotentissimi. E dopo ciò pubblicate pa- 
recchie leggi a danno della feudalità, e repressi 
non pochi abusi, dichiarò che per lunghezza rii 
tempo non si acquista diritto sopra i popoli, e che 
le ingiustizie de’ prepotenti non si legittimano da 
prescrizione. Così palesava il proponimento di ab- 
battere la feudalità. Su le tracce istesse più rapi- 
damente camminò a’ primi anhi del suo regno, 
il successore di Carlo, Ferdinando IV. E poi che 
fu vista la tendenza del governo, e che la filoso- 
fia e la ragione potevano mostrarsi a viso aperto, 
molti scritti erudivano i governanti, atterrivano i 
feudatari, sollevavano i popoli, creavano quella 
universale opinione che dee precedere alle^rifor- 
me, e qui cito ad onore le opere del Filangieri, 
del Galanti, del Signorelli, del Dèlfico. Freso 
animo, le popolazioni richiamandosi di molte gra- 


LIBRO SETTIMO — 1810 153 

vezze baronali, il re prescrisse che i magistrati 
ne giudicassero; e questi, come voleva giustizia e 
genio di tempo, diedero sentenze favorevoli alle 
comunità litiganti, esempio alle altre ed incita- 
mento a nuove liti. Fra quali provvedimenti fu- 
rono i pedaggi aboliti; il decreto che i feudi de- 
voluti al fisco non mai più si dessero a vendita 
o dono con le condizioni feudali; il mero e misto 
imperio ristretto; la divisione delle terre soggette 
a servitù d’ uso. Ma il governo non aveva in quel 
tempo nè mente, nè animo, nè potenza per ab- 
battere ^ino al piede quel superbo edifizio; e però 
inchinando quando a’ bisogni, quando al favore, 
rivendeva le. terre, non più invero con le qualità 
di feudo, ma con diritti tali a’ compratori, e tali 
servitù de' popoli che la feudalità vi stava impres- 
sa; la stessa giuridizione fu talvolta ne’ contratti 
novelli concessa o patteggiata. •£ d indi a poco per 
le rivoluzioni di Francia sopragiunto il sospetto, 
parve pericolo abbassare i nobili, rialzare il po- 
polo; incolpando a quella istessa filosofia die 
percoteva la feudalità, la caduta de’troni. Si arre- 
. starono quindi le operazioni del governo, e la 
macchina feudale fu vicino a ricomporsi. 

XXXV. Innanzi di rammentare i provvedimenti 
di Giuseppe, e narrar quelli di Gioacchino, tre 
gravi obbietti trattengono ancora On poco sulla 
considerazione del passato me ed il lettore. Qual 
fu la nobiltà tra le yicende de feudi? E quale il 
popolo? Che rimaneva delle cose feudali nel 1806? 

La nobiltà naturale e più antica viene chdl’ar- 
mi e dal consiglio; chè gran titolo alla chiarezza 
ed al rispetto pubblico tlebb’ essere lo spenderla 


154 LIBRO SETTIMO — 1810 

vita in difesa della patria, o mantenerne la gran- 
dezza col senno e con le opere della mente. La 
società corrotta aggiunse altre origini alla nobiltà; 
ma se dopo le armi e le magistrature si cercavano 
titoli alla distinzione, si trovavano meritamente 
negli scenziali ed artisti, che intanto rimasero, 
benché notissimi, ignobili. Perciò nobiltà vera fu 
ne’ primi feudi, e vi si mantenne sino a tanto che 
feudatario e guerriero fu il nome islesso; ed era- 
no militari le investiture, militari i doveri de' ba- 
roni: e decadevasi da’ conceduti privilegi rifiu- 
tando il combattere; non decadevasi, benché 
nemico del re, ma nemico armato; la codardia 
era più schifala della nemicizia. E però nel regno 
di IV apoi i (senza parlar de’ tempi anteriori a’ Nor- 
manni) furono case nobilissime per le armi sino ai 
regni degli Aragonesi. 

Derivando dalie-armi la nobiltà ed il feudo, e 
dal feudo i titoli, si confusero i nomi, e a tal si 
giunse che titolo e feudo senz'anni fu creduta 
nobiltà. Onde «al tempo della prodiga razza An- 
gioina, donati o a vilissimo prezzo venduti i titoli 
e i feudi, uomini abbietti ma ricchi salirono ai 
più alti seggi dejla nobiltà titolare; e peggio sotto 
gli avari governi vicereali, quando a poca ed in- 
colla terra del demanio regio apponevasi titolo 
di baronia o più magnifico, e si concedeva all of- 
ferente di maggior prezzo. Perciò la nuova stirpe 
borbonica tro\ò titoli mollissimi, che poscia i re 
Carlo e Ferdinando" accrebbero per nuovi favori; 
cosi che nel 1806 la nobiltà napoletana consisteva 
in una moltitudine di titoli, senz’armi o potenza: 
nudo ed inutile nome. 


LIBRO SETTIMO — 1810 153 

XXXVI. Il popolo, a considerarlo oppresso dai 
feudatari, si direbbe che aveva interessi conlrarii 
agli oppressori, e che il meglio degli uni fusse il 
peggio degli altri. Ma così non era nel fatto; da- 
poichè sotto baroni potenti e guerrieri molti sog- 
getti dedicavansi alla fortuna del capo, combat- 
tevano, soggiacevano a’ casi varii di guerra e di 
parte, avevano moti, opere, speranze, nelle quali 
vicissitudini risiede il sentimento e' 1 diletto del 
viver politico. Ma quando la feudalità, non più 
guerriera, divenne incurante di parti e di milizia, 
il popolo non sentiva di lei fuorché il peso e la 
superbia. E perciò a’ tempi del viceregno, col ca- 
dere dell’ alla feudalità, il popolo decadeva. 

Questa che-ho detto era la condizione di ogni 
popolo in ogni feudo; ma il popolo UQito di tutti 
ì feudi, ossia lo. stato, serbava qualità proprie a 
sé. Ne tempi della feudalità guerriera, baroni e 
popoli combattenti fra loro, non avevano interesse 
comune, non leggi universali, non conformità di 
azioni, non forza pubblica, non nazione; tutti i 
mezzi mancavano al progresso della civiltà e della 
indipendenza. Ed a’ tempi della feudalità corrot- 
ta, i vassalli oppressi da baroni, i baroni dal re, 
surse il brigantaggio armato; specie di conforto 
e di libertà nella universale abbiezione di genti 
che sentono de’ mali il peso ed il fastidio, ma di- 
vise per vizii o per abitudini non sanno prorom- 
pere in generose rivoluzioni. E 'così, ora più ora 
meno disordinato, secondo il variare de’ tempi, 
restò il popolo sino all’anno 1806. 

XXXVII. Nel qual tempo mollo ancora restava 
di feudalità. I diritti (sia permesso anche a me 


m 



156 LIBRO SETTIMO — 1810 

invilir questa voce, che per mollo uso è meglio 
intesa), i diritti feudali su le persone si mantene- 
vano apertamente in alcuni feudi, ed in altri fu- 
rono mutati a pagamento; parecchie angarie o 
perangarie, come il lavoro di contadini nelle terre 
baronali, 1’ officio di corriere, altri servigi dome- 
stici, duravano in molte comunità. I diritti su le 
cose erano esorbitante; le terre, le industrie, i 
boschi, i fiumi, le acque per fino le piovane, ogni 
prodotto, ogni entrata, gravate di taglie o presta- 
zioni. Fra gli uni diritti e gli altri, su le persone 
e su le cose, V onoratissimo magistrato Davide 
Winspeare,in un’opera meritamente laudata, ne 
enumera i 3 g 5 esistenti all’ arrivo di Giuseppe 
nel 1806. * • 

01 tracio. i baroni impedivano o restringevano 
a’ cittadini gli usi sopra le terre. feudali che ave- 
vano uso comune; e con eccesso esercitavano le 
ragioni di-cittadino su le terre della comunità. 1 
costumi, la filosofia, il secolo avendo migliorato 
l’indole de’ feudatari, tutte le violenze dell antica 
feudalità erano per buon volere scomparse; ma 
ciò che produceva entrata, qualunque ne fosse la 
natura, si vedeva da quei, signori desiderato e 
difeso: rinunziavano la potenza, ne volevano il 
frutto. 

XXXVIII. Questi che ho descritti abbondanti 
resti di feudalità furono aboliti da leggi di Giu- 

3 >e; ma quel* re, non misurando il peso eia 
e degl’ interessi che le sue leggi commoveva- 
no, prescrisse che le contese, surte in gran nu- 
mero, andassero a’ tribunali ordinari e a’ consigli 
d’ intendenza con le comuni regole di procedi- 



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LIBRO SETTIMO — 1810 157 

mento, sì che gli anni e forse i secoli non sarieno 
bastanti alle liti; e per il vario ingegno de’ giudici, 
qua favorite le comunità, là i baroni, l’abolizio- 
ne difforme, si sperdeva il maggiore benefizio po- 
litico di quell opera, il celere ed ugual passaggio 
de’ possidenti, da’ pochi a’ molti: serbando le prin- 
cipali regole della universale giustizia, poiché le 
circostanze impedivano la matura tardità di codi- 
ci. Visto l’errore, s’immaginò e compose un ma- 
gistrato supremo inappellabile detto Commissione 
r cudalc; ma lasciata di solo nome sino a’ tempi 
del re Gioacchino cheli diede il carico vero delle 
somme cose della feudalità, tal ch’ella decideva 
di ogni lite; da lei proposte, si facevano le nuove 
P er lei erano gl impedimenti agevolali, i 
dubbii sciolti. Mezzi alla commissione per giun- 
gere al proponimento furono: i. ° riconoscere i ter- 
reni di natura feudale; 2 ° in quei terreni deter- 
minare le ragioni e gli usi della comunità; 3.° di 
ogni ragione, di ogni uso, estimare il valore in 
terre, così che apparisse ciò che spettava alla co- s 
munita, ciò che al barone; 4-° la rata della comu- 
nità confinarla inamovibilmente in presenza dei 
cittadini, assistendo, se volevano, i ministri del 
barone; 5.° quelle terre comuni, dividerle fra 
cittadini. 

Stavano dunque dall’ una parte gl’interessi 
di lutti i baroni, e del re che per alcuni pri- 
vati dominii aveva le qualità baronali, e del 
fisco regio e della Chiesa; stavano per l'altra parte 
i cittadini pur ora vassalli e tuttavia soggette E 
frattanto molte terre sino allora di pieno domi- 
nio baronale furono dichiarate delle comunità, o 



» 


158 LIBRO SETTIMO — 1810 

di uso pubblico; la valutazione di ogni diritto fu 
a maggior prò de' comuni; la divisione tra co- 
munità e baroni, o re o fìsco o Chiesa fu sempre 
a vantaggio delle comunità; e nella partizione 
delle terre fra cittadini fu prediletta la povertà :*sì 
che donavano a’ più poveri, davano per piccolo 
prezzo a' meno poveri, vendevano al giusto agli 
agiati, escludevano i ricchi. 1 miseri profittavano 
in tutti i modi, con offesa (convicn dirlo) delle 
consuete forme di procedimento, e pur tal volta 
della giustizia; imperciocché la feudalità (qui ri- 
peterò ciò che poco indietro ho detto del brigan- 
taggio) era misfatto antico ed enorme, che la giu- 
stizia del nuovo secolo punì co’ modi del flagello 
e della vendetta. 

l’er eseguire le sentenze della commissione 
feudale il re al finire del 1809 mandò, commis- 
sari nelle provinole, parecchi magistrati di allo 
grado, di buono ingegno, di onorata fama por- 
tando altri decreti di cui l’ adempimento fosse ve- 
loce e forzalo: l’opera stava al termine; il moto 
come al fine delle cadute era più celere. Per cura 
di que’ regii ministri , divise le terre e suddivise, 
videsi numero infinito di nuovi possidenti; franca 
la proprietà de' già baroni, de’ già vassalli; tutte 
le servitù disciolte; quell’anno 1810, il primo di 
libertà prediale e industriale. Perciò il re, dal 
campo di Reggio dove stava a guerra contro la 
Sicilia, dichiarando compiuta l'abolizione della 
feudalità, bandì per editto irretrattabili le sen- 
tenze della commissione feudale; ed essa disciol- 
ta. Si viddero indi a poco gli effetti maravigliosi di 
quell’opera nelle private ricchezze, nell’ accresciu- 


LIBRO SETTIMO — I8I0-II 159 

ta finanza/ nell’agricoltura, nelle arti. Era stata 
divisa tra ’l re ed il comune di Postiglione la : valle 
del Calore, piccolo fiume che va nel Sele,la qua- 
Ieper lo innanzi foltamente boscosa era parte delle 
regie cacce di ‘Persano: delle due pendici l’una, 
lasciata al re, è selvaggia coma innanzi; l’altra, 
divisa fra cittadini, è coltivata a campi, a vigne, 
ad oliveti, sparsa di nuove case, alimentatrici di 
famiglie industriose e beate: così che in quelle 
due con valli stavano figurate ed espresse in ria- 
tuia la vivente feudalità e la distrutta. Età novella 
per la vita civile del popolo Napoletano cominciò 
nel 1810. 

XXXIX. Il primo giorno del seguente anno, tra 
le consuete feste della reggia, il re concesse con 
titolo e dote, ma senza diritti ed usi di feudo, al- 
cune baronie a generali e colonnelli dell’esercito: 
liberalità che generando nobiltà nuova, armata, 
potente, partigiana degli ordini nuovi, provvede- 
va a molti bisogni della nascente casa de’ Napo- 
leoni, e non aveva di sconcio che il nome. 11 re 
Giuseppe, a pompa o prodigalità aveva fatto altri 
doni a’ ministri civili; Gioacchino istesso ne’ suc- 
cedenti anni nominò ora per prèmio a’ servigi, 
ora per favore, altri baroni, conti e duchi, e 
concedè titoli senza tèrre o terre senza titoli a 
militari, a magistrati, ad artisti. Parvero, e tali 
erano in alcuni casi, dissipazioni dell’erario pub* 
blico; ma non sì grandi e sì vacue quanto la ma- 
lignità divolgava : chè nella storia di Napoli non 
-vi ha nuova stirpe, per quanto avara, che avesse 
donato a’ partigiani suoi meno di ciò che dona- 
rono a nostro tempo i due re francesi; nè vi ha 


1 . 


160 LIBRO SETTIMO — 1811 

dii più di loro gli cercasse tra gli uomini meri- 
tevoli dello stato. Caddero con Giuseppe e Gioac- 
chino i loro aderenti e affezionaci, pochi non 
rimasero poverissimi, e niuno fu ricco per turpi- ' 

tuni. Gli ufGziali dell’esercito se non fossero stati 
mantenuti agl impieghi dalla convenzione di Ca- 
salanza avrebbero accattato nel i8i5, come ac- 
cattarono anni appresso 
rate quella convenzione 

Foco dopo viddesi la insegna di Napoli, avendo 
usalo sino allora in guerra , in mare e su le roc- 
che, la bandiera francese: i colori nostri furono 
in campo turchino il bianco e l’amaranto. Nel 
giorno istesso fu prefissala forza dell’ esercito, ed 
era (benché il decreto noi rivelasse) di sessanta 
inila uomini di milizia assoldati, quaranta mila 
delle civili; chiamarono i reggimenti, legioni; i 
generali di divisione, tenenti generali; e quei di 
brigata, marescialli di campo: molti altri nomi da’ 
nomi francesi variarono, chè già sentivasi da 
Gioacchino e traspariva nel Regno il desiderio 
della indipendenza. La nuove scuola politecnica 
ingrandì il già collegio militare; sursero nuove di 
artiglierie e del Genio; in cento modi si provvi- 
de all’esercito napoletano, perocché si divisava 
di congedare il francese : le coscrizioni si faceva- 
no quietamente e con prestezza, frutto del con- 
solidato regfio. E a tanti mezzi di forza si imivano, 
per iscuotere il giogo della Francia, il comandar 
dm o di Buonapartc e l’ indole libera e presuntuo- 
sa di Gioacchino. Spuntò allora il primo sdegno 
fra i due cognati. 

Nel qual tempo nacque all'imperatore de’Fran* 


poiché per fedi spergiu- 
ri rotta. 


J*,. 


H«F~ 


J 



LIBRO SETTIMO — I8II If>I 

cesi un figlio che appellò Re eli Roma ; e Gioac- 
chino', per impostagli riverenza, si recò a Parigi: 
e sebbene credevasi che vi si fermasse sino al bat- 
tesimo a fine di accrescerne la pompa, inatteso 
tornò in Napoli molto innanzi della cerimonia. 
E giunto appena, congedò le schiere francesi, con 
decreto che nessun forestiero, se non prima di- 
chiarato cittadino napoletano come prescriveva 
lo statuto di Bajona, potesse rimanere agli sti- 
pendii militari o civili. Spiacene f ardito comando 
a Buonaparte, che in altro decreto disse: non bi- 
sognare ai compagni di patria e di fortuna di 
Gioacchino Murat, nato francese e asceso al trono 
di Napoli per opera dei Francesi, la qualità di 
cittadino napoletano per avere in quel reame ut 
fizii civili o militari, il re infuriò, la regina pla- 
cava gli sdegni; pochi dei Napoletani timidi e 
servili biasimavano 1 ardire di Gioacchino; molli 
liberi, audaci, ambiziosi lo applaudivano; dei 
Francesi niuno, benché cortigiano, si mostrava 
della sua parte. Nelle grandi contese di stato, in 
cui di ordinario primeggiano due opposte sen- 
tenze, capo dell’ una si faceva il re, dell'altra la 
regina, e intorno a sé raccoglievano i sostenitori 
delle due parti: contendevano nel pubblico, ac- 
cordatami nel privato; pareva discordia, ma era 
scaltrezza in tanti moti e pericoli di regno nuovo. 
Eppure quella volta non per finzione ma per 
sentimento il re e la regina discordavano; ella 
fidando meno del giusto nel marito, e assai più 
del giusto nel fratello. Si accesero domestiche 
brighe: egli, impetuoso per natura, infermò; ed 
Coixettì, T. IH. 1 1 


162 LIBRO SETTIMO — I8II 

ella, benché superba, fu palesemente mesta e ad- 
dolorata. 

Vinse il decreto di Buonaparte: l’esercito fran- 
cese usci dal regno; ma i Francesi che avevano 
in Napoli militare o civile impiego restarono. 
ISella plebe sursero dicerie maligne e bugiarde su 
i motivi dello sdegno della casa; e scrittore, se- 
guace, poi nemico di que’ principi, non disdegnò 
•li Avvalorare quelle menzogne, adombrandole in 
alcune memorie chiamate istoric/ie. Indi a poco le 
domestiche contese quietarono, e il re, tornato 
sano, si volse alle cure dello stato. 

X.L. In iNapoli, come in altre parli d’Italia, 
estirpati per furioso genio di coltura gli alberi su 
le montagne c messe a campo le terre, furono i 
primi ricolti abbondanti; ma scemavano d’anno 
in anno, perchè dall acque trasportato il terreno, 
ingomberate le sottoposte pianure, solcato stra- 
namente il dorso dei monti, e però nudato il colle, 
devastato il piano, lasciati i torrenti alle proprie 
licenze ed agli eventi dei turbini, l’agricoltura fu 
sovvertita. Una legge di Gioacchino riordinava 
quella parte di amministrazione pubblica; e non 
bastando i precetti nominò una direzione supre- 
ma in iNapoli, altre minori nelle province; impie- 
gati e vigilatoci nelle comunità, guardie nelle 
campagne: che se tutto e troppo nel possesso dei 
boschi era stato libero, tutto e troppo dopo la 
legge fu ristretto da regole, proibizioni ed am- 
mende: sursero grandi e giuste lamentanze ac- 
creditate dall’avarizia del iisco; si manifesta in 
quella legge che la severità delle pene appariva 
non già zelo di bene ma cupidigia. Ne derivò ebe 


LIBRO SETTIMO — 1 81 1 163 

provvida legge fusse male accolta dai soggetti e 
ritrosamente osservata. 

Per altri decreti l’amministrazion provinciale 
e comunale migliorava in quanto alle regol e , ina 
peggiorava nel fatto; e del peggioramento era 
principal cagione il ministro per lo interno conte 
Zurlo, ingegnoso, instancabile, desideroso di 

I mbblico bene, e pure amico di libertà, ma per 
ungile usanze così devoto alla monarchia e cieco 
amante del re (qualunque mai fosse di nome o 
d’indole) che per soccorrere la finanza, disordi- 
nata dalle troppe spese della milizia e della cor- 
te, imponeva al patrimonio dei comuni non po- 
chi debiti del fisco, ed altre somme col nome di 
Volontario Donativo. Perciò quei patrimoni de- 
cadevano, il popolo insospettiva; gli spiaceva il 
risparmio, a vederlo convertito in doni menzo- 
gneri, più delle dissipazioni e delle frodi, le quali 
almeno giovavano ad alcuni della comunità. 

Altra cagione di male era nella natura delle 
intendenze. L' intendente commissario del gover- 
no e tutore del popolo, con poteri grandi e certi, 
doveri indeterminati e talvolta opposti, non può 
a lungo serbare uffizio e fama. E poiché l’uffizio 
gli apporta comodo e fortuna, la fama sventure 
ed offese per fin da coloro a cui giova, la più 
parte degl’intendenti sono a prò del governo 
contro del popolo, cioè duri nelle pratiche di 
polizia, inflessibili nelle esigenze della finanza, 
proclivi e pronti a tutto ciò che profitti o piaccia 
al re come che a danno della provincia. Parecchi 
ne furono, nel tempo del quale scrivo, difensori 
arditi delle ragioni del popolo, dei quali citerei 


* 




V 


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If,4 LIBRO SETTIMO — I8II 

e fatti e nomi se scrivessi commentari e non 

istorie. 

INuovi provvedimenti migliorarono il sistema 
giudiziario, il qual cenno mi offre occasione di 
rammentare due cause trattate in quell' anno 1 8 1 1 , 
e degne di storia. Abbattuta ma non ancora im- 
potente, l'ira contro Gioacchino fece ordire con- 
giura per ucciderlo quando andasse a diporto 
di caccia nelle foreste di Mondragone, dove il 
luogo vicino al mare agevolasse a’ regicidi la fuga; 
capo de congiurati un tal Fra Giusto, già frate, 
amministratore di vaste tenute presso al disegnalo 
luogo del delitto, compagni altri ventotto venuti 
di Sicilia o arruolali in Napoli. Si ordinavano le 
insidie, quando l’un d’essi, a patto d’impunità, 
rivelò al governo il disegno; e quindi arrestiti i 
congiurati, sorprese armi e fogli, fu comandato 
il giudizio, ma con le libere consuete forme, 
come non fusse causa di maestà. Per testimonii, 
documenti e confessioni venne in’pubblico dibat- 
timento dimostrata la colpa, ed il regio procura- 
tore chiese condanna di morte per sette de’ con- 
giurati, e di galera in vita per altri ventuno. 
Parlavano a difesa, con poca speranza, gli avvocati, 
quando il presidente ruppe il discorso per leggere 
al pubblico un foglio or ora pervenutogli, ed era 
del re, che diceva: 

a lo sperava che gli accusati di congiura con- 

tro la mia persona fossero innocenti; ma con 
ii dolore ho inteso che il procura tor generale ab- 
« bia dimandato per tutti pene assai gravi. E forse 
»> vera la colpa, ed io volendo conservarmi un 
» raggio di speranza della loro innocenza, prc- 


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LIBRO' SETTIMO — 1 81 1 IG5 

r> vengo il voto del tribunale, fo grazia agli accu- 
r> sati, e comando che al giungere'di questo foglio 
« si sciolga il giudizio e si facciano liberi quei 
« miseri. E poiché trattasi d’ insensato delitto con-' 
» tro di me, e non ancora è data la sentenza, io 
« non offendo le leggi dello stato se, non inteso 
>•> il consiglio di grazii, fo uso del maggiore e 
r> migliore diritto della sovranità. Gioacchino >\ 

Fu lieto il fine di quel giudizio quanto mise- 
revole l'altro caso che narrerò. Era in Àcerenza, 
città della Basilicata, un tal Rocco Sileo, bello e 
grande della persona ma per vecchiezza curvo e 
bianco, padre di figli e figliuole, con poca for- 
tuna cd onesta fama. De’ figli il primo, d’indole 
rea e malvagia, cominciò da giovinezza a commet- 
ter delitti) e l’amoroso padre, stando ancora in 
piedi le udienze e gli scrivani, ne redimeva la 
reità per danaro. Ma quegli continuo al male ri- 
tornava alle colpe, quanto l’altro sollecito e co- 
stante il difendeva, disperdendo il patrimonio 
della famiglia. Per grave misfatto commesso l’ anno 
i8og, di già cambiati codici e magistrati, il tribu- 
nale della provincia il condannò a morte, da ese- 
guirsi in patria innanzi alla propria casa. Ma la 
condanna restò sospesa dal ricorso in cassazione; 
ed il padre, dopo di aver profuso cure e denaro, 
lasciò in Napoli un più giovane figlio col carico 
di avvertirlo celerissimamente della sentenza. Que- 
sta fu avversa : il figliuolo in gran diligenza giunse 
apportatore della fatale condanna, e dal padre 
ebbe comando di segreto anche in famiglia. 

Nel seguente giorno il vecchio ottenne per de- 
naro dal custode del carcere di desinare col figlio: 


16(5 LIBRO SETTIMO— 1 81 1 

e fu la mensa non abbondevole nè scarsa, egli 
non lieto nè tristo; il figlio, per lungo uso avvezzo 
alla prigione, indifferente. Finito il desinare, il 
padre parlò in questi sensi: « Figliuol mio, il 
» tribunale di cassazione ba rigettalo il nostro 
ricorso, la condanna è confermata, fra poche 
55 ore sarà nota quella estrema sentenza, e tu 
55 dimani avrai cessato di vivere. In qual modo? 
55 infamemente, per mano del carnefice; ed in 
55 qual luogo? qui in patria, innanzi alla nostra 
55 casa. 11 patrimonio ch’era mio e della famiglia, 
55 tutto è stato distrutto in tua difesa, piccola vigna 
55 che io piantai è stata venduta un mese fa. Se 
55 alla nostra povertà tu vuoi aggiungere infamia, 
55 troppo di male, o mio figlio, avrai arrecato ai 
55 tuoi vecchi genitori, a due fratelli, a tre sorelle, 
55 al nome, alla discendenza. INon vi ha che un 
55 mezzo, morir prima, morir oggi. Se hai pietà 
55 della famiglia e di me, prendi, questo è un ve- 
55 leno (cavò di tasca una carta ravvolta), bevilo. 
55 Se l’animo ti manca io partirò maledicendoti; 
55 se beverai, le mie benedizioni accompagneran- 
55 no il tuo spirito 55. A questi ultimi detti qualche 
lacrima gli comparve agli occhi, e impietrì; e il 
figlio che inorridito ascoltava, prese la carta, senza 
dir motto, di man del padre, versò il veleno nel 
bicchiere, baciò la destra al venerando vecchio, 
e, fisamente guardandolo, beveva. Mentre l’altro 
levato in piedi, e per inusitato vigore scomparsa 
la curvità della persona, alzato il braccio in atto 
patriarcale, tre volte disegnando la croce il be- 
nedisse. E subito partì: il figlio morì in breve ora. 

Seppesinel giorno istesso la condanna, ilpran- 


LIBRO SETTIMO— 1811-12 167 

S • 

io, il veleno, la mòrte. Fu messo in carcere, ac- 
cusato di parricidio, il vecchio padre che nulla 
tacque de fatti. 11 tribunale il condannò a morte, 
la cassazione pendeva incerta fra la legge e la 
coscienza; chè pericolo alla giustizia era la scusa 
del misfatto, ma la condanna offendeva la virtù, 
f onore e la pubblica ammirazione per la stupenda 
intrepidezza paterna. In quel dubbio interrogato , 
il governo, rispose che i fatti si cuoprissero col 
silenzio, non bisognando autorità di legge per 
caso singolare, primo insino allora, e che forse 
non avrà secondo. Rocco Sileo, tornato in libertà, 
visse povero, afflitto ed onoratissimo. 

CAPO TERZO 

e* / 

Il re parte per la guerra di Russia, e ne torna. Tenta l’unione 
d’Italia. Parte per nuova guerra. in Germania, e tornatone 
provvede al Regno. Anni 1812 e 1813. 

XLI. Era-il di primo dell’anno 1812, e si fa- 
cevano in corte le usate riverenze al re ed alla 
regina, seduti al trono. Primi ad essere introdotti 
erano i ministri de’ re stranieri, e primo de’ primi 
esser doveva quello di Francia, se avesse avuto 
titolo di ambasciatore qual convenivasia re della 
stessa casa; ma Buonapartegià tenendo. a fastidio 
Gioacchino, e volendo mostrare al mondo che 
noi riguardava congiunto, avea spedito in Napoli 
il signor Durant col titolo di plenipotenziario, e 
perciò il ministro di Russia Uolgorouky voleva 

5 recederlo nella cerimonia. Era il Russo grande 
i persona, fiero di aspetto, l’altro piccolo e spa- • 


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MS LIBRO SETTIMO— 1812 

rulo, l’età in cntrambo sul primo confine della 
vecchiezza. Inoltraronsi nella stanza del trono 
contemporanei; in riga, frettolosi, Dolgorouky e 
Durant, ma quegli per più disteso passo già pre- 
correva, quando questo presogli il braccio il 
trattenne, e allora il Russo con occhio ed impeto 
barbaro pose il pugno su l’elsa della spada. 

1 principi mirarono la sconvenevole briga, ed 
il re si mosse incontro dicendo ad entrambo die 
lodava lo zelo di giunger primiero ad offrirgli 
omaggio, e sì parlò che non diede a nessun dei 
due argomento di preferenza. Succedendo intanto 
altri ministri e cortigiani, quei primi partirono: 
lini la contesa per quel giorno. Perocché al ve- 
gnente, scambiati i cartelli, duellarono i due mi- 
nistri nel tempio di Serapide in Pozzuolo, ed a 
poca distanza il maresciallo del palazzo Excelmans 
col segretario di ambasciata russa Benkendorff, 
quando sopragiunsero le vigilatrici autorità di 
polizia che interruppero i cominciati combatti- 
menti, e pregarono i duellanti, per* lo impero 
delle leggi, a ritirarsi; il Dolgorouky era stato 
leggermente ferito di spada all orecchio destro. 
E sebbene in quel tempo covassero odii secreti i 
due imperatori di Russia e di Francia, pure a 
vicenda, simulando modestia e dichiarando pri- 
vata la contesa, rivocarono i due ministri. 

XLI 1 . In quell’anno istesso 1812 vacillando il 

I iotere di Buonaparte, mutarono di Gioacchino 
e arti di regno, ond’io prima narrerò le cose 
interne brevemente, per quindi fermare il rac- 
conto alle esteriori cagioni di futuri avvenimenti. 
Egli fondò nuovi collegi e licei, e fatte novelle 


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V 




V . ; * 

LIBRO SETTIMO — 1812; 169 

ordinanze per la istruzion pubblica, inaugurò 
con solenne cerimonia la università degli studii. 
Introdusse per decreto il sistema metrico che de- 
siderato ed applaudito da’ sapienti, mal sofferto 
dal popolo, poco tempo visse nelle leggi, nulla 
negli usi, e si restò alf antica barbarie di pesi e 
misure infinite, varie tra loro e innumerabilL 
Fra le cagioni del popolare abborrimento erano 
le denominazioni greche, non intese dall’univer- 
sale, e per fino difficile a profferire. Ma se .alle 
nuove misure lasciavano i vecchi nomi, il popolo 
le accoglieva, i grandi benefizi di quel sistema si 
ottenevano. La perfezione del quale richiederebbe 
gli stessi nomi per tutto il mondo, ma sempre il 
bene in idea è impedimento al fatto. Furono in 
quell’ anno ordinate e quasi compiute molte opere 
pubbliche, teatri nelle città delle province, strade, 
ponti, ediQzi, prosciugamenti di paduli, acque- 
dotti. Ma fra tutte sono più degne di ricordanza 
la strada di Posilipo, il campo di Marte, la via 
che vi mena dalla città, la Casa de’ matti e l’os- 
servatorio astronomico. 

La strada di Posilipo intende a prolungare 
l’ amenissimo cammino di Mìergellina e condurre 
alle terre, per memoria venerate, di Pozzuoli e 
Cuma, evitando l’oscuro periglioso calle della 
Grotta. La strada, benché breve due miglia e 
mezzo, costava la spesa di ducati, duecentomila, 
cosi grandi essendo i lavori d’arte per tagli di 
monte e traversar di balze e di borri. Fu pagato 
il danaro, non dallo stato, dal re, in dono alla 
città. L’opera con sollecitudine ^procedeva, ed 
oggi accresce le bellezze del luogo e le maravi-. 
glie del passeggierò. 


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N 


170 L1BBO SETTIMO — 1812 

Vaslo terreno (moggia novecento, metri qua- 
drati 3 1 6 ) sul colle di Capodichino -, ove 
nel i5a8 Lautrech per assediar la città attendò 
gran parte di esercito, fu da Giocchino destinato 
a campo militare, chiamato di Marte; e perciò, 
sbarbicate le viti e gli alberi, demolite le case 
che il cuoprivano, fu ridotto a pianura. Diciot- 
tomila fanti, duemila cavalli, le corrispondenti 
artiglierie vi si movevano ad esercizio, ma ordi- 
nati in due linee. 

Dalla città menava al campo strada bellissima 
e magnifica, che dispiegandosi dolcemente nella 
pendice orientale del colle, costeggiando un lato 
di quel campo, univasi alla consolare di Capua; 
per essa (poiché rimane abolita l’ antica, alpestre 
ed avvallata di Capodichina) giungono i forestieri 
alla città. 

Fu eretta in Aversa nuova Casa de’ piatti; e sì 
presto crebbe in successi e di fama che appena 
dopo un anno faceva le maraviglie dell' osserva- 
tore. Dapoichè noi, avvezzi negli andati tempi 
a pratiche crudeli sopra quei miseri, stupivamo 
a' vederli diligenti e tranquilli negli usi ordinari 
della vita, far lavori* recitar canzoni, rappresen- 
tar commedie; e per vie così dolci (contraponendo 
l’ esercizio continuo della ragione alle stravaganze 
temporanee dello sconvolto intelletto) tornar sani 
e saggi. 

Sul colle di Miradois fu fondato l’osservatorio 
astronomico, con disegno del barone Zach ed istro- 
menti di Reichembach. Eglino stessi, quando già 
l’opera procedeva, vennero in Napoli ad esami- 
paria; e furono da’ dotti e dal re onorati qual 


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•'Ji — 


LIBRO SETTIMO— 1812 15 1 

convenivasi al merito , ed al grado dei due per- 
sonaggi. L’edifizio al cadere di Murat era vicino 
al termine; ma, compiuto da’ Borboni, diede a 
questi maggior parte di gloria. 

XLII1. Non altro di memorabile si fece in quél- 
ranno, perocché in aprile il re,, lasciando reg- 

§ ente la regina, si partì. Egli era stato richiesto 
all’ imperator Napoleone a comandare nella guer- 
ra di Russia la poderosa cavalleria dell’ esercito; 
avvegnaché forza di sdegno comunque grande 
fra i due congiunti non poteva far trasandare a 
Buonaparfe i militari servigi di Murat, o repri- 
mere in questo il focoso istinto di guerra. Io nar- 
rerò ciò che di memorabile egli fece nelle batta- 
glie, essendo parte della storia di Napoli la storia 
del suo re; e paleserò a suo luogo ciò che ei disse 
a me stesso di quella guerra , acciò sia documento 
alle cose di Francia variamente raccontate da 
due scrittori di fama, e contrastala per fin con 
le armi. 


La guerra era inevitabile. Buonaparte benché 
impegnato ne’ travagli della Spagna, e pervenuto 
ad altissima potenza, marito, padre, necessitato a 
stabilire le acquistale fortune, non trasandava le 
nuove ambizioni di dominio e di gloria sì che 
a\ea trasgredito i recenti patti di Tilsit. E l’impe- 
ratore Alessandro, già gravalo da quei patti, e 
peggio dalle trasgressioni, spronato dall' Inghil- 
terra, confidando nella Prussia scontenta, e nel- 
l’Austria facilmente infedele, potente anch’egli 
ed amante di gloria, si apprestava al cimento. Che 
Buonaparte aspirasse ad universal monarchia (so- 
spetto antico più accreditato per quella guerra) fu 



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! 72 LIBRO SETTIMO — 1812 

voce nemica e credenza plebea ; dapoichè, se il 

P ensava, non avrebbe rilasciate, dopo prese, la 
russia e tre volte l’Austria; nè fatto un parenta- 
do ed un’alleanza che gl’ impedivano di estendere 
i confini deir Impero. E se dopo impresa felice 
ingrandiva sè ed i suoi, era premio di fatica, gua- 
dagno eli fortuna, desiderio di maggior jvolenza, 
e dirò pure avidità o insazietà ma non mai stol- 
tizia di universale impero. 

Vista inevitabile la guerra, fu l’ irhperator Buo- 
naparte il primo a muoverla .per lo avvantaggio 
che si ha nello assalirò, e per contenere la infe- 
deltà dell’Austria, la scontentezza della Prussia. 
E difalti que’due potentati, benché tentati dal- 
l’Inghilterra, e contrarii per odio antico alla Fran- 
cia, temendo la presenza di # quelle squadre e di 
quel duce, fermarono con esso trattati di allean- 
za. Era immensa l’oste di Buonaparte, Polacchi, 
Prussiani, Tedeschi di tutta Germania, Annove- 
resi. Italiani, Spagnuoli andavano con Francia; e 
stava dall’opposta parte la Bussia, il verno e la 
barbarie. Si ordinarono i due eserciti: il mosco- 
vita accampava su la estrema frontiera occiden- 
tale; l’altro gli andava incontro, ed era primo 
reggitore dell’avanguardia il re di Napoli. Si av- 
vicinarono così che un fiume li separava; sdegno, 
superbia, sentimento della propria forza spingeva 
gli uni e gli altri a combattere; non mancava che 
il segno, e fu dato da Buonapartg su la sponda 
del ÌNiemen il 22 di giugno del 1812. E però Gioac- 
chino con la potente sua schiera, valicato il fiu- 
me, pose primiero il piede su la terra de’ Bussi. 
Prese indi a poco senza contrasto la città di 


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LIBRO SETTIMO — 1812 173 

\Unaj i Russi, bruciando le copiose vettovaglie 
provvedute con gravi spese, la abbandonarono. I 
f rancesi avanzavano e gli altri lentamente ritira- 
vansi, lasciando regioni per natura deserte, o per 
opera disertate. Visto il disegno de’ Russi di evi- 
tare i combattimenti, e però il combattere vie- 
più divenendo interesse e desiderio di Buonaparte, 
ordinò a Gioacchino di oltre spingere ; e quegli 
trascurando ogni prudenza, e la consueta misura 
di tempo e di fatica, raggiungeva il nemico, lo 
sforzava alla guerra. Così, due giornate onorevo- 
li al re di Napoli per audacia e per arte dettero 
alle armi francesi entrare in Yitepsko. 

Indi Smolcnsko fu espugnata. I Russi combatte- 
rono innanzi alla città per aver tempo da traspor- 
tare gli ospedali, le artiglierìe quante potevano, 
munizioni e mezzi di guerra; ed ardere magazzi- 
ni , quartieri e case della città. Perciò nella notte 
mentre l’esercito francese prepara vasi a nuova 
battaglia, l'altro abbandonava il campo; a’ primi 
albóri entrando i Francesi a Smolensko desertato 
salvarono a fatica dall incendio pochi resti della 
vinta città. Era oltre il mezzo di agosto, bisogna- 
va un mese di cammino e di fortuna per giunge- 
re a Mosca o a Pietroburgo; ed era palese che i 
Russi si difenderebbero, a modo barbaro ritiran- 
dosi e distruggendo. Perciò Gioacchino (egli stes- 
so mel disse più volte nel i8i3, tuttora Buona* 

S arte imperatore de' Francesi e potente) propose 
i fermare in Smolensko la guerra del 1812, or- 
dinare il governo de’ Polacchi, avanzare la base 
di operazione, prepararsi per lo aprile del i3 a 
nuove imprese; e poiché- le legioni di Francia 


«HA 




1 


I?4 LIBRO SETTIMO — 1812 

erano state in ogni scontro vincitrici, e le russe 
vinte e fugate , potevasi agevolmente prender le 
stanze più convenienti al disegno. 1 mezzi che la 
Russia adunerebbe in sette mesi sarieno certa- 
mente minori di quelli che fornirebbe la Francia, 
la Germania intera e la Polonia a prò dei Fran- 
cesi ribellata. Non sa la Russia , soggiungeva 
Gioacchino, la vastità delle sue perdite; diasi 
tempo alla fama di raccontarle ed esagerarle; ne 
deriverà scoramento, scontentezza, e forse, come 
usano nelle sventure le corti barbare, ribellione. 
Buonaparte fu dubbioso, o apparve, per alcuni 
giorni; ma infine avido di battaglie perchè mezzi 
tli pace, comandò che V esercito procedesse, e 
quel muovere da Smolensko fu ingrato a Gioac- 
chino ed ai più veggenti generali. 

XLIV. Avanzando, ricominciarono i combatti- 
menti ? Saint-Cyr vinse in Polotsk, il duca di El- 
cbingen in Yalontina, il re di Napoli in Yiazrna. 
E questo istesso, sempre alle prese col retroguar- 
do russo e respingendolo, venne alla sponda della 
Moskowa dove lutto l’esercito si adunò; e visti 
su l’altra sponda i moli e i preparamenti de’ Rus- 
si, sperò Buonaparte la desiderata battaglia. 11 
dì 7 di settembre ne diede il segno, e fu suo 
scopo, benché in ordinanza parallela, rompere 
l’ala sinistra del nemico all’orzata con opere e 
con polenti batterie di cannoni. Ivi combatteva il 
re di Napoli, ivi prima si vinse; là furono le in- 
finite morti dei Russi, là suonò a ritirata il loro 
esercito. E dopo la battaglia i vinti, sempre in- 
calzati, traversarono Mosca prendendo il cam- 
mino pria di Kolomn'a , poi ili Kaluga, ed il re 



LIBRO SETTIMO — 1812 175 

non trattenuto dal bisogno di riposo nè dall'a- 
spelto di grande, nuova e quasi magica città, 
caldo di guerra, incurioso e spensierato di ogni 
altra cosa, inseguì il nemico fin sulla Nura , a 
venti leghe da Mosca. E poiché surse speranza e 
voce di pace, concordò tregua, per la (piale i due 
avanguardi si posero a campo l’ uno all altro d’ in- 
contro, vigili e su le armi, perocché unico patto 
era lo avvisarsi della cessata tregua tre ore innanzi 
deir assalto. Ma pure le armi restarono sospese 
tredici giorni, l’impcralor dei Francesi aspettan- 
do la pace, l’ impera tor dei -Russi 1 inverno. 

Quella differita a disegno, questo oramai vici- 
no, Mosca incenerita non dando ricovero all e- 
sercito vincitore, *Buonaparte imprese a ritirarsi 
verso Smolensko. Si è biasimato in questo secolo 
di molle civiltà l’animo feroce del governatore 
Rostpochin macchinatore dell incendio della cit- 
tà; ma pure a quell’animo è dovuta la rigettata 
pace con la Francia, la ritirata, la rovina ucll’e- 
sercito nemico, e la serbata indipendenza della 
Russia. E però io penso che la mezzana civiltà dei 
nostri tempi sia la cagione vera della servitù vo- 
lontaria dei popoli, e che il vivere sarà onorevole 
quando il concetto del chiamato barbaro Rostpo- 
chin venga in mente del miglior cittadino di un 
paese vinto, ossia quando la civiltà sarà bastante 
agli sforzi della barbarie. 

Cominciata la ritirata da Mosca, l’esercito rus- 
so ch'era incontro a Gioacchino, non già impa- 
ziente di guerra ma con fraude, in dispregio del 
patto, assaltò all impensata i Francesi; ma dopo 
i vantaggi del sorprendere fu trattenuto, e s im- 


11 V 1UL 1 U- JH ■ ■ ■ .* • 


I7G LIBRO SETTIMO — 1812 



{ >egnò vasta battaglia in tutta la linea! Obbietlo 
astretta di \oronoswo, che restò ai Francesi: 
morì fra molti il generai Dery, ajutante di campo 
e tenero amico del re, marito di giovine nobile 
napoletana. Buonaparte, benché parco lodatore, 
nè benevolo a Gioacchino, riportando que’ fatti 
nei bullettini dell’ esercito, scrisse: « 11 re di Na- 
poli in questa battaglia ha provato quanto pos- 
sano la prudenza, il valore, fuso di guerra. In 
tutta la guerra di Russia questo principe si è mo- 
strato degno del supremo grado di re ». 

La ritirata dei Francesi proseguiva: le schiere 
ordinale dei Russi, e i Cosacchi a sciami" infesta- 
vano la linea francese, che non però trattenevasi 
perchè in ogni scontro vincitrice. Ma indi a poco 
il verno inacerbiva sino a 18 gradi di Reaumur, 
bastò ad uccidere molti cavalli ed alcuni uomini, 
e più infermarne: così crescendo di giorno in 
giorno il bisogno di difendersi, i mezzi alla di- 
fesa scemavano. Nè il freddo si fermò a quel gra- 
do ma più crebbe; in due notti, potendo anche 
più del gelo la nudità e’1 digiuno, perirono tren- 
tamila cavalli, ed uomini in gran numero: la ca- 
valleria dell’esercito scomparve, i già cavalieri 
andavano a piedi, i carri, le artiglierie, il tesoro 
furono abbandonati. Alle miserevoli e spesso im- 
maginose descrizioni della ritirata di Mosca niente 
aggiungerò perchè è storia di Francia, e il poco 
che ne ho detto basta per dimostrare che scom- 
posti gli ordini militari, distrutta la cavalleria, 
non avea Gioacchino schiere da reggere, ma com- 
batteva per occasioni e quasi per ventura. In tanta 
calamità serbò animo sereno, come il serbarono 


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LIBRO SETTIMO — 1812-13 177 

gli «litri c«ipi dell’ esercito, la guardia imperiale, 
gli uffiziali e i soldati in gran numero; ma sopra 
tutti, che che ne dicesse malevolenza, l’impera- 
tore Napoleone, allora, viepiù che nelle fortune, 
previdente, operoso, instancabile. 

XLV. Ridotto l’ esercito sul Niernen, Buonaparte 
movendo per Parigi lasciò luogotenente il re di 
Napoli. Continuava la ritirata e la guerra, ma il 
verno decadeva , e l’ esercito giunto dietro all’ Oder 
ristoravasi con le immense provviste ivi adunate, 
. quando il generai Yorck con le squadre di Prussia 
disertò i campi francesi, e abbisognarono abili 
provvedimenti del duca di Reggio e nuovi fatti 
uarmi per dar riparo allo inatteso abbandono. 
Ma infine, condotto l’esercito francese a stanze 
comode e sicure, fermati i Russi, terminò la 
guerra del 1812; e Gioacchino, deponendo in 
mano del viceré d’Italia il comando supremo, 
celeremente ritornò in Napoli, movendo dietro 
lui il contingente napoletano; che, sebbene non 
guerreggiasse ne’ luoghi più aspri della Russia, 
ebbe assai morti di gelo, o moncati deUe dita 
delle mani e de’ piedi. L’ abbandono che fece 
Gioacchino dell’esercito francese gli fu danno ed 
onta : il suo regno riposava perchè già spente le 
discordie civili, e la Sicilia travagliata da’ propri 
destini, e la Inghilterra intesa alle guerre di Ger- 
mania e di Spagna; la reggente con animo e 
senno virile provvedeva e bastava a’ bisogni dello 
stato. Egli era sull’ Oder non re, ma capitano» 
nè cittadino di Napoli,.m^ Francese; là stava ed 
afflitta la sua patria, là stavano in pericolo quelle 
schiere che gli avevano data e fama e trono.. 

Colletta, T . 11 L ' 12 


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178 


LIBRO SETTIMO— 1813 


Buonaparte, intese la partenza di Murai dal 


campo, fece divolgarla nel Monitore (gazzetta di 
Francia) aggiungendo biasimi per Gioacchino, e 
lodi, che più a Gioacchino pungevano, del viceré; 


pubbliche vendette ancor sazio lo sdegno di Buo- 
naparte, scrisse alla sorella regina di Vapoli in- 
giurie per Gioacchino, chiamandolo mancatore, 
ingrato, inetto alla politica, indegno del suo pa- 
rentado, degno per le sue macchinazioni di pub- 
blico e severo castigo. Ed il re a quel foglio di- 
rettamente rispose, e tra 1 altro disse: «La ferita 
« al mio onore è già fatta, e non è in potere di 
« Vostra Maestà il medicarla. Voi avete ingiuriato 
» un antico compagno d anni, fedele a voi nei 
« vostri pericoli, non piccolo mezzo delle vostre 
» vittorie, sostegno della vostra grandezza, ria- 
» nimatore del vostro smarrito coraggio al di- 
« ciotto brumaire. 

» Quando si ha l'onore, ella dice, di apparte- 
» nere alla sua illustre famiglia, nulla debhe farsi 
«che ne arrischi f interesse o ne adombri lo 
« splendore. Ed io, sire, le dico in risposta che 
« la sua famiglia ha ricevuto da me tanto onore 
« quanto me ne ha dato collegandomi in matri- 
« inonio alla Carolina. 

« Mille volte, benché re, sospiro i tempi nei 
«quali, semplice uffiziale, io aveva superiori e 
« non padrone. Divequtq re, ma in questo grado 
«supremo tiranneggiato da Vostra Maestà, do» 
« minato in famiglia, ho sentito più che non mai 


avvegnaché quei due principi, 1 uno più caro aUa 
fortuna, l'altro all'imperatore, sentivano da lun- 
ga pezza gelosia tra loro e nemicizia. INè per quelle 




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LIBRO SETTIMO— 1813 179 

» bisogno il indipendenza, sete di libertà. Cosi 
»> voi affliggete, così sacrificate’ al vostro sospetto 
;> gli uomini più fidi a voi, e che meglio vi bau 
» servito nello stupendo cammino della vostra 
» fortuna; così Fouché fu immolato da Savary, 
» Talleyrancl a Champagny, Champagny. stesso a 
» Bassano, c Murat a Beauharnais, a Beauharnais 
» clic appresso voi ha il merito della mula obbe- 
»> d ienza, e l’altro (più gradito perchè più ser- 
y> vile) di aver lietamente annunzialo al senato di 
« Francia il ripudio di sua madre. 

y> Io più non posso negare al mio popolo un 
» qualche ristoro di commercio a’ danni gravissi- 
» mi che la guerra marittima gli arreca. 

« Da quanto ho detto di Vostra Maestà e dime, 
» deriva che la scambievole antica fiducia è alte- 
» rata. Ella farà ciò che più le aggrada, ma qua- 
>•> lunque sieno i suoi torti, ^o sono ancora suo 
>•> fratello e fedel cognato. Gioacchino j;. 

Spedito nel bollore dello sdegno, ed irrevo- 
cabile quel foglio, Gioacchino supponendo im- 
mensa ed intemperabile 1 ira del cognato, si ap- 

Ì ireste alle difese; ma d'altra parte la regina, per 
a saputa natura di lui, e per voci che gli sfuggi- 
vano dal facile adiralo labbro, indovinando i 
sensi dello scritto, inlerponevasi e molciva quelle 
nemicizie. Qui è il luogo di riferire un avveni- 
mento ignoto fuorché ad alcuni, cominciandone 
il racconto da’ suoi principii nel 1810. 

XLV 1 . Conosciuta in quel tempo da’ Napoletani 
l'indole di Gioacchino, audace, ambiziosa, facile 
a’ consigli, avida di ogni gloria; osservando che 
l’impero francese, capo e sostegno degli stali 



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180 LIBIìO SETTIMO— 1813 

nuovi, non aveva per anco la saldezza che vien 
dal tempo, e che l’obbedienza dell’esercito, il 
rispetto del popolo, il timore delle esterne na- 
zioni, perciò la possanza francese risedeva nella 
vita di Buonaparte esposta, oltracliè al fato co- 
mune, a’ pericoli di guerra continua ed a’ preci- 
pizi delle proprie imprese; vedendo tanta mole 
sopra fondamento sì fragile, pochi Napoletani, 
ed uno di altra parte d’Italia, non potenti, ma 
vicini a potenti, pensarono che unica salvezza 
nostra sarebbe stata la unione d'Italia. 11 maggior 
intoppo (la varietà e l'avversione tra popoli ita- 
liani) era tolto, da che tutta -Italia aveva in co- 
mune i codici, la finanza, i bisogni, il comporre, 
1 ordinare, il comandare delle milizie; e però 
erano uguali dall’ Alpi al Faro le armi, le ric- 
chezze, i desiderò, elementi di vita e di forza di 
un popolo. 

La unione potea quindi credersi operata per- 
ché le cose pubbliche stavano unite, e non altro 
abbisognava a legittimarla che una opportunità 
ed un uomo; quella tenevasi certa fra tanti moti 
di guerra c di politica, questo si sperava in Gioac- 
chino; nè già per carità d’Italia, ma per propria 
ambizione. Palesato a lui quel disegno, lo gradì; 
ma temendo il sospettoso ingegno di Buonaparte, 
ne fece il maggior segreto dello stato, e sì che lo 
ignoravano i suoi ministri e la moglie. A lui, ricco 
di gloria militare, scarso di fama civile e di espe- 
rienza di regno, si conveniva, per acquistar l’ani- 
mo degl’italiani, reggere Napoli con modestia e 
senno, fondare opere utili, onorare gli scienziati 
di tutta Italia, dare al suo popolo costituzione 


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LIBRO SETTIMO — 1813 181 

F olitica dicevole a’ tempi ed a’ costumi; e nel- 
esterno essere fedele ma non soggetto all’ impe- 
ra tor de’ Francesi, e nemico a’ nemici della Fran- 
cia per alleanza fra i due stati non come per 
proprio sdegno. Erano (preste le armi oneste che 
si adoperavano alla conquista d’Italia, ma non ■ . 

libere perchè trattavansi nascostamente, col se- 
greto e quasi con le arti del delitto. 

Gl’instigatori di Gioacchino a quella impresa, 
i medesimi che lo avevano secondato nelle prime 
querele colf imperato r de’ Francesi ed accesagli 
brama d indipendenza e lusingato con la fiducia 
eli’ ci potesse ogni cosa nel Regno e nella Italia, 
appena tornato licenziosamente da Russia, ingiu- 
riato dal cognato, ed avido perciò di vendetta, 

t li si offerirono, rappresentando l’Italia vuota 
armi francesi o tedesche, tutta Europa" guer- 
riera adunata ed immobile su le sponde dell’ Elba , 

Buonaparte percosso, inabile a tornar signore del 
mondo, ma tuttavia minaccioso e spaventevole, 
così che il mettersi contro lui non aveva pericoli, 
e trovava premio ed ajulo da’ re nemici. Dopo 
rappresentanze sì calde, fra condizioni sì pro- 
spere, gli proponevano pregando, di trattar pace , 
conia Inghilterra, ed occupata la Italia, ordinarla 
una ed indipendente. La quale impresa allettava 
tutti gli affetti di Gioacchino, ambizione antica, 
ira novella, ed amor di fama e di gloria. 

XLVII. Spedì messo in Sicilia a lord Bentinck 
richiedendo passaporto per un legato napoletano • 

il quale conferisse con lui sopra gravi materie di 
governo; ma pregando il secreto. Bentinck, sen- 
tita la importanza del caso, disegnò per le confe* 


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182 LIBRO SETTIMO — 1813 

l enze I isola di Ponza, ed immantinenti vi si recò 
simulando altro viaggio; imperciocché del comu- 
ne mistero erano cagione due donne del nome 
islesso, regine che .si chiamavano delle Due Sici- 
lie, Carolina Borbone e Carolina Murat, nemiche 
di genio e d’interesse, alle quali per vario fine 
era egualmente infesto quel disegno. Roberto Jo- 
nes, nato Inglese, divenuto per lunga dimora tra 
noi napoletano, facile alla favella, semplice di co- 
stumi e di portamento, fu il legato che in Ponza 
espose a Bentinck per Gioacchino l’offerta di Oc» 
cujiar l’Italia,' da nemico di Buonapartc, a patto 
eh ei ne fusse conosciuto re da’ re alleati, e che 
avesse ajuto di danaro della Inghilterra. Bentinck, 
solamente inteso ad indebolire la potenza del gran 
nemico, aderì; ma escludendo dalla proposta unio- 
ne la Sicilia, mantenuta per recenti trattati al re 
Ferdinando Borbone; e volendo che venticinque 
mila soldati inglesi, uniti a’ Napoletani, sotto al 
comando di Gioacchino, operassero in Italia; e 
fosse agl’ Inglesi consegnata sino al termine della 
impresa, in pegno della fede del re, la fortezza 
di Gaeta. . 

Spiacquero a Gioacchino la Sicilia esclusa, il 
troppo gagliardo ajuto dell esercito inglese, e la 
cessione, per vergognosa malleveria, della mag- 
gior guardia del regno. Non pertanto, consultati 
gli stessi che lo spingevano alle azioni, si persuase 
a rispedire il legato; con mandato di ottenere per 
argomenti o preghiere che Bentinck rinunziasse 
alle condizioni di*Gaeta e di Sicilia, tacendo per 
prudenza sul troppo nerbo dell’esercito inglese; 
ma che nc’ casi estremi concordasse l’ alleanza co- 


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LIBRO SETTIMO — 1813 183 

me%ra proposta dall’ ostinato Inglese. Chiamò al 
secreto il ministro di polizia duca di Campochià- 
ro, al qualé amor di patria e d’Italia non scalda- 
va il petto; e per voto eli lui aggiunse altro legato, 
un tal INicolas, ignoto, se il liscio e le mondizie 
femminili non gli avessero attirato lo sguardo e’1 
riso del pubblico. S’ingrandì e bruttò il numero 
de’ consapevoli. 

Nelle nuove conferenze, Bentinck rimasto sal- 
do a’ primi patti, concordò in quei termini co’ due 
legati; specfì in Inghilterra nave da corso, Avvisos, 
per chiedere al suo governo la conferma del trat- 
tato; e, certo di ottenerla, proponeva a legati na- 
poletani di spedire in Italia (se piaceva al re di 
operar presto) le pattovite schiere inglesi, ch’egli 
avrebbe tratte da Sicilia, Malta e Gibilterra. 

XLY1H. Fra le discordie delle conferenze e le 
accidentali traversie di mare tardava il ritorno da 
Ponza de’ legati; e Gioacchino pendeva fra pen- 
sieri opposti, credendosi ora traditore, ora tra- 
dito; e sentendo ad un tempo le lusinghe del dia- 
dema d’Italia, e i timori dell’ ira di Buonaparte. 
Mentre la scorta e sospettosa' regina,' esperta ad 
ammollire gl’ impeti dm marito e gli odii del fra- 
tello, parlava all’ uno, scriveva all’altro in amiche- 
voli sensi. E Buonaparte, o che cedesse per amor 
di lei, o che vedesse i pericoli del tradimento, 
rispose lettere di domestico affetto* pegni di pace, 
per Gioacchino. E nel tempo stesso scrissero al 
re il maresciallo Ney ed il ministro Fouchè; dei 
quali il primo diceva che l’esercito imòazientava 
tion vedendo ancora tra le file il re di Napoli, 
che la cavalleria- apertamente -lo appellava, che 


184 LIBRO SETTIMO— 1813 

forse il destino di Francia stava nel suo braccio: 
corresse su l’Elba. Erano prieghi e* laudi accet- 
tissime , perchè di prode a prode. E Fouchè scri- 
veva che amicizia £ riverenza lo scingevano a pa- 
lesargli che il veder Gioacchino sicuro e lontano 
da’ pericoli della guerra e della Francia, portava 
all’ universale dell' esercito scoramento e scandalo; 
che un congresso di pace adunavasi, ed il re di 
Napoli, se presente in campo, vi era ammesso; 
ma se assente, obliato: che dunque debito, ono- 
re, interesse lo chiamavano a Dresda. 

* • 

Eppure Gioacchino, in tanti modi assalito, re- 
sisteva. Nella notte che succedè all’ arrivo de’ men- 
tovati fogli, il ministro Agar e la regina per molte 
ore il pregarono; ed egli, stretto dagli argomenti 
e scongiuri, palesò il vero motivo del suo ritegno: 
la facile conquista d’Italia, le conferenze di Pon- 
za, l’atteso ritorno de’ legati. E la regina, come 
die in cuore lo biasimasse, applaudì col sembiante; 
e disse che il suo debito natale verso la Francia 
lo chiamava al campo di Dresda; che il suo de- 
bito di re verso il Regno e la Italia gl’ imponeva 
di proseguire i trattati con la Inghilterra: che 
dunque il principe della casa francese combat- 
tesse su l’Elba; etl in nome del re la reggente fer- 
masse gli accordi con Bentinck, e facesse prorom- 
pere in Italia gli eserciti congiunti napoletano ed 
inglese. 

Concetti tanto strani bastarono a persuader 
Gioacchino della facilità di eseguirli; la sua mente, 
per lungo tempo travagliata, abbisognava di cal- 
ma; il cuore e 1 abito pendevano per la Francia: 
egli deboi politico, deboi re, scelse il partire, e 


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LIBRÒ SETTIMO — 1813 185 

si parti V indonnane; rivelando alla moglie i pochi 
noini de’ congiurati, che ancora per l’acerbità dei 
tempi io nascondo; ma lor prego da più giusta 
fortuna, nello avvenir della Italia, celebrità e gra- 
titudine. Ritornò d’Inghilterra, dopo un mese, 
Y Avvisos > e riportò il consentimento di quel go- 
verno agli accordi di Ponza. Tardi: che in quel 
mezzo Bentinck, saputa la partenza di Gioacchi- 
no, era tornato da nemico in Sicilia; Gioacchi- 
no ne’ campi di Alemagna acquistava nuove ma 
inutili glorie, e la servitù d’Italia, decretata dai 
destini, maturava. 

XL1X. Egli giunse a Dresda quasi al mezzo di 
agosto, dopo casi gravissimi di guerra che in 
breve accennerò per legamento d'istoria. L’eser- 
cito francese, guidatcr dal viceré d’Italia, erasi 
ritirato daU’Oder all’ Elba; l’Elba contrastata e 
presa da’ Russi; la Prussia, di alleata, dichiarata 
'nemica della Francia; il principe di Svezia, fran- 
cese, debitore del diadema alle fortune di Fran- 
cia, ottenuta l’ alleanza de’ Russi, mostravasi zeloso 
qual suole ogni uomo di mutata fede; i popoli 
alemanni concitati da’ Prussiani e Russi tumultua- 
vano; l’ Austria, dopo ritardi ed inganni, alleala 
di Francia, mediatrice di pace, e subito nemica, 
moveva* in Boemia poderosi eserciti. La Francia 
dall’ opposta parte, e l’uomo smisurato che la 
reggeva, levate molte schiere, rifatte le artiglie- 
rie, minaccioso quanto ogni altra volta andava 
incontro al nemico. Furono asprissimi le batta- 
glie di Lutzen, Bautzen e Wurtchen; nelle quali 
•più combatterono e più perirono, trattando le 
armi per la prima volta, giovani appena adulti. 


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186 LIBRO SETTIMO IRIS 

Prussiani e Francesi, che avevano desertato per la 
guerra i licei e le università; e sì che tra i Prussi 
vedeva il mondo con maraviglia i maestri delle 
scuole guidare al combattimento i discepoli, or- 
dinati a compagnie volontarie. Moveva i Francesi 
nobile sentimento di grandezza mostrandosi mag- 
giore nelle sventure, moveva i Prussiani ardore 
di vendetta e di libertà; vinsero i Franchi, ma 
per troppe morti mesta vittoria; e frattanto espu- 
gnata Dresda fortemente munita procedevano in- 
aino all Oder. 

Fatto armistizio in Plesswitz il dì 5 di giugno, 
intrapresi e poi rolli i maneggi di pace, ricomin- 
ciò a dì 16 di agosto le guerra; avendo nella tre- 
gua ambe le parti maturato i disegni. De’ Francesi 
era base di operazione il 'Reno; scala di opera- 
zioni le fortezze tra quel fiume e l’Elba; globo 
di operazioni la Sassonia; campi da operare la^ 
Prussia, la Slesia e la Boemia; elementi ed ajuli 
di strategia le fortezze ancora occupate sull’ Oder 
c sulla \istola; obbietto di guerra le battaglie, e 
speranza la pace alle condizioni di Tilsit. Degli 
alleati erano basi là Boemia, la Slesia, la Prussia, 
punto obbiettivo la Sassonia; mezzi di guerra tra- 
vagliare il nemico, respingerlo, serrarlo; speran- 
za, confinare 1 impero di Francia tra lTìceano, 
i Pirenei, P Alpi ed il Reno. Avevano i primi il 
benefizio delle linee interne; avevano i secondi 
la superiorità del numero, perocché cinquecento 
mila di loro combattevano trecentomila francesi; 
ma di questi era unico l’esercito, una la mente, 
andavano tutti con un solo volere; e di quelli gli* 
eserciti, le menti e gl’interessi erano varii. 


LIBRO SETTIMO — 181 3' 187 

Il re Gioacchino, in quei giorni di vicina guer- 
ra, Offertosi all’imperatore con riverenza e con- 
tegno," n’era stato lietamente accolto ed abbrac- 
ciato; avvegnaché gli usitati affetti ed il. comune 
pericolo sopivano gli odii e la - memoria delle re- 
centi discordie. 11 re, nella ordinanza dell’esercito 
non aveva proprio uffizio; stava a fianco di Buo- 
naparte, lo seguiva ne’ combattimenti della Slesia 
e della Boemia; aspettava (impaziente a prorom- 
pere) il comando dell imperatore; e se fosse per- 
messa una immagine a’ severi discorsi della sto- 
ria, era fulmine trattenuto in man di Giove. 

Gli eserciti alleati, sboccando dalla Boemia, 
marciavano contro il campo di Dresda, perno 
de’ movimenti strategici de Francesi; due impe- 
ratori russo ed austriaco, il re di Prussia, le 
schiere più agguerrite, i generali più prodi e 
più esperti erano fra quelle linee. Vi stavano pure, 
più per consiglio che combattenti,! generali Mo- 
reau e Jomini: dell’uno i casi sono assai noti per 
le istorie di Francia; l’altro nato Svizzero, im- 
pegnato agli stipendi*! francési, capo in quella 
guerra dello stato-maggiore del maresciallo Ney, 
avea giorni avanti disertate le bandiere, e prese 
le parti e il soldo del nemico russo. Incontraronsi 
que’ due colpevoli nella tenda dell’ imperator Ales- 
sandro, l’un l’altro guatandosi biecamente, Mo- 
reau «Jimandava: «quali offese vendica Jomini 
» col tradimento? » E Jomini, di Moreau: «se 
y> fossi nato in Francia non sarei nelle tende dei 
» Bussi ». Moreau ne’ seguenti giorni percosso da 
palla francese morì miseramente; a Jomini, non 
la scienza di guerra, non meritata fama di sommo 


188 LIBRO SETTIMO — 1813 

autore, e’1 favor di Alessandro, e la causa vinta 
bastarono a cancellar la macchia di quella colpa. 

11 maggior nerbo degli eserciti alleati assaltava 
Dresda,, difesa da quindicimila appena giovani 
Francesi o mal sicuri confederati, ma vi accorsero 
celeremente dalla Slesia con nuove schiere Buo- 
naparlc e Murat, c sì che resistendo' a fatica nei 
primi giorni, si adunarono in città centocinque- 
mila Francesi, avendo intorno duecentomila ne- 
mici. In quello esercito di Francia, ordinato a 
battaglia, reggeva il tutto e guidava il centro 
Buonaparte, l ala sinistra INey, la diritta Murat 
A’ a6 di agosto fu assaltata la città, entro la quale, 
dietro alle chiuse porte, stavano schierati e stretti 
i difensori) ma ad un cenno del capo, aperte le 
barriere, ne uscirono come torrenti di guerra le 
preparate colonne; Gioacchino, primo e reggitore 
di trentamila soldati a cavallo, attaccando sul 
fianco l’esercito nemico, lo rompeva, spingeva i 
fuggenti su le schiere ordinate, e così a tutti, 
affollati e confusi, toglieva o scemava facoltà di 
combattere. E poco meno felici furono il centro 
e l’ala sinistra de’ Francesi, per lo che Russi, 
Alemanni c Prussiani tornavano frettolosi e di- 
sordinati verso Boemia. Tre giorni durò la batta- 
glia, ventimila de’ perditori restarono morti o fe- 
riti, e il vincitore raccolse trentamila prigioni, 
bandiere, artiglierie, innumerabili attrezzi di 
guerra. Il mancamento di Gioacchino su l’Oder 
fu riscattato su l’Elba, ed egli tornò caro a Buo- 
naparte ed a’ Francesi. 

L. Tre eserciti perseguitavano i fuggitivi nella 
Boemia, un quarto accennava a Breslavia, un 


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LIBRO SETTIMO — 1813 189 

quinto a Berlino; Buonaparte in Dresda ordinava 
nuove battaglie, mentre i contrarii altre sventure 
temevano. Ma in un tratto cangiò fortuna: il duca 
di Reggio prima trattenuto, poi respinto da’ Prus- 
siani e Svedesi guidati da Bernadotte, combattè 
in Gros-Boeren, c perditore si ritirò in Inter- 
borg. 11 duca di Taranto dà in Islcsia la giornata 
ili Kalzbach, evinto da Blucher prussiano, riduce 
le sue legioni dietro al Bober. Il generale Van- 
d anime, bramoso di gloria, s’interna nella Boe- 
mia e spera di cogliere il maggior frutto della 
vittoria di Dresda; ma dalle troppe schiere ne- 
miche, benché fuggenti, accerchiato, egli con la 

S iù parte dell’esercito è preso. 11 maresciallo 
aint-Cyr a stento si sa difendere, ha poca for- 
tuna il re di Napoli. Gli enumerati disastri si 
fanno maggiori per le abbondanti piogge cadute 
in quei giorni di agosto e sì che ingrossarono i 
fiumi, guastarono le strade, rovinarono i ponti, 
impacci comuni a’ due eserciti , solamente dannosi 
a’ perdenti. 11 principe della Moskowa succeduto 
nel comando al duca di Reggio, combatte in 
Denneviz, e perdè; Blucher è sitila Sprea, Schwart- 
zemberg di nuovo a Pyrna : Buonaparte respinge 
or l’uno or l’altro, male forze nemiche si affol- 
lano intorno a Dresda, e tanto che i Francesi, 
non avendo spazio alle arti di guerra, abbando- 
nano la città. 

Pareva all’universale che quello esercito più 
vinto che vincitore dovesse ripiegare sopra Lipsia 
verso la sua base, ma l’aspetto offensivo si per- 
deva, non più in potestà di Buonaparte era il dar 
battaglia o evitarla/ le speranze di quella guerra 


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190 LIBRO SETTIMO — 1813 

svanivano. Ed egli perciò disegnando nuove basi 
e nuove linee, incamminò 1 esercito verso Tor- 
gavia e Magdeburgo. Dell 7 impreveduto movimen- 
to furono maravigliati i nemici e gli stessi gene- 
rali di Buonaparle: quegli, dubbiosi, fermaronsi 
O volteggiavano; questi, scorati, biasimando in 
secreto 1 imperatore, pregandolo in aperto a mu- 
tar consiglio, palesarono ddlidanza ed opposizione 
a’ voleri del capo, la maggiore sventura fra le sven- 
ture degli eserciti. E quegli tollerava da impera- 
tore ciò che ne suoi primi anni avea disdegnato da 
capitano, tanto negli altri ed in lui era mutato 
co tempi e con le fortune il genio severo di Ar- 
cole cSan Giovanni d Acri. Ma il re di Napoli non 
era fra’ detrattori : lasciato con poca schiera, qua- 
rantamila snidali, contro gl immensi eserciti di 
Schvvartze.nberg e di Yittgenslein, valorosamente 
combattendo, abilmente volteggiando, dava tem- 
po a nuovi concetti di Buonaparle cd a ritardi 
che produceva la malnata discordia de capi. Se 
Lipsia fu serbala, se poi 1 esercito potè ritirarsi 

E er la più breve linea sul Reno, se n ebbe il de- 
ito a Gioacchino.. 

Adunalo in Lipsia l’ esercito e la guerra dive- 
nuta difensiva, mutarono in timor le speranze di 
Francia. Lipsia nel seguente giorno fu assalita 

F er gran battaglia, gloriosa e infelicissima ai- 
esercito francese, la quale non è mio debito il 
descrivere, come neppure altri fatti d armi con- 
temporanei e succedenti, ne’ quali Buonaparte, o 
vincitore o vinto, era di non altro sollecito che 
di ridurre le schiere dietro al Reno. Ma è mio 
debito rammentare che il re-di Napoli nelle uni- 


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LIBRO SETTIMO — 1313 I9! 

versali sventure e disperazioni fu prode, infati, 
cabile, ansioso di bella fama, come se ne fusse 
ne suoi stato bisognoso; e che in Erfurt, finiti 
gl intoppi e i pericoli della ritirata, prese com- 
miato dall’ imperatore tra scambievoli fraterni ab- 
bracciamcnti, ultimo commiato e ultimi segni di 
amicizia e di afielto. Giunse in Napoli al finire 
dell anno 181 3 , quando negli stati di Europa, 
dopo il genio riformatore del passato secolo, e 
la tumultuosa mal sentita libertà di Francia, e la 
politica eguaglianza più goduta e più radicata, 
cominciò ne popoli e ne’ governi nuova tendenza, 
primo punto di altro circolo di sconvolgimenti e 
di miserie. E poiché la tendenza della quale io 
parlo agitò il resto del regno di Gioacchino, e 
dura e durerà lunga pezza, "'io ne dirò partita- 
mente 1 indole, le origini, l’incremento. 

LI. La facoltà di consultare armati gli affari 
pubblici era libertà o necessità delle prime o rozze 
tribù, ma i tempi progredendo, la forza cédè alla 
i agione, e fatti ipopoli più civili furono meno 
deliberativi gli eserciti, li quindi in Europa sotto 
governi mezzo barbari, mezzo civili, la potenza 
morale deile armi era frenata dal domina che la 
milizia obbedisce al suo capo, egli al sovrano. 
Così jjella disoiplina (che è verità, sustanza, ne- 
cessità di ogni milizia) fu radicata la massima sa- 
lutare : la natura degli eserciti essere passiva. 

E fi al tanto in quel) anno, 181 3 , avvennero in 
contrario i seguenti casi. I generali York e Mas- 
senbach da campi dell alleato esercita francese 
disertando con le loro genti si accordarono coi 
Russi. 11 re di Prussia, timoroso aucora della 


192 LIBRO SETTIMO — 1813 

Francia, riprovò l’ accordo, rivocò i (lue generali 
disertori, gli minacciò di pena, ma indi a poco 
tornarono premiati agli stipendii, e la tregua fer- 
mata per tradimento videsi legittimata e slargata 
in alleanza. Due reggimenti di ^ esfalia che sta- 
vano co’ Francesi alle difese di Dresda, viste le 
bandiere d’Austria e l’opportunità di fuggire, an- 
darono al nemico, ed assaltarono il campo che 
avevano debito di guardare, furono accolti ed 
onorati del nome di veri Alemanni. L’esempio si 
diffuse, tutto il contingente vesfalico a battaglioni 
disertò. Su le rive delfino, i Bavari e gli Au- 
striaci, nemici per legge, stavano uniti e spensie- 
rati come suole ne’ campi di comune esercizio. 
E poco appresso il generale bavaro de Wrede, 
capo di quelle schiere, stringe alleanza coll Au- 
stria, disobbedisce a’desiderii aperti del suo re, e 
frattanto n’è lodato, e in premio e memoria di 
tradimento e d’ingratitudine ottiene la conferma 
di ricchissimo dono in terre fattogli anni addie- 
tro dall’imperatore Napoleone. Raduna schiere 
maggiori, e dopo alcuni dì spera in Hanau chiu- 
dere il passo all’esercito francese che ritiravasi 
al Reno, la quale sollecitudine di opere e di sde- 
gno fu ammirata e chiamata eroica da’ principi 
alleati. Disertarono i battaglioni di Baden e di 
Wurtcmberg, per unirsi al nemico. A tante ribel- 
lioni mancava la suprema e si avverò in Lipsia: 
le sopradette erano seguite più spesso nella notte, 
mentre gli eserciti riposavano, la guerra era so- 
spesa, e le tenebre nascondevano la prima infa- 
mia del misfatto. Ma in Lipsia l’esercito sàssone 
stava in ordinanza al centro della prima linea 


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LIBRO SETTIMO — 1813 


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francese, e solamente pochi battaglioni nella se- 
conda o in riserva;- il vecchio re di Sassonia, 
costante alla giurata fede, amico a Buonaparte, 
attendeva con la famiglia nel quartier generale 
francese; combattevano le due parti con fortuna 
incerta, quando furono visti i Sàssoni a pieno 
ionio, seguendo schierati in battaglia il generale 
ormann, avanzare con istraordinaria celexità 
verso il nemico, non a combatterlo, ma ad ingros- 
sarlo; e giunte, e girandosi, trovarsi in avan- 
guardia degli eserciti russo e svedese, e venir 
con essi per occupare ncmichevolmente il terreno 
lasciato vuoto per lo abbandono, se con maggior 
impeto non lo avesse innanzi occupato Murat, e 

3 uei traditori combattere audacemente il resto 
ella battaglia, non rattenuti dal pensiero che 
ogni colpo poteva uccidere un Sàssone de : batta- 
glioni rimasti fidi, o Fistesso re di Sassonia. 11 
capo dell’ artiglieria offrendosi disertore a Ber- 
nadotte, gli disse: « fio consumato metà delle 
« munizioni contro i vostri, or voi fate che io 
« consumi il resto contro iFi’anccsi E dalBer- 
nadotle fu applaudita fazione e l’argutezza di 
<juel colpevole sfrontato; come fanno appresso i 
sovrani congregati a Vienna encomiarono la ri- 
bellione dell'esercito sàssone, ed un sòl uomo 
punirono della Sassonia, il solo fido a’ giura- 
menti, il re. 

Cosi negli eserciti, mentre tutti i governi del- 
l’ Alemagna, scopertamente o in animo erano ne- 
mici (benché per patto alleati) a’Fi'ancesi. I l'e 
antichi, impotenti per proprio ingegno o per la 
cadente regia potestà, a radunare mezzi di guerra 
Colletta, T. III. 13 


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194 LIBRO SETTIMO — 1813 

contro la Francia, dissimulando l 1 insita superbia, 
si volsero a’ popoli con lusinghiere promesse di 
civile libertà. Le costituzioni, le rappresentanze 
nazionali, il voto de’ cittadini alle spese dello sta- 
to, essendo formali assicurazioni ne’ loro editti, 
e promessa mercede agli sforzi de’ popoli, diven- 
nero il nuovo patto di società tra re e soggetti, 
lì più si fece da que’ governi. L’ Alemagna, per 
la natura pensosa a tacita delle sue genti, più atta 
alle società segrete, ne aveva di ogni rito, di ogni 
voto, di nome vario, ma tutte libere, ed al biso- 
gno feroci ed operose. A queste istesse, abborrite 
innanzi, si unirono i re, mossi in quel tempo 
dall’interesse più granile di opprimere in Buo- 
naparte (in un sol uomo) le monarchie militari, 
la civiltà moderna, tutto il nuovo del secolo; ma 
serbando in animo il proponimento d’ingannare, 
dopo il successo, settari e popoli. 

ri codesti popoli alemanni, inabili, come sono 
le moltitudini, a veder gli effetti lontani delle so- 
ciali istituzioni; stando da venti anni sotto il 
peso della guerra e dei tributi; travagliati, se 
amici a Buonaparte, dai pericoli e dalle fatiche 
delle non proprie conquiste; e, se nemici, vinti, 
oppressi, depredati più volte; ora gloriosi del- 
1 esser cercati dai re e credersi strumento di vi- 
cina nazionale felicità, erano giustamenti contrarii 
della Francia. 1 settari, superbi del setteggiare coi 
monarchi; i dottrinari politici (perturbatori di 
ogni bene civile), oramai vicini alla desiderata 
caduta di quell’uomo, oppressore della libertà; 
la plebe fra le speranze di novità di stato. Fu 
dunque nelle genti germane in quell’anno tanto 


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LIBRO SETTIMO — 1813 195 

moto e furore contro la Francia , che alla foga eli j 

guerra non bastavano l’ armi; e'vedevansi fanti 
stranamente vestiti colle fogge e i colori delle 
sètte, combattere con picca o mazza, e numerosi 
cavalieri, a modo barbaro, "con. arco e frecce. 

Stringerò in poco le cose dette, in men di un 
anno si viddero spezzate le più formali alleanze, 
sciolti i patti e i giuramenti, tradite le amicizie e 
le fedi, premiate le ribellioni, (gualche rara virtù 
castigata, niente di santo, di sacro, di rispettato 
innanzi, mantenuto. E tutto ciò dalla maggiore, 
prima nel mondo, adunanza di re, per non altri 
motivi che di dominio e vendetta, e l’alta diso- 
nestà coronata dalla fortuna ed applaudita dalle 
opinioni. Un grande esempio diviene principio e 
genio del secolo, al quale esempio, tlopo il suc- 
cesso, si dà nome di virtù; lo ammira il mondo, 
diviene persuasione delle menti comuni, e sino 
a che per uso e disinganno non cade, si fa ca- 
gione o pretesto alle novità di stato. Così la con- 
gerie dei fatti obbrobriosi che ho narrato si chia- 
mò amore d’indipendenza, ed ogni mancamento 
pubblico o privato, carità e zelo di patria. ?ù>i 
vedremo nel progresso di queste istorie come 
quella indipendenza legavasi alla legittimità, co- 
me dall’innesto derivava la voglia nei popoli e il 
bisogno delle moderne costituzioni, e come op- 
primere sforzatamene le costituzioni e la indi- 
pendenza è trionfo fallace, nocevole ai popoli ed 
ai re. # Imperciocchè la forza se impiegata per giu- 
stizie vere o credute dai popoli, conserva i go- 
verni; ma li distrugge se adoprasi per credule o 
vere ingiustizie. 


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190 LIBRO SETTIMO — 1813 

in essere nuovo nelle nazioni spuntò nel i8x3 
in Alemagna; debolmente operò nel 1820 in Ca- 
dice, in Napoli, nel Piemonte; oggi avanza muto 
e pensoso, Se diverrà maturo, e se avrà fortune, 

0 se morrà innanzi tempo di naturai morbo come 
le recenti repubbliche, o di guerra come i re 
nuovi, sono le dubbiezze del presente che gli av- 
venire chiariranno. 

LII. Le sventure dell’impero di Francia erano 
sentite da tutti i governi d’Italia, come i moti del- 
l’ Alemagna da tutti i popoli italiani, e maggior 
pericolo, maggiore esempio si ebbe in INapoli 
dalle vicine e fortunate rivoluzioni della Sicilia. 
Ho riferito in altro luogo di questo libro la ne- 
micizia per gl’inglesi della irrequieta regina Ca- 
rolina Borbone, e le sospettate pratiche di lei con 
Buonaparte e la tentata spedizione di Murat; ora 
soggiungo che rivelale quelle trame a lord Ben- 
tinck, reggitore del presidio inglese, e puniti per 
fin con la morte i più intimi nella congiura se- 
guaci della regina, il governo inglese disegnò di 
mutare il reggimento politico della Sicilia. ISel- 

1 anno 18x1 Bentinck preparava i mutamenti; la 
regina le opposizioni, la vendetta. Bentinck pre- 
valse : il governo dispotico fu abbattuto e si diede 
a questo stato novella costituzione, mercedi al 
popolo, freno al sovrano, sicurezza ai presidii 
inglesi, esempio ed incitamento all’Italia. ISel 1813 
1 atto fu composto, e nell’anno 18 13 praticato. 
Quella che prese nome di costituzione siciliana 
era la inglese, migliorata nel modo di elezione e 
nel numero e proporzioni de’ deputati delle co- 
muni. Ln difetto, torse a disegno, era nella siinu- 


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LIBRO SETTIMO — 1813 197 

lata abolizione della feudalità , die cessando nei 
diritti ed usi feudali rimaneva nei possessi. Tutte 
le altre basi della civiltà moderna quanto ai po- 
teri, ai tributi, alla stampa erano nello statuto. 

LUI. Le buone sorti di queir isola si magnifi- 
cavano in Napoli al cadere dell’anno i8i3, quan- 
do la setta dei carbonari, da tre anni venuta nel 
regno, erasi distesa in ogni luogo, in ogni ceto, 
nei disegni degli audaci, nelle credenze del vol- 
go, ed era suo volo una costituzione come là in- 
glese, sola cbe in quel .tempo le moltitudini te- 
nessero in concetto di libertà. 11 governo di Sici- 
lia ad esempio dei governi alemanni, e lord 
Bentinck per proprio ingegno, ordirono segrete 
corrispondenze coi settari di Napoli, mandarono 
i libri delle nuove leggi siciliane, esaltavano la 
mutata politica del re, promettevano egual costi- 
tuzione al Regno quando reggessero i Borboni; 
confronto vergognoso a Gioacchino, cbe aveva 
impedito per fino il vano statuto di Bajona. E 
perciò, scoperti i maneggi tra i carbonari e il ne- 
mico, il governo napoletano doppiò vigilanza e 
rigori, proscrisse la setta, fece decreti minacce- 
voli di asprissime punizioni. 

Maggior nerbo di Carboneria e corrispondenza 
più facile con la Sicilia era in Calabria, indi più 
grande la severità; pur questa volta affidata al 
generale Manhes. Per molte cure della Polizia, 
molte macchinazioni disvelate, formati i processi, 
ordinati i giudizii, le commissioni militari risorte 

S univano di morte i settari. Primo della setta, o 
ei primi era un tal Capobianco, giovine potente, 
audace, capitano delle milizie urbane nella sua 


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198 LIBRO SETTIMO — 1813 

terra, edificata come ròcca sopra monti asprissi- 
mi della prima Calabria; e perciò essendo diffi- 
cile arrestarlo, si faceva sembiante di non crederlo 
reo, mentre egli, sospettoso e scaltro, sfuggiva 
le secreto insidie. Ma un giorno il generale lan- 
nelli simulandogli amicizia lo invitò per lettere 
a convito eli’ egli ad occasione di pubblica ceri- 
monia dava in Cosenza, capo della provincia, 
dicendogli che avrebbe compagni altri ufTBziali 
del te milizie e le maggiori autorità civili ed ec- 
clesiastiche. Dubitò da prima il Capobianco: di- 
poi non temendo inganni nel viaggio per vie 
inusitate con buona guardia; nè temendo in Co- 
senza, perché proponevasi di giugnere all’ora 
appunto del convito, ed appena compiuto par- 
tirne; nè in casa del generale, perocché in pre- 
senza di tutte le autorità della provincia depositarie 
e garanti sì del potere, sì della mirale del gover- 
no, rendendo grazie al generale accettò l’invito. 

Vi si recò, fu accolto, desinò lietamente, e par- 
tiva; ma uscendo della stanza trattenuto dai gen- 
darmi, condotto in carcere, e nel dì seguente 
giudicato dalla commissione militare, e dannato a 
morte, fu nella pubblica piazza di Cosenza, sotto 
gli occhi delle genti inorridite, decapitato. E do- 
po ciò, alcuni (tanto la politica avea mutato la 
natura delle cose) fuggivano i pericoli e la ser- 
vitù del regno di Murat per andare in Sicilia a 
respirar libertà sotto i Borboni. Certo è che nella 
universale credenza molti vizii, che le istorie e 
la memoria degli uomini rammentavano di Fer- 
dinando, sembravano corretti; e molte qualità di 
Gioacchino (la bontà, la clemenza), per i suoi re- 






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LIBRO SETTIMO — 1813 199 - 

centi errori, scomparse. Le violenze e le asprezze 
poco innanzi adoperate contro il brigantaggio, 
non si poteva riadoperarle contro la setta de’ car- 
bonari, perocché il brigantaggio esercitava mi- 
sfatti, la setta chiedeva leggi; ed erano briganti i 
più tristi della società, carbonari gli onesti: la 
Carboneria si depravò col crescere, ma in quel 
tempo era innocente; venne richiesta o approvata 
dal governo, avea riti e voti benefici e civili. I più 
amici di Gioacchino, i più legati alla sua fortuna, 
non settari, non torbidi 5 lo pregavano a disarmare 
la Carboneria con gli usati modi di pubblicità e di 
lusinghe, come già in Francia e tra noi erasi pra- 
ticato per la Massoneria; ma lo sdegno, potente 
in lui, lo tenne saldo nel mal preso consiglio. 

CAPO QUARTO 

Il re di Napoli ferma alleanza con l’Austria, triegua con la 
Inghilterra; fa guerra a’Francesi. Caduto l’impero di Fran- 
cia, provvede al suo regno. 

L1Y. Mentre i Napoletani cominciavano a disa- 
mare Gioacchino, e peggioravano le sorti di Fran- 
cia, l’imperatore d’Austria in nome de’ sovrani 
di Europa' gli offeriva amicizia. Di già ne’ campi 
di Ollendorf, su la riva dell’llm, fra tanti esempi 
d’incostanza, il conte di Mier commissario au- 
striaco aveva aperto a Gioacchino il pensiero del- 
l’alleanza, e n era stato inteso senza disdegno. 

Qui è il luogo di palesare che il re, per natura o 

{ )er arte, proclive all’ astuzia, la chiamava politica, 
a. credeva necessità di regno, se ne vantava mae- - * < 


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200 LIBRO SETTIMO — 1813 

stro, ed era, come al più spesso avviene a’ reggi- 
tori de’ piccoli stati, schernito dalle sue arti. Egli 
stesso, dubbioso dell’ avvenire, chiamò a consi- 
glio partilamcnte ad uno ad uno parecchi suoi mi- 
nistri o generali, de’ quali confidavasi per affettoed 
aveva in pregio il giudizio. Le opinioni si divisero 
in due opposte, delle quali riferirò i concetti in 
due discorsi pervenuti a mia certa notizia; e mi 
abbiano fede, benché i nomi degli oratori io na- 
sconda, i lettori di queste pagine. 

L’uno disse: . 

« Sire, se in V. M. le qualità varie di re di Napoli, 
«di cittadino francese, di congiunto dell’impe- 
« rator Buon aparte, e ciò ch’ella debbe alla sua 
« fama presente e quel che ne aspetta la poste- 
« rità, generassero doveri contrarii o differenti, 
si io in materia tanto difficile per lo esame, tanto 
sì grave per il fine, mi crederei incapace di dar 
sì giudizio ed attenderei nel silenzio timidamente 
ss le decisioni di V. M. e i decreti del fato. Ma gli 
ss interessi sono unici; la stessa cosa dimandano 
sì il re e’1 suo popolo, il cittadino francese, il co- 
ss gnato dell’imperatore, l’uomo destinatosi all’o- 
sì noie ed all’ istoria 

a La rivoluzione di Francia si fermò felicemente 
«nell’impero di Buonaparte: l’impero fondò in 
sì Europa altri regni della sua specie, e surse dallo 
sì insieme la civiltà moderna. Perciò rivoluzion 
sì francese, impero di Buonaparte, re nuovi, mo- 
» derna civiltà, si presentano con le stesse sem- 
sì bianze alla mente degli antichi re; le paci, i 
ss riconoscimenti, le alleanze, i pegni di amicizia, 
« i parentadi, sono per essi le transazioni della 


LIBRO SETTIMO — 1815 201 

»? necessità, senza obbligo di fede o di coscienza. 
»? 11 vecchio ed il nuovo secolo si fanno guerra; 
»? ed oramai la vittoria non può essere particolare 
»? di uno stato o di un popolo; se trionfa il nuo- 
»? vo, tutte le società europee avranno in venti 
»? anni le basi della civiltà francese; e se Cantico, 
»? tutte si arresteranno, ma gli stati nuovi saranno 
»? retrospinti verso un’ odiata antichità. 

»?J)a queste verità altre ne discendono. ISon 
»? speri re nuovo di tenersi in trono se 1 im- 
»? pero di Francia è abbattuto: nè speri popolo di 
»? conservarsi le instituzioni novelle sotto antico 
»? re; che se oggi lo promette, mancherebbe do- 
»? po la vittoria; ed il primo atto della rivoluzione 
»? di Francia, come l'ultimo decreto di V. M. sa- 
»? rieno del pari abborriti e dannali. E perciò a 
»? me sembra aver pericoli ed interessi eguali la 
»? Francia, l'imperator Napoleone, il re Gioacchi* 
»? no e’ 1 popolo napoletano; cadere o reggere in- 
»? sieme tutti. 

»? ?ion le parlerò che brevemente della sua fama 
»? e della sua gloria. Ella deve il diadema alle sue 
»? virtù militari; ma istromenti della giustizia di Dio 
»? sono stati Buonaparte e la Francia. Chi mai sareb- 
»? he del suo nome, s’ella volgesse il dono contro i 
»? donatori? Moreau si cuopre della patita ingiuria; 
»? si cuopre Bernadolte degl interessi del suo re- 
»» gno e de’ voleri del padre. Ma Gioacchino che 
»? direbbe al mondo? E qui mi taccio, lasciando 
?» al suo proprio senno ed al suo proprio onore, 
»? F uffizio del miglior consiglio. 

»? Tutto impone a V. M. il debito di restar fe- 
»? delé alla Francia. Trentamila soldati dell’eser- 


202 LIBRO SETTIMO — 1813 

n cito napoletano difendono il regno; e basteran- 
» no, se V- M. è con essi, contro le forze siciliane 
» ed inglesi, il cui maggior nerbo è sul Reno e 
33 in Ispagna ; trenta altre migliaja si uniscano 
35 alle schiere italo -franche; e così formando po- 
55 dcroso esercito, portino in Alemagna ed a Yien- 
35 na la guerra e la vendetta. L’Italia, eh’ è nel 
35 mezzo fra due eserciti confederati, resterà ob- 
33bedienle, e sarà larga d armi e danaro. L’ini- 
35 mico, se fosse potentissimo, non potrebbe at- 
35 taccare l’Italia che nelle due estreme fronti, 
35 ossia negli stati di Napoli, facendo base la Si- 
33 cilia, o negli stati del regno Italico, partendosi 
35 dalla Germania. 1 due eserciti, di \. M. e del 
33 viceré, comunicherebbero per linee interne; 
33 l’uno nelle sventure piegherebbe sull’altro, e 
53 saria più forte. La guerra d’Italia, che che mai 
33 avvenisse sul Reno, starebbe da sé sola per gran- 
33 dezza di scopo e di mole; ed a chi la maneggia 
33 darebbe cagione ed opportunità di politiche 
33 transazioni. A tale sono oggi le cose che Napoli 
33 contro Francia, sarà tributaria d armi contro a 
33 sé stessa, soggetta alla volontà di re avversi e 
53 potenti; ma Napoli, se resterà alleata della Fran- 
33 eia, si eleverà a nazione libera di sé stessa e del 
35 proprio avanzamento. 

33 h perciò restar fedele agli antichi patti, ac- 
3; certame 1 impera tor de’ Francesi, concordarsi 
33 col viceré d Italia su la idea della guerra co- 
33 nume, questo è il mio voto. Io ne credo felice 
53 il successo; ma se fussi dubbioso, vorrei pre- 
33 pararmi nelle sventure la consolazione di poter 
33 dire al mondo e a me stesso: tra difficili ’circo- 


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LIBRO SETTIMO —.1813 203 

jì stanze in cui l’umano giudizio si confonderlo 
« tolsi consiglio dall’ onore «. 

LV. Ed alfro oratore in altro tempo con più 
semplici e libere parole gli disse: 

« Quando mai delle nostre cose dovesse giu- 
» dicare il solo ingegno di Y. M., la decisione sa- 
»> rebbe certa, e Napoli si troverebbe già unita 
>i alla parte oggimai più potente e fortunata di 
» Europa , ma in questo giudizio hanno preso 
y> oltre gl’interessi, gli affetti, e al debito di re 
>•> contrastano gratitudine, fedeltà nelle sventure, 
>•> amor di patria e di famiglia. Chi dovrà vincere? 
»> la natura delle cose' lo dice. Ella tutto deve alla 
« Francia ed a Buonaparte; se la Francia le chiede 
» il braccio ed il valore, vada Gioacchino a com- 
» battere per lei e a morire, o se la vita delfina* 
>5 peratore è in pericolo, gli faccia scudo della 
« sua vita. Ma in servigio de’ suoi benefattori spin- 
w gere ai cimenti ed alla rovina il popolo eh’ ella 
« regge, egli è pagare il debito proprio co’ danni 
« altrui. 

* Sono freschi i nostri dolori. Pochi mesi ad- 
r> dietro la felicità d’Italia, messa dalla fortuna 
« in mano al re di Napoli ; cedè al desiderio che 
« V. M. aveva di rèndere all’imperatore de’Fran- 
« cesi personali servigi, mirabili, ma inutili; se 
« ella non partiva per Dresda, se l’accordo con 
« lord Bentinck si avverava, altra era la nostra 
r> sorte ora e per l’avvenire. Abbia fine una volta 
«il darsi vittima gl’italiani alla Francia, che se 
« le hanno debito di savie leggi e di benefiche 
« instituzioni , lo han pagato di tributi e di armi; 
« e se i Napoletani ebbero da : Y. M. grandezza c 


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204 LIBRO SETTIMO — 1813 

» fama, le meritarono per obbedienza e travagli. 
r Sieno alfine vicendevoli ed eguali per noi e per 
>•> voi gli obblighi e la gratitudine^ ed allora, o 
:■> sire, anticipando, il futuro, separandoci dalle 
passioni del presente, immaginandoci posterità, 
?» fingiamo che in un libro d’istorie si legga: 
)ì Gioacchino agli effetti di congiunto, alla grati- 
si tudine sua per ricevuti bencficii, ed agl’ interessi 
si d’un paese che fu sua patria, sacrificò il popolo 
y> del quale era re. Ed in altro libro : Al popolo 
j» del quale era re, sacrificò Gioacchino tutti i 
a più teneri privati affetti. Or sia in potere di 
» V. M. che de’ due libri uno perisca, 1 altro resti 
» in eterno ; qual resterà? 

» fiè so valutare la grandezza degli ajuti che Na- 
» poli può dare alla Francia; diquarantacinquemi- 
» la, (e dico il più) combattenti del nostro esercito 
» venticinquemila almeno restar dovrebbero in. 
r difesa del Regno, ventimila si unirebbero alle 
r schiere italo- franche, si adunerebbe inLombar- 
» dia un esercito di sessanlamila soldati che avreb- 
31 be a fronte altro esercito tedesco di arte uguale e 
31 di ardimento maggiore , perchè ora in noi è timo- 
31 re quanto in essi speranza; e perciò sessantami- 
31 la Tedeschi basterebbero a contenere l’esercito 
31 di Lombardia; e può la Germania, possono i 
31 re alleati, senza menomare le schiere destinate 
31 contro la Francia, volgere sopra Italia sessan- 
31 tamila combattenti. Qual diversione sarà dun- 
3i que per la guerra del Reno l’esercito italiano? 
31 Che mai avran prodotto gli sforzi del re e del 
n regno di Napoli? 

» Nulla di Lene alla patria di V. M., tutto di 




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LIBRO SETTIMO — 1813 205 

» male al suo popolo, avvegnaché noi avremo 
y> guerra esteriore ed interna. È noto a V. M. che 
«già vi si apprestano il re Ferdinando e gl’In- 
« glesi, il re presentandosi agl' immaginosi popoli 
« napoletani con in mano la costituzione data e 
« praticata in Sicilia, e Bentinck assicurandone 
« la durata con le sue schiere e in nome della 
« potente e libera Inghilterra. Ciò all' esterno. Nello 
« interno (soffra in questa presente estremità dei 
« nostri casi schiettezza estrema) le popolari scon- 
33 tentezze sono gravi e molte; i rigori della po- 
« lizia a’ tempi del re Giuseppe, i furori diManhes 
« contro il brigantaggio, le attuali persecuzioni 
« ai carbonari, ogni error di governo, tutti i tra- 
« vagli, tutte le morti di otto anni di rivoluzione 
35 risorgono nella memoria e nella vendetta della 
35 più parte del popolo. Se ne sono palesati i 
33 segni negli Abruzzi e nelle Calabrie; in Poli- 
33 stena è stato eretto 1 oramai disusato albero di 
ss libertà, e bisognarono ad abbatterlo forza di 
35 soldati e prudenza. L’esercito ha disciplina non 
35 salda. Lo spavento che già si aveva del re Fer- 
j3 dinando, gran forza interna per il re Gioacchi- 
33 no, dopo gli ultimi fatti della Sicilia è cessato 
33 in molli, scemato in lutti, convertito a speranza 
33 in alcuni. Ella, o sire, per ingegno e valore 
33 trionferà de’ suoi nemici, ma con quanti danni 
33 e quante morti per guerra, punizioni e vendette? 
33 E se mai dal troppo numero di nemici esterni 
33 e dalle troppe interne ribellioni fussimo vinti? 
33 Rifuggo dalla immagine di un regno preso per 
« conquista dall antico re Ferdinando e dagli 


■206 


LIBRO SETTIMO — 1813 

« E tanti pericoli e tanti travagli qual fine 
«avrebbero? 1/ imperator de’Francesi, avendo 
» oramai contrario il disperato coraggio di re, 
« di eserciti e di popoli infedeli, è favola o sogno 
«ch’egli vinca tutti e ritorni alla signoria del 
«mondo; avrà 1 impero tra l’Oceano e’1 Reno, 
« rinunzierà alla Spagna, alla Germania, alla Ita* 
« lia; decaderà in possanza. Ma V. M. cadrà affatto 
« dal trono; e noi, popolo vinto o ceduto, soggia- 
« cererno al flagello de nostri antichi re, viepiù 
« fieri al ritorno perchè animati da conquista e 
« da lunghi sdegni. Tutto il bene che i due re 
« francesi avran fatto al Regno sparirà in un gior- 
« no, e della rivoluzione non resterà documento, 
« fuorichè le liste delle vendette. L’interesse dei 
« INapoletani è dunque il conservarsi con V. M. 
« le instituzioni del suo regfno. 

« Il modo certo ed italiano per ottenerlo sa- 
« rebbe, accordandosi V. M. col viceré d’Italia per 
« un trattato comune co’ re alleati, patteggiare 
« (facil cosa se foste insieme ) la indipendenza 
«d’Italia. Ma il principe Eugenio, nè per pace 
« nè per guerra si legherà col re Murat, vorrà 
« singoiar merito di fedeltà cicca, non dipolitica, 
« e fama da scena non da istoria. Se l’abbia. Ma, 
« o sire, quanto grande esser debbe il dolore di 
» ogni uomo nato in Italia al vedere in questo 
«istante soldati prodi italiani negli eserciti francesi, 
« ed altri nello esercito del viceré, ed altri conV.M., 
» ed altri con gl’ Inglesi, altri col re di Sicilia; due- 
« centomila almeno dalle Alpi a Capo Noto, parlan- 
» do l’ idioma istesso d’ Italia, combattere per cause 
« varie e di altrui; disperdere inutilmente il valore 


LIMO SETTIMO — 1813 207 

y> e la vita; e mentre nel braccio e nel senno prò- 
» prio slarebbe la italiana sicurezza, anelarla pre- 
}•> gancio, non esauditi? Non è dunque inerme o 
>» pigra la Italia, ma cagiou vera delle miserie sue 
è la divisione delle sue genti e de’ suoi reggitori. 

» Però che tale è voluta dal fato, V. M. ab- 
» bandonando le generali speranze, provvegga 
33 almeno a questa ultima non infima nè ignobil 
« parte della penisola, e le dia certezza di civiltà 
33 e di avvenire. 11 potrà fermando pace ed allean- 
33 za coi re di Europa, tenendo unito l’esercito in 
33 Italia, dando al suo popolo commercio libero 
33 con la Inghilterra, migliorando le instituzioni 
33 civili, rivocando le persecuzioni di polizia, ridu- 
33 cencio in uno le parti divise dello stato; e non 
33 sofferendo che un vecchio re, nato re, usato 
» agli errori di assoluta potenza, superi in civiltà 
33 un re nuovo, surto da libera rivoluzione per 
33 militare grandezza. 

•* Ed infine, io da’ ragionamenti passando alle 
>3 preghiere, la supplioo di prendere sollecita im- 
33 mutabile sentehza, non cedendo al consiglio di 
33 chi vago dell’ antica politica italiana chiama vit- 
33 toria il guadagnar tempo, ed arti di governo simu- 
33 la re e dissimulare' co’ nemici e gli amici. E sopra- 
” tutto la prego a non prendersi di falsa specie di 
33 gloria, ma credere che vi ha un sol mezzo da 
33 serbar la sua fama; serbando il trono «. 

EVI. E mentre l’oratore parlava, Gioacchino, 
che pure usava di rompere il discorso, attenta- 
mente l’udiva. Mostrò talora disdegno, ma subito 
lo frenò perchè i liberi detti uscivano di labbro 
amico e devoto; due volte fu commosso, quando 


203 * LIBRO SETTIMO — 1813-14 

si figurò scudo alla vita di Buonaparte; c quando 
invitato a distruggere un libro delle sue istorie, 
pareva che dovesse distruggere quello de’ propri 
a fletti. Accomiatò l’oratore, e gli rese grazie; al- 
tri generali avevano parlato o dipoi parlarono nei 
6ensi stessi: le cose di Francia peggioravano; la 
neutralità della Svizzera presso che Aiolata, gli 
eserciti tedeschi su l’ Adige, Venezia bloccata; cre- 
sceva nel suo reame la scontentezza, nell esercito 
la contumacia; alle lettere di lui e della regina, 
espositrici de’ pericoli del regno, 1 imperator Na* 
poleone per superbia o sospetto non rispondeva. 
Incalzavano il re gli avvenimenti; stava per unirsi 
all’Austria, quando giunse in ISapoli il duca d’0-, 
tranto Fouchè, già ministro mandato da Buona- 
parte a spiare in segreto 1 animo di Gioacchino, 
ed a mantenerlo nelle parti della Francia; ond e- 
gli, simulando la modestia e la collera di un di- 
sgraziato, dice\a esser venuto a diporto; ma in 
privato a Gioacchino, per amore e servizio di liti. 

Trattenutosi pochi dì, tornò a Boma. Restaro- 
no occulte le sue pratiche, ma dipoi osservate di 
Gioacchino Farti doppie e ingannevoli, fu cre- 
duto che derivassero, -oltra che dal proprio inge- 
gno, da’eonsigli del duca d’ Otranto, tal uomo 
nelle universali opinioni da disdegnare per fino 
i successi che non fossero frutto di rigiri e per- 
fidie. Lui partito, a mezzo dicembre del i8i3, 
A'enne il conte di Neipperg legato dall’Austria, 
e conA r enendo col duca del Gallo trattalore per 
le parti di Napoli, fermarono a’ dì 1 1 di gennaio 
del i8i4 lega fra i due stati. Scopo di essa, la 
continuazione della guerra contro la Francia per 


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LIBRO SETTIMO — 1814 209 

lo ristabilimento in Europa dell’ equilibrio poli- 
tico: e mezzi ad ottenerlo, dalla parte d’Austria 
centocinquantamila soldati, de quali sessantamila 
in Italia ; dalla parte di Napoli trentamila ; e da 
ambe le parti nuove milizie, se bisognassero. Ca- 

1 )0 delle schiere confederate il re di Napoli, e 
ui assente, il primo dell’esercito tedesco. 

Riconobbero : l’ imperatore d’Austria il dominio 
c la sovranità degli stati attualmente posseduti dal 
re di Napoli; il re di Napoli, le antiche ragioni 
dell’Austria su gli stati d Italia. 

Convennero non fermare altra pace o tregua 
se non comune. L’imperatore promise l’opera e 
gli officii per pacificare Napoli con la Inghilter- 
ra, e co’ potentati di Europa, confederati del- 
l’ Austria. 

Fin qui la parte pubblica del trattato. Per arti- 
coli secreti stabilivasi che l imperator d’Austria 
s’impegnerebbe ottenere dal re Ferdinando Bor- 
bone la cessione del trono di Napoli a prò di Gioac- 
chino Murat; il quale dalla sua parte rinunzie- 
rebbe alle pretensioni su la Sicilia, e coopererebbe, 
. nella pace generale co’ sovrani di Europa, ad in- 
dennizzare il re Ferdinando del ceduto trono di 
Napoli. 

Ed altro frutto dell’alleanza avrebbe Gioacchi- 
no , per lo accrescimento a’ suoi stati di tanto 
paese romano che alimentasse quattrocentomila 
abitanti. 

Le ratifiche al trattato pubblico e, secreto si 
promettevano, dall’ una e l'altra parte, sollecite. 

LYII. Altro trattato che dissero armistizio , tra 
Napoli e la Inghilterra, fermarono al 26 gennaio 
Collctta, T. III. 14 


■ 


1 


210 LIBRO SETTIMO — 1814 

dell’ anno stesso il duca del Gallo e lord Ben- 
linck, convenendo immediata cessazione di osti- 
lità, libero commercio, accordo comune e con 
l’Austria su la vicina guerra d’Italia. E quando 
mai l’armistizio cessar dovesse, notificazione dal- 
l’una all’altra parte tre mesi avanti alle offese. 
Erano state insino allora occulte le pratiche; poi 
quegli accordi, pubblicati, apportarono al popolo 
vera gioia per il cessato timore di guerra, per i 
guadagni del commercio, per la creduta sicurez- 
za del futuro, per le speranze di reggimento più 
libero suscitale da’ discorsi di Gioacchino, e so- 
pratulto per quell’ impeto di sdegno che scop- 
piò in tutta Europa contro la Francia: giusto nei 
Bussi, Austriaci e Prussiani; scusabile negli altri 
popoli di Alemagna; ingrato e stolto in Italia.* 
LVHI. Intanto Gioacchino sin dal precedente 
novembre aveva mosso due legioni, preso i quar- 
tieri in Roma ed Ancona, apprestate altre schiere 
ed annunziato vicino il suo arrivo a Bologna: 
egli spinto a quei moti dal suo genio di operare 
e d’invadere, e dall’avvedimento di mostrarsi ar- 
mato agli amici e a’ conil a rii. Buonaparle, benché 
sospettoso di lui, non volendo dar motivo o pre- 
testo al temuto abbandono, nè precipitare la guer- 
ra, aveva prescritto a’ suoi luogotenenti che quelle 
legioni fossero tenute come alleate, e nei congressi 
di pace i suoi ambasciatori ponevano nella bi- 
lancia delle forze cinquantamila Napoletani a pso 
della Francia. Ma il generale Miollis governatore 
di Roma, e'1 generai Barbou di Ancona, insospet- 
titi de’ Napoletani, si tenevano vigili e in armi. Ed 

al tempo stesso molti Italiani, o per carico rice- 

• 



LIBRO SETTIMO — 1814 211 

vutone da Gioacchino, o per proprio zelo, anda- 
vano drvolgando che il re di Napoli, scaltro, li- 
bero , fortemente armato, quando i nemici esterni 
tra loro combattessero avrebbe promulgata e so- 
stenuta la liberta d Italia. Di già que’ discorsi ec- 
citavano ne meno accorti speranze e moti, allor- 
ché i trattati con 1 Austria e 1 Inghdterra vennero 
ad accertare i sospetti de Francesi, ed a spegnere 
le ultime ansietà d italiana indipendenza. 

Gioacchino scriveva a Miollis, a Barbou, a 
Fouclaè sensi amichevoli: diceva che necessità di 
regno lo aveva spinto a quell’alleanza, ma che 
divoto ed amante della Francia renderebbe con- 
cordi gl’interessi di stato e gli affetti propri. Pro- 
teste non credute. Il generale Miollis con forte 
presidio acquartierò in Gastei Sant’Angelo; il ge- 
nerai Lasalcette in Civita \ ecchia con ciò che re- 
stava di soldati francesi; il generai Barbou voleva 
guardare in Ancona due castelli, ma i Napoletani - 
destreggiando sorpresero quel dei Cappuccini, si 
che i Francesi, milacinquecenlo fra soldati e im- 
piegaC civili, si’chiusero nella cittadella. Tutta la 
Komagna con le Marche restò abbandonala ai 
Napoletani, che dubbiosi per mancanza o con- 
tradizione di ordini, come dubbioso era il re 
per contrasto di affetti, non guerreggiavano, non 
amministravano quel paese; avevano le sollecitu- 
dini della guerra, il fastidio delle guernigioni, 
tutte le molestie, lutti i pericoli della incertezza. 

I generali scrivevano al re di quelle perplessità, 
ed avevano risposte nulle o varie; tal che surlo 
sospetto che ei macchinasse inganni, temevano o 
per sè medesimi o per le sorti di Napoli. 


>/5£l 


2! 2 LIBRO SETTIMO — 1814 

In qnel mese di gennaro Gioacchino andò a 
Roma, e non ottenne, come sperava, da Miollis 
Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia : passò ad 
Ancona, nè Barnoù volle cedere la cittadella. Vid- 
de in Scompiglio le amministrazioni interne, 
udì le protestazioni dei generali, le rimostranze 
dei magistrati, i lamenti del popolo: i ministri 
austriaci biasimavano la sua lentezza, chiaman- 
dola mancamento al trattato. Il più fingere ap- 
paiava danno e pericolo; ond’egli comandò, par- 
tendosi per Bologna, avanzarsi le schiere napo- 
letane per conginngerle alla legione tedesca retta 
dal generale ftugent; stringere in assedio Anco- 
na, Castel Sant’Angelo e Civita Vecchia; ordinare 
le parti civili dei paesi occupati, impiegando il 
consiglio e l’ opere dei migliori ingegni napole- 
tani. Ma poiché sempre gli premeva il cuore il 
desiderio di non rompere a guerra con la Fran- 
cia, lasciò in avanguardia contro l’esercito del 
viceré la legion tedesca, e prescrisse che nelle 
comandate operazioni di assedio non fossero pri- 
mi i Napoletani ad accendere lo'artiglierie! 

Ordinò l’esercito. Lui stesso capo di tre legioni 
di fanti, una di cavalieri, venliduemila soldati, 
sessanta cannoni, attrezzi corrispondenti, nessuna 
provvisione, nessun tesoro, confidando nelle ric- 
chezze d’Italia. Erano agli slipendii napoletani al- 
cuni soldati francesi, molti uffiziali e colonnelli 
e generali. Gioacchino volendo ritenerli perchè 
ne pregiava il valore e l’ esperienza , e credeva di 
attenuare il suo mancamento alla Francia span- 

gran numero di Francesi, 
lodo; fingeva con essi che 


dendo l’esempio sopra 
gli lusingava in vario i 


LIBRO SETTIMO — 1814 213 

era infingimento 1 alleanza con 1 Austria, sovra- 
poneva menzogne a menzogne, s’intrigava, scre- 
ditavasi. 1 generali napoletani dall’ opposta parte 
bramavano che quei Francesi partissero perchè in 
essi vedevano i sostenitori degli ondeggiamenti 
del re e gl’ inciampi alla pienezza della propria 
potenza ed ambizione; pregavano Gioacchino a 
sgomberarne l’esercito; mormoravano in dispar- 
te; generavano contumacia e scandalo, li quei 
Francesi, mossi da interessi contraaii, vacillarono 
lungo tempo; ed infine i più amanti di onore e 
di patria si partirono, altri rimasero vergognosi 
ed afilitti. Uei primi citerò un solo per la singo- 
larità dei suoi casi: il colonnello Ghevalier, caro 
a Murat, andò l’ultimo da disertore, lasciando 
un foglio nella notte e fuggendo. Ma il giugner 
tardi fu cagione di motteggi tra gli ufilziali del- 
l’opposto campo, ed egli, per mondarsi deHo in- 
dugio, chiese di combattere all’alba dello stesso 
giorno, e primo tra i primi attaccò i Tedeschi e 
cadde ucciso. 

L1X. Cominciarono gli assedii da quel di An- 
cona. Essendo troppo il presidio della cittadella 
(piccolo castello con pochi edilìzi, nessuno a 
pruova delle bombe ) bastavano i fuochi verticali 
a disperare la guemigione ed evitare agli assali- 
tori le lunghe fatiche di trincea e di breccia. Di- 
segnate a distanze varie ( la minore di mille me- 
tri ) poche batterie di cannoni, molte di mortari 
e di obici; impresi i lavori nella notte, durati nel 
giorno, compiuti i fortini ed armati; stavasi al 
punto di aprire i fuochi, e nessuno impedimento 
a noi veniva dalla cittadella: pareva che fossimo 


21* LIBRO SETTIMO — 1814 

ad esercizio negli assedii di scuola. Le artiglierie 
e munizioni abbondavano prese dai forti e ma- 
gazzini venuti in potere dei Napoletani, onde 
nulla mancava fuorché il segno di guerra. I cal- 
coli dell arte dimostravano che la cittadella so- 
stener potesse intorno a quarant’ore di fuoco. 

Le cure, sospese per Ancona, furono vòlte a 
Castel Sant’Angelo, indi a Civita Vecchia. Comin- 
ciarono le riconoscenze con la usata vigilanza; 
ma vista la pazienza del nemico, andavano gl’ in- 
gegneri scopertamente intorno al castello , se- 
gnando sul terreno le trincee e gli approcci. Fer- 
mata 1 idea dell’assedio, apprestando macchine 
ed armi, marciarono alcuni battaglioni sopra Ci- 
vita Vecchia; e sebbene accampassero nelle allure 
più vicine alla città, il presidio francese vedeva 
il campo e tollerava. Ma poi che scoprì il gene- 
rale Lavauguion governatore di Roma, e il ge- 
nerale Colletta direttore supremo del Genio , 
odiati entrambo, l'uno perchè francese e nemico, 
l’altro perchè noto instigatore di Gioacchino a 
quella guerra, lo sdegno vinse il comando o la 
prudenza , e le batterie della fortezza tirarono 
continuamente .sopra i Napoletani, e con maggior 
aggiustatezza dove i generali apparivano. Nulla 
ostante, continuando la riconoscenza e formato 
il disegno dell’assedio, quella schiera scemata di 
qualche uomo nella vegnente notte si partì. 

Qui dunque arabe le parti preparavano stru- 
menti ed armi, quando in Ancona il generale 
Barbou, consumati i viveri, e mirando afflitta da 
malattie la guernigione, stabilì rendere la citta- 
della; ma vergognando di farlo senza onore di 


LIBRO SETTIMO — 1814 215 

f uerra, comandò tirare a disfida contro il campo 
ei Napoletani, benché seco stessero a pericoli 
l’amata moglie e tre teneri figliuoli. 1 Napoletani, 
che il generale Macdonald dirigeva, risposero alle 
offese, e combattendo 1 intero giorno e la notte, 
al levare del sole del dì seguente si vidde ban- 
diera di pace sul castello, che nel giorno istesso 
fu ceduto a patto che i presidii francesi avessero 
con gli usati onori sicuro passaggio in Francia. 
Ventiquattro ore durarono i fuochi, alquanto 
meno del prefisso tempo perchè la esplosione di 
una polveriera aggiunse alle rovine che produ- 
cevano le bombe, l’arte della città di Ancona sta 
tramezzo i Cappuccini, ch’era il campo dei Na- 
poletani e la cittadella; ma nessun danno soffrì, 
restando sicura sotto un arco di projetti e di fuo- 
co. Pochi Napoletani morirono, più Francesi, per 
falsa gloria del generale Barbou, a cui bastar do- 
veva Tesser giunto all’estremo della fame: tante 
false specie di onore deformano il mestiere del- 
l’arme. 

Le altre fortezze non furono assediate perchè 
in un trattalo fra il duca d’ Otranto per Trancia 
e’1 generai Lecchi per Napoli fu concordato che 
cedessero a patto di toi’nare in Francia i presidii 
liberi e sicuri. E dopo ciò i Napoletani, oltre An- 
cona, guardarono Civitavecchia, Castel Sant An- 
gelo, i forti di Firenze, Livorno e Ferrara. Li- 
vorno, giorni innanzi, era stato minacciato da 
un’ armata anglo-sicula, guidata da lord Bentinck; 
e poiché il presidio, tuttavia francese, stava pre- 

{ tarato alla guerra, Tarmata ristette aspettando 
àvorevole occasione a sbarcare le genti Le quali 


V 


2IG LIBRO SETTIMO— 1814 

apparenze, mantenute anche dopo la cessione della 
città, spiacquero a Gioacchino, che ordinò fusse 
posta in stato di difesa, confidando all’orecchio 
«lei generale del Genio ch’egli sospettava degli 
Inglesi. 

LX. Poco appresso lord Bentinck con mostre 
di amicizia sbarcò dal naviglio schiere inglesi e 
siciliane, sotto insegna che portava scritto: «Li- 
bertà e indipendenza italica 5 », e le incamminò 
sopra Genova. Conferì per lettere con Gioacchino 
e col generale Bellegarde i concertati disegni tra 
scambievoli sospetti. Allora lo stato delle cose 
della guerra in Italia era il seguente. Bellegarde 
con quarantacinquemila Austriaci campeggiava 
la sponda sinistra del Mincio; il re di Napoli con 
venliduemila de’ suoi, toccando il Po e guardan- 
do il F errarese, il Bolognese, gli stati di Roma 
e la 1 oscana, . avanzava gli avanguardi sino a 
Reggio e Modena: e Nugent sotto lui con otto- 
mila Tedeschi accampava. Bentinck con quattor- 
dicimila Anglo-Siculi stava sopra i monti di Sar- 
zana. Comunicavano Bellegarde e Gioacchino per - 
Ravenna a Ferrara, Gioacchino e Bentinck ave- 
vano tra mezzo gli Apennini. E dalla opposta 
parte il viceré con cinquantamila Italo-Franchi 
teneva i campi nella sponda destra del Mincio, 
custodiva un ponte sul Po a Borgoforte, potente 
per opere e per presidii, occupava Piacenza. Poca 
guernigione francese guardava Genova. 

Così le forze, le idee differivano. 11 generale 
Bellegarde voleva che Gioacchino procedefse so- 
pra Piacenza, a fin di spostare il viceré dalla riva 
del Mincio, e prometteva diversioni ed ajuti. 11 


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LIBRO SETTIMO — 1814 2t7 

re diceva che trovandosi diviso da Bentinck, il . 
quale operava nella opposta pendice de’ monti, 
nè legato altrimenti con Bellegarde che per le 
difficili e lunghe strade di Ravenna e Ferrara, il 
nemico a suo talento poteva sboccare da Borgo- 
forte, assaltare i Napoletani sulle terre di Modena 
o di Reggio, e rientrare nelle sue linee prima che 
gli alleali inglesi o tedeschi avessero solamente 
notizia di quei fatti; ch’egli perciò faceva afforzar 
Modena di un campo, ed aveva così ordinate le 
sue schiere che al primo apparire del nemico 
volgessero tutte incontro al Po; che dunque il 
più inoltrarsi sopra Piacenza sarebbe stata occa- 
sione ed invito al viceré di assaltare alle spalle i 
Napoletani, separarli dalla loro base, romperli e 
ritornare a suoi campi per le vie di Piacenza e 
Borgoforte. Frale due opposte sentenze Bentinck, 
solamente inteso ad espugnar Genova, si mo- 
strava dell’avviso di Bellegarde, non più per 
proprio ingegno che per diffidanza e avversione 
a Gioacchino. 

La ragion militare stava dallaf parte di Murai; 
ma stavano contro lui le apparenze e i sospetti, 
e perciò le opinioni rimanevano divise, gli eser- 
citi immobili. In quella guerra si palesarono tutti 
gli errori e i vizi delle alleanze. Bellegarde poteva 
comunicare con Gioacchino per vie più brevi che 
di Ravenna o Ferrara, costruendo altri ponti sul 
Po; ma noi faceva, temendo che le nuove strade 
aperte a’ soccorsi, servissero al tradimento. Pote- 
va Gioacchino attaccare Piacenza, se veramente 
ajutato da Bellegarde e da Bentinck, ma sospet- 
tava clie lo spronassero a quella impresa per nuo- 


lift LIBRO SETTIMO — 1814 

cere al suo esercito ed alla sua fama. Cosi Ben- 
tinck," alleato del re di Napoli, permetteva che dai 
Siciliani seco disbarcati si spargesse nell’ esercito 
napoletano un editto del re Ferdinando, che, 
rammentando le sue ragioni, eccitava i sudditi a 
ribellar da Gioacchino. E cosi più in alto l’im- 
peratore d’Austria, che avea promesso sollecite 
ratifiche al trattato con Napoli, lasciava correre 
i mesi senza che il ratificasse; e dall’altra parte 
il re Murat, alleato dell’Austria e della Inghil- 
terra, desiderava il trionfo della Francia, ed at- 
tendeva o sperava l'opportunità di ricongiungersi 
a lei. Lo stalo d’Italia in quel tempo non era di 
guerra, ma di politica e d’inganno armato; in 
ogni atto, in ogni intenzione de’ reggitori de’ regni 
e degli eserciti o traspariva o si nascondeva un 
mancamento di fede: i peccati erano universali; 
ma incerto, la fortuna chi premierebbe. 

I popoli, cauti, obbedivano non operavano. 
Gioacchino facendo direessergiuntoil momento in 
cui gl Italiani si unirebbero sotto la stessa insegna, 
dava agli stati occupati forma ed ordini comuni 
di governo. Bellegarde, al tempo stesso, avvertiva 
gl Italiani essere proponimento de’ re confederati, 
restituire gli antichi stati al re di Sardegna, alla 
casa d Este, al gran duca di Toscana ed al papa. 
11 viceré su 1 altra sponda del Mincio bandiva le 
vittorie dell’ imperatore Napoleone a Nangis, a 
Monterau, ed accertava i popoli che le sorti d’Ita- 
lia stavano in inano alla Francia. E questa Italia 
in tanti modi insidiata, scontenta del presente, 
certa di servitù per lo avvenire, tenevasi inquieta, 
ma tacita. Solamente in Napoli, al mutar di po- 


LIBRO SETTIMO— I8U 219 

litica , al vedere i porti e i mercati abbondare di 
merci inglesi, rare e desiderate per otto anni, 
cambiarle co’ prodotti della terra che quasi senza 
prezzo marcivano, andare in Sicilia e venirne 
senza pena o pericolo, sentire il proprio re e le 
proprie schiere potenti e posseditrici di varii re- 
gni, il popolo tra maraviglie, guadagni e gran- 
dezze, rallegra vasi e sperava. 

LXI. Da varie parti, quasi al giorno istesso tre 

F 'avi sventure vennero ad affliggere Gioacchino. 

generali del suo campo dimandarono con riso- 
lutezza, di essere intesi negli affari di quella 
guerra. 11 papa, liberato da Buonaparte, incam- 
minato verso Roma, era già sul contine di Parma. 
In Abruzzo i carbonari, mossi a ribellione, som- 
movendo parecchi paesi, avevano alzata bandiera 
borbonica. De’ quali avvenimenti dirò più a lungo. 

I generali di Gioacchino erano dell’esercito la 
miglior parte per servigi, virtù di guerra ed 
ingegno; giovani di età, partigiani dell’ idee nuo- 
ve, ed amanti ab antico di patria e d’Italia, divoti 
a Gioacchino per gratitudine ed ambizione, ma 
esperti ed abusatot i de’ principali suoi difetti, 
premiar troppo, punir giammai, e sì che nello 
esercito si ambivano le azioni di merito, guerra, 
fatiche, cimenti, e poco temevansi le ribalderie 
e le colpe. Or quei generali, seguaci del re nelle 
prime controversie con Buonaparte, alcuni par- 
tecipi e consiglieri delle conferenze di Ponza, la 
più parte instigatori alla lega con l’Austria, e 
tutti solleciti dell’onore dell esercito e del capo, 
vedendo che politica falsa e cangiante menava il 
re ed il Regno a irreparabile rovina, parlan- 


220 LIBRO SETTIMO — 1814 

dosi 1 un l’altro e rattristandosi, sperarono in- 
durre Murat a proponimento migliore. Con foglio 
sottoscritto da due, che per più lunghi servigi 
erano primi, chiesero che in quelle circostanze 
gravissime il re, convocando un consiglio per la 
guerra, sentisse il volo de’ suoi generali. 

Parve quel foglio, ed era, deliberazione del- 
l’esercito, detrazione all’imperio del capo, no- 
vella specie di ribellione, colpa degna di pena. 
Se Gioacchino avesse avuto animo a punire, non 
prorompevano i maggiori dell’esercito a quella 
estrema baldanza; ma il re che perdonava fino 
agl’infimi dell'esercito, non punirebbe i primi 
carissimi a lui, e solamente colpevoli di troppo 
zelo. La disciplina (l’ho detto altrove e ad ogni 
nuovo esempio vo’ ripeterlo) non è merito de’ sog- 
getti, è virtù del capo; e ben dico virtù, se costa 
sforzi magnanimi ad esercitarla, severità di co- 
stumi, giustizia continua, inflessibilità, e mentre 
il sentimento più naturale ad uomini che vivono 
in travagli e pericoli comuni sarebbe il vicende- 
vole amore, sopprimerlo nel suo cuore, non 
aspettarlo da sottoposti, e desiderare in essi ti- 
more, ammirazione, rispetto, sentimenti che si 
imprimono per propria fatica ed amaritudini. 11 
re a sedare l’ audacia de’ suoi generali adoperò 
le minacce, poi le seduzioni, ma non furono da 
quelle arti spaventati nè presi. Potè l’ affetto. In 
quel mezzo annunziato barrivo di Bentinck, che 
superbo e da nemico, benché fusse alleato, ve- 
niva a chiedere al re la cessione di Livorno ed 
altre non minori cose, Gioacchino disse: « Egli 
** giunge in mal tempo per me, che mai gli dirò? 


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LIBRO SETTIMO — 1811 221 

« dove troverò forza da sostenere il decoro di re 
» e di capo dell’esercito, or che questo esercito 
» ed i miei generali sono contro me ribellati? » 
Due di loro, presenti, sentirono tenerezza e ver- 
gogna, comunicarono quegli affetti agli altri, che 
nel giorno medesimo adunati andarono al re con 
atti di sommissione e promessa di piena obbe- 
dienza. Finì quel moto nel campo, ma ne rima- 
sero la memoria e l’esempio; la disciplina peg- 
giorò, i cieli maturavano la catastrofe dell’anno ' 
seguente. 

LXII. Intanto il papa giungeva al Taro, e 
Gioacchino in Bologna noi sapeva che dal grido 
pubblico. Fu primo pensiero il non riceverlo, ma 
con quali armi contrasterebbe, con quali inciam- 
pi ritarderebbe l’ uomo che procedeva sicuro por- 
tato irresistibilmente dalle opinioni e dal popolo? 
11 generale Nugent, senz’ aspettare gli ordini del 
re, che pur era suo capo, lo aveva ricevuto sul 
confine, e con riverente pompa militare lo scon- 
tava sino allò rive dell’ Enza, che i Napoletani 
guernivano. Mancava il tempo a’dubbii e al con- 
siglio. 11 re sfrisse al generale Carascosa, coman- 
dante dell’avanguardia, di andare incontro al 
pontefice, e con tutti i mezzi di persuasione o 
d’industria trattenerlo sul cammino o in Reggio. 
Non appena il generale giunto al fiume, vi giun- 
geva dall’altra sponda Pio VII, con seco popolo 
innumerabile e devoto, ed una scorta magnifica 
di cavalieri tedeschi, che benedetti e ringraziati 
tornarono a Parma, mentre il popolo accresciuto 
di altre genti proseguiva col papa verso Reggia 
E poiché le carrozze non si arrestarono, il Car- 




112 LIBRO SETTIMO — 1814 

rascosa non entrò a parlamento e seguì la calca. 
Non andava scorta ordinata di milizia napoletana, 
ma soldati ed uflìziali confusi volontariamente 
nella folla, ingrandivano la riverenza e le mara- 
viglie dello spettacolo. Molti de’ popolani spinge- 
vano la carrozza dov’era il papa, nè già per bi. 
sogno, ma in segno di bassa servitù; e tra quelli 
si scorgevano più zelanti e devoti alcuni ufbziali 
di Napoli con abito militare. 

In Reggio, il generai Carascosa, subito am- 
messo alla presenza diPio, dopo atti di riverenza 
ch’egli fece ossequiosamente, e l’altro accolse con 
benignissimo aspetto (offrendo al primo incontro 
la mano a baciarla, per allontanare il sospetto di 
maggior culto), il generale dimandò qual fosse 
il disegno di Sua Santità, ed egli: proseguire il 

cammino verso Bologna Ma Sua Maestà 

il re di Napoli ignora l’ arrivo della Santità Vostra, 

nulla è preparato al ricevimento E nulla, 

risponde, io desidero dalla Maestà Sua alla quale 

spero i divini favori I cavalli delle poste 

sono impiegati al militar servizio, e senza gli an- 
ticipati provvedimenti potrebbe \ostra Santità 
non trovarne che bastassero al suo viaggio .... 
Gli chiederò alla carità di questi devoti cristiani 

• che mi circondano Ma già. da lungo tempo 

i cavalli de’ privati sono addetti all’ esercito 

Proseguirò a piede. Iddio me ne darà la forza. 
E dopo breve silenzio il generale dimandandogli 
a quali gradi della milizia, e quando accorderebbe 
l’onore della sua presenza; egli rispose, che vor- 
rebbe veder tutti, ma incalzato dal tempo avreb- 
be visto i soli generali domani alle nove ore 


LIBRO SETTIMO — 1814 223 

della mattina. 11 Carascosa ribaciò la mano, e 
con egual riverenza si accomiatò; riferì al re, 
motto a motto il discorso, e lo pregò di cedere 
all impero delle opinioni. Al dì seguente all ora 
stabilita, presentati al pontefice i generali del- 
l’esercito, gli accolse con cortese semplicità, oflrì 
la mano ad ognuno, s intrattenne in discorsi di 
indizia, lodando la bellezza delle vedute schiere; 
nè diede licenza, prima che di ognuno non ebbe 
udito il dimandare o il rispondere. 

E subito si partì. 11 re in Bologna dopo avere 
ondeggiato fra pensieri varii e rigettato il buon 
consiglio di due suoi ministri, di parteggiare coi 
popoli per il papa, scelse il peggior avviso, il 
mezzano, onorare il pontefice per corteggi, non- 
dargli ajuti. Giunto quegli a Bologna e ristoratosi 
dalle fatiche del viaggio, fece, egli primo, visita 
al re intrattenendosi non breve tempo; dopo al- 
cune ore la visita fu resa e più lunga. Toccarono 
la restituzione degli stati della Chiesa, e 1 imo 
tutto volendo, l’altro concedendo stentatamente, 
fu concordato (senza scritto perchè ognuna delle 
due parti voleva serbare intere le sue ragioni ) 
rendere al pontefice Roma e ’ 1 patrimonio di San 
Pietro, il re di INapoli tenere il resto. Altra di- 
scordanza era nel proseguimento del viaggio, il 
papa indicando la strada Emilia; e Gioacchino, 
a fine di trattenere i moti e gli affetti de popoli 
die rimanevano a lui soggetti, bramando che 
proseguisse per la 1 oscana. Ma Pio piu torte di 
Gioacchino, nella scelta del cammino vinse per 
risolutezza; posi come nella divisione de’ domimi, 
conoscendo sè più debole perchè disarmato ©d 


ff 


I 


1 


Mmm 


224 * LIBRO SETTIMO — 1814 

ancora solo, aveva tollerato ch’egli tenesse la 
maggior parte degli antichi suoi stali. L indomani 
seguitò per la strada Emilia, e lentamente giunse 
a Cesena sua patria, dove lunga pezza, sino a che 
le guerre di Francia e d’Italia ebbero fine, restò; 
e dipoi come in trionfo entrò in Roma il dì 24 
di maggio di quell’anno ibi 4- Al dì vegnente le 
milizie di Napoli ne partirono, nè i ministri di 
lui vollero consegnato da’ ministri del re d go- 
verno della città e delle ricuperale province, pre- 
ferendo le perdite e 1 disordini al fastidio ed al 
riconoscimento del passato dominio. Eia la super- 
bia spuntava. 

LX1II. 1 carbonari della Calabria erano conci- 
tati dalla Sicilia; quelli di Abruzzo, daLissa, isola 
dell’ Adriatico, che fatta emporio di commercio e 
di contrabando era dagl Inglesi fortemente guar- 
data. I Calabresi, sperimentati ai rigori del gene- 
rale Manlies, macchinavano segretamente; ma gli, , 
altri inesperti ratto si mossero, così che al dì fis- 
sato la rivoluzione proruppe simultanea e gene- 
rale nella provincia di Tèramo, confine del regno. 
Era disegno dei carbonari adunarsi armati nella 
campagna, entrare nelle città, togliere di officio 
i magistrati, e mutargli in altri, gridare caduto 
l’impero di Murat e risorto quello di Ferdinando 
Borbone, re costituzionale; correre le vicine pro- 
vince, e avanzare nel Regno con gli ajuti di altri 
settari e della fortuna. La più parte dei desiderii 
si avverò : tutta intera quella estrema provincia, 
fuorché la città capitale, fu ribellata; e procedeva 
il cambiamento nel vicino distretto di Chieli, se 
i provvedimenti dell intendente Montejasi, ed il 


LIBRO SETTIMO — 18 W 225 

sollecito muovere di alcune squadre di gendarmi 
non avessero impedito ai rivoltosi di Teramo il 
passaggio del fiume di Pescara. Sedizione sì vasta 
non aveva costato nè delitti, nè fatiche: i magi- 
strati di Gioacchino nella ribellata provincia era- 
no usciti di ptisto chetamente; i novelli esercita- 
vano senza vendette o superbia; le leggi erano 
mantenute; la mutazione d’impero e di ministri 
era avvenuta in un giorno: indizi tutti di univer- 
sale consentimento, pericolo maggiore al gover- 
no. Così stavano le cose in Abruzzo quando il 
barone Tulli, fuggitore, venne nunzio a Gioac- 
chino. 

Essendo nell’esercito molti soldati abruzzesi, 
uniti a reggimento, fu prima cura del re nascon- 
dere tjuei casi. Dipoi consigliando i rimedii, chi 
dei ministri inchinava al rigore, chi alle .blandi- 
zie; il re, esacerbato, stava coi primi, ma il peri- 
colo, a vederlo, era tanto grande che si adopera- 
rono al tempo stesso perdoni e pene, premii e 
minacce. Un decreto agguagliando le adunanze 
di Carboneria a cospirazioni contro lo stato, pu- 
niva di morte gli antichi carbonari èhe si adu- 
nassero, come i nuovi che si ascrivessero alla set- 
ta. La reggente mandava in Abruzzo le più fide 
squadre, e due signori abruzzesi accreditati per 
bella fama di politiche virtù, il cavaliere Dèlfico 
e il barone Nolli, mentre il re inviava dal campo 
il generale Florestano Pepe, autorevole per gra- 
do, benigno per indole, 

Ma quella sedizione senza nerbo di forze in- 
terne o esteriori, impeto primo e sconsigliato di 
accesi ingegni, da sè stessa indeboliva e cadeva. 

Collctta, T . III . 15 


I 


22G LIBRO SETTIMO — 1814 

Gli antichi magistrati di Murat ripigliavano le sedi 
senza contrasto cedute; gl’intrusi le ricedevano 
più facilmente, le squadre mandate di Napoli vi 
giunsero dopo la calma; il Dèlfico, grave di anni, 
si arrestò; ed al generai Pepe fu surrogato il ge- 
nerale Montigny francese , violento , maligno. 
Avvegnaché intesa da Gioacchino la improvvisa 
vicenda, non più temendo dei ribelli, volle ad 
esempio aspramente punirli; rivocò le blandizie, 
afforzò il rigore, e molte morti, molte pene, la- 
crime cd afllizioni furono il fine di quel fanciul- 
lesco rivolgimento. 

LXIY. Dalle cose d’Italia erano quelle di Fran- 
cia assai «liverse; qua politica molta e poca guer- 
ra, là politica quasi nessuna e guerra grandissi- 
ma; i congressi europei oramai sciolti, i destini 
del mondo in mano alla fortuna dell’ armi. In un 
tempo che questa si mostrò lusinghiera a Buona- 

5 arte l’ imperato r d’Austria scrisse a Gioacchino 
i suo pugno per accertarlo delle ratifiche alla 
fermata alleanza; e l’imperatore di Russia spedi 
suo legato il conte Balachef a trattar pace col re 
di Napoli. Mentre lord Bentinck venuto a chieder 
la cessione di Livorno e Pisa onde formarne base 
di guerra contro Genova, per i discorsi del conte 
Mier e di altri ministri dei re alleati, abbandonò 
quelle pretensioni , e temperando 1’ alterigia si 
mostrò al re amico e riverente. Le quali cose por- 
tavano in Gioacchino la certezza delle vittorie di 
Buonaparte, raccontate nei bullettini, esagerate 
dai Francesi che gli erano intorno, ed accreditate 
dal conosciuto genio del capitano grandissimo e 
dalle proprie speranze. Fece prova per l’ultima 


% 


LIBRO SETTIMO — 1814 


volta di legarsi col viceré; ma questi più incitato 
alla nemicizia dalle fortune di Buonaparte, -che 
erano a Murat stimoli di concordia, rigettò le of- 
ferte, scacciò V ambasciatore, e perchè giovava 
alla vendetta ed alle difese sparger odio e diffi- 
danza fra suoi nemici, trovo maniera di palesare 
quelle pratiche ai commissari dei re alleati presso 
Gioacchino. 

E intanto il generale Grenier con quattordici 
mila Italo-Francesi, valicato il Po a Piacenza, 


ne austriaca rètta dal generale Nugent, e s 
schiere per il ponte di Borgoforle assaltavano 
Guastalla. In ambo i luoghi i Tedeschi vinti e 
scacciati lasciarono sul campo quattrocento tra 
morti e feriti, duemila e più prigionieri, due can- 
noni, molti arnesi di guerra; e Grenier, messa 
guemigione in Parma e Reggio, tornando alle 
6ue linee per Borgoforte, abbandonò Guastalla: 
INugent, riordinatosi dietro *i campi napoletani, 
si trovò in riservarla legione del generale Carra- 
scosa in avanguardia; quella del generale Am- 
brosio nel centro. Per il movimento di Grenier 
una compagnia napoletana, avviluppata fra bat- 
taglioni francesi», fu prigioniera; ma nel giorno 
istesso rilasciata con amichevoli dimostrazioni e 
con armi: dono astuto e fallace. 

E queste apparenze, e il non aver soccorso 
opportunamente la legione tedesca da forze mag- 
giori assalita, e i ritardi e le pratiche e gli scon- 
sigliati discorsi del re, diedero tanto sospetto di 
inganni che oramai gli alleati temevano di lui 
come di nemico; i commissari apertamente si que* 


attaccò nei campi della Nura e di P arma la le 



228 LIBRO SETTIMO — 18R 

relavano; Balaclief sospese le conferenze di pace, 
e Gioacchino allora per accorrere al maggior pe- 
ricolo (come usano gli uomini di animo incerto, 
chiamando scaltrezza o bisogno la continua inco- 
stanza) stabili di assaltar Reggio e ricondurre la 
legione tedesca ai suoi campi di Parma e della 
3\ura. Al dì seguente le preparate schiere ed al- 
cuni battaglioni austriaci che il generale Nugent, 
a ristoro di onore ed a vendetta, volle in avan- 
guardia, scontraronsi col nemico sul ponte di San 
Maurizio presso a Reggio, c si venne all' armi. Il 
ponte chiuso con alberi abbattuti era difeso da 
soldati c cannoni, e la sponda sinistra del fiume 
da fanti, cavalieri e artiglierie. Cominciato il com- 
battimento, il fiume valicato più in su del ponte 
dai Napoletani guidati daL generale Guglielmo 
Pepe, le barricale scomposte, allontanati i difen- 
sori e le artiglierie, il ponte preso e preso il 
campo: i nemici, ordinati ma solleciti, ripararono 
in Reggio. Le due parti combatterono con forze, 
animo cd arte uguale; il generale Severoli ita- 
liano, capo degli Itali-Francesi, cadde come estin- 
to troncatagli una gamba da palla di cannone, 
altri cinquecento dei suoi furono morti o. feriti, 
seicento prigioni, e degli Austro^Napoletani quat- 
trocento tra feriti e morti. Il re giunse al campo 
quando già la vittoria era per noi; e però se ne 
debbe l’onore ai generali Carrascosa e Nugent 
Chiuso in Reggio il nemico, valicato il canale del 
naviglio dai Napoletani, già nostra la strada di 
Parma e debolissime le mura di Reggio si poteva 
con poca altra guerra espugnare la città e tener 
prigioni quei presidii: ma il re concesse libera 


LIBRO SETTIMO — 181* 229 

ritirata, concordandone i patti i generali Livron 
e Rambourg, l’uno per la nostra parte e l’altro 
per la conti-aria, ambo Francesi. E così quel ine- 
rito di alleanza del mattino fu perduto al cader 
del giorno, e rimasero interi o accresciuti i so- 
spetti e le querele. 

LXV. Ed intanto cadute in peggio le cose di 
Francia i commissari presso dei re divennero più 
baldanzosi, Balaclief più schivo alla pace, ogni 
cosa più contraria alle affezioni ed agl’interessi 
di Gioacchino. Ed egli abbandonando come che 
tardi le dubbiezze, volle congresso con Bellegar- 
de, e concertarono le operazioni di guerra, con- 
temporanee de' Napoletani sul Taro, de’ Tedeschi 
sul Mincio, obhietto de’ primi Piacenza, de’ se- 
condi Milano. Sì che- a’ 1 3 di aprile effettuati i 
convenuti movimenti, il re con novemila soldati 
passò il Taro, difeso da sei in settemila Italo-F ran- 
chi; altra legione napoletana osservava il passaggio 
di Borgoforte, ed altre squadre dello stesso eser- 
cito ed austriache stavano in riserva; mentre che 
in Sacca si faceva finta di gettare un ponte sul 
Po per minacciare l’ala diritta del nemico, e 
così giovare a Bellegarde che operava contro il 
centro e la sinistra. Fu combattuto sul Mincio 
senza effetto, non si scontrarono a Borgoforte; 
il ponte a Sacca venne contrastato e impedito da 
forze sei volte maggiori; restò la riserva inope- 
rosa. Il Taro; combattendo, fu valicato; quattro- 
cento de’ nostri morti o feriti; altretanti de’ con- 
trarii e cinquecento prigioni. Il generale Gobert 
austriaco, guidando schiere tedesche, lentamente 
operò sul fianco destro del nemico sì che questi 


230 LIBRO SETTIMO — 1814 

Ì >olè ritirarsi, ed il re in argomento di zelo ne 
lece pubblica lamentanza. 11 generale Mancune, 
reggitore della contraria parte, ordinatamente si 
raccolse al cadere del giorno in Sandonnino, e 
nella notte a Firenzuola. I Napoletani pernottaro- 
no sul campo, ed alla prima luce del vegnente 
giorno traversarono Sandonnino, vuoto di guar- 
die, procederono a Firenzuola, scontrarono il 
nemico e lo spinsero con poca guerra oltre la 
IXura, e sol dalla notte non dal fortificato con- 
vento di San Lazzaro furono trattenuti. Lo in- 
domani dopo caldo ma breve combattimento 
quel posto e quel campo furono presi, il nemico 
riparò in Piacenza, noi al di fuori disegnavamo 
i modi di espugnar la città. 

LXVI. E si era appena al meriggio del i5 di 
aprile del i8i 4, quando un foglio del generale 
Bellegarde, riportando la presa di Parigi, an- 
nunziava sospesa in Italia la guerra, ed aperte le 
conferenze di pace col viceré. Al tempo stesso 
per la via di Piacenza, non più chiusa, giunse 
messaggero un uffiziale di Francia, e tutte riferì 
le infe Ilei sorti dell’ Impero, le sventure dell’ armi, 
il tradimento di alcuni capi, la fellonia di un 
ministro, la macchinazione di alcuni più conti e 
più ambiziosi fra i liberali, gli atti e ’1 decreto 
del senato, la fuga di Giuseppe Buonaparte, le 
capitolazioni di Parigi, l’abdicazione dell impe- 
ratore, il ritorno de’ Borboni al trono, e quel tu- 
multo di consentimenti e di adulazioni che in 
Francia (vergogna ed ostacolo alla vera grandezza 
di un popolo) più che altrove subitamente •si ma- 
nifesta a prò del potere e della fortuna. Stava Gioac- 


LIBRO SETTIMO — 1814 2H 

chino a passeggiare sul prato eli piccola casa di 
campagna, quasi alle mura della città, ed io seco 
ragionando delle fortificazioni di Piacenza e del 
moelo di espugnarle, quando giunsero que due 
messi. Leggendo i fogli impallidì, e tacito per 
alcun tempo ed agitato passeggiava in disordine: 
ma poscia a pochi che gli stavano intorno disse 
mestamente ed in breve i casi della 1 rancia, co- 
mandò che la guerra fosse sospesa, e subito tornò 
a Firenzuola, indi a Bologna. Nè cessò la mesti- 
zia, che anzi per parecchi giorni andava crescen-' 
do, pensando alla grandezza del rovinato impero, 
ed a’ passati travagli per innalzarlo, ed a' suoi 
presenti pericoli ed aBuonaparte, non piu in sua 
mente despota e superbo, ma congiunto, bene- 
fattore e infelice. 

LXY 1 I. Pochi dì appresso il viceré fece accordi 
con Bellegarde e con Gioacchino: stabilirono che 
dell’esercito italo-franco i Francesi ritornassero 
in patria, gl’ Italiani serbassero il paese che allora 
occupavano, ed era quanto è racchiuso tra il 
piede dell’ Alpi, il Po ed il Mincio ; i Napoletani 
prendessero le stanze prefisse ne’ trattati della 
confederazione; le fortezze' oltre il Mincio, an- 
cora guardate da’ Francesi, fossero cedute a re- 
deschi di Bellegarde. Mentre Genóva investita 
dagli Anglo-Siculi, e fatta consapevole degli av- 
venimenti di Francia, erasi data per capitolazione 
a lord Bentinck, e questi con la usata foga (leg- 
gerezza che pareva inganno) la ordinava a repub- 
blica, e ristabiliva leggi e magistrati a modo del 
1797. In tutta Italia finì la guerra. 

Se non che in que’ giorni stessi altra peggiore, 


232 LIBRO SETTIMO — 1814 

perchè civile, arse in Milano. Pure in quella cittì! 
più favorita in Italia ila’ Francesi, il genio ingrato 
e nemico della Francia trovò numerosi e potenti 
partigiani. Cosicché, scomparse appena le milizie, 
il popolo della città cresciuto di genti del contado, 
a disegno raccolte ed armate, proruppe tumul- 
tuosamente, abbassò, disfece tutte le insegne del 
passato dominio, dispregiò l’autorità de’ magi- 
strati, ucciso spietatamente il ministro Prina, e, 
sconoscendo il viceré, nominò una reggenza fra 
'cittadini; e questa inesperta e presuntuosa, spe- 
rando libertà da’ sovrani del Word, mandò am- 
basciatori a chiedere libera costituzione della 
quale segnò i termini. Il principe Beauharnais 
offeso nello impero, minaccialo nella persona, 
non tornò a Milano, andò in Baviera presso il re 
suo congiunto; governavano la città capo del re- 
gno italico reggenti nuovi, alzati da’ moti tumul- 
tuosi del popolo; nulla restò dell’antico, cliè i re 
alleati per naturale riverenza alle passate gran- 
dezze, o per prudente consiglio sino allora rispet- 
tavano; e perciò Bellegarde, trasgredendo i patti, 
spinse le schiere sino a Milano, ed il nome di 
quel regno e le ultime speranze di quegl’italiani 
disparvero. Disegni mal ponderati de’ liberali fran- 
cesi avevano nociuto alla Francia, disegni simili 
di egual gente nocquero all’Italia; e quelle im- 

S ruilenze discendevano da’desiderii d’indipen- 
enza surti P anno innanzi tra’ popoli. 

Ma poiché le alleanze europee contro Buona- 
parte ebbero pieno trionfo, gli spazii lasciati dal 
nuovo invadeva l’antico, modesto agli atti, super- 
bissimo ne’ proponimenti. 11 papaPioVII, posses- 


LIBRO SETTIMO — I8T4 233 

sore di Roma e delle province che dicevano Pa- 
trimonio della Chiesa, aveva rivocale tulle le leggi 
dell' impero francese, e ristabilite le antiche, lin 
la tortura. Vittorio Emanuele, appena tornato al 
trono del Piemonte, avea prescritto esser leggi e 
costituzione dello stato quelle del 1770; Ferdi- 
nando HI, ricondotto dalle armi del re Gioacchi- 
no al trono della Toscana, avea richiamate le 
maraviglioee per il passato secolo, non baste\oli 
al nuovo, leggi di Leopoldo; ed un suo luogote- 
nente che il precedette, abborrendo ogni cosa 
francese, chiudeva le nuove scuole, aboliva le 
case di arti e di pietà. Tutto il già regno Italico, 
Parma, Modena, Lucca, le tre Legazioni, e le ter- 
re chiamate Prcsidii della Toscana, erano occu- 
pale da’ Tedeschi, e governate senza leggi certe, 
ad occasione ed a modo di militar comando. Quei 
Presidii, utili in pace a’ re di Napoli, non poca forza ' 
nelle guerre d Italia, e possesso di tre secoli, per- 
duti per la rivoluzione di Francia, furono obliati 
ne trattati tra Fouchè e Lecchi, e poi alla conse- 
gna toscana fra Roccaromana e Rospigliosi; co- 
sicché due dimenticanze disperderono il frutto 
di tre guerre di Alfonso I di Aragona e di 1 * ilip- 
po IV, e la continua prudenza de re successori. 
Genova , vaneggiando di libertà , obbediva alle 

vecchie sue leggi. Le Marche presidiale 6 coman- 
dale da milizie napoletane, tolleravano governo 
misto, altiero e bene spesso assoluto. 1 croio la 
civiltà nuova, che poco fa copriva la quasi intera 
Europa, serbava immagine di sé nel solo regno 

di Napoli. . 

LX\ 111 . Gioacchino, riparale come poteva le 


234 LIBRO SETTIMO — 1814 

sue cose d’Italia, e lasciate nelle Marche due le- 
gioni sotto l’impero del generai Carrascosa go- 
vernatore di quelle province, tornò in Napoli. 
Furono grandi le feste, talune prescritte, altre 
suggerite dall’ adulazione, tutte ingannevoli; pe- 
rocché la caduta di Buonaparte e l’impeto del 
vecchio sopra il nuovo, lasciando Gioacchino iso- 
lato e straniero alla politica del tempo, suscitava 
ne’ popoli sospetto che le sorti del regno sareb- 
bero in breve mutate. Ed indi a poco, in confer- 
ma di tali dubbiezze si lessero gli editti del ge- 
nerai Bellegarde, nunzii del ritorno dell’antica 
Lombardia all’impero d’Austria; e i trattati di 
pace fermati a Parigi il 3o di maggio, ne’ quali, 
non facendo motto del re di Napoli, si convocava 
congresso di ambasciatori a Vienna per i casi 
dubbii di dominio. Pompeggiava intanto ne’ di- 
scorsi e negli editti de’ più potenti re la legitti- 
mila, parola ne’ primi tempi variamente intesa; 
ma poiché fu da principi deffinita la distruttrice 
delle male opere di cinque lustri, conservatrice 
delle buone, e sopra le vaste rovine della rivolu- 
zione restauratrice benigna delle precedenti cose 
e persone, era parola e principio pericoloso e con- 
trario a Gioacchino. Egli nominò suoi ambascia- 
tori nel congresso il duca di Campochiaro ed il 
principe di Cariati; e ad occasione vi spediva ge- 
nerali ed altri personaggi di fama e d’ingegno. 

Ma volse i suoi maggiori pensieri alle cose in- 
terne ; reputando che più de’ maneggi e de’ discorsi 
valer gli dovesse il voto de’ soggetti e la forza del- 
1 esercito, in tempi ne’ quali menavasi vanto del- 
1 amore de’ popoli e della pace. Raccolse in quattro 



LIBRO SETTIMO — 1814 235 

adunanze i migliori ingegni napoletani , e lor disse 
che per gli ultimi avvenimenti acquistata da noi 
piena indipendenza politica, era suivdebito rior- 
dinare il regno senza o soggezione o simiglianza 
o gratitudine ad altro stato; così adombrando le 
tollerate catene per nove anni. Chiamava in ajulo 
il consiglio de’ più sapienti e più'amanli di patua, 
che intendessero a riformare i codici, la finanza, 
l’ amministrazione, l’esercito. Pregava di non cor- 
rere ciecamente con la fortuna verso il passato, 
ma considerare che le civili instituzioni della 1 i- 
voluzione di Francia e dell Impero erano fiulto 
in gran parte della sapienza de secoli. 

E prima che il consiglio per la finanza propo- 
nesse la riforma di alcun tributo, egli di parec- 
chi più gravi alleviò il peso. Per nuove ordinanze 
giovò al commercio esterno, così aggradendo ai 
suoi popoli cd agli Inglesi, che soli liafiicavano 
ne’ nostri porti; fece libero coll abolizione elei 
cabottaggio (tal era il nome di un sistema ino e» 
stissimo di dogana marittima) il commercio in- 
terno; fece libera la uscita delle granaglie; tolse 
alcuni dazi di entrata, altri scemò; non osava ban- 
dire l’ assoluta libertà commerciale , impedito dalla 
poca sua scienza nella pubblica ecconomia e dal 
mal esempio della Francia e dell Inghilterra. 

LXIX. Era stata per nove anni invidia e lamento 
de’ Napoletani veder nel regno i Francesi primi 
agli onori e a’ guadagni; e perciò il re, oggi in- 
teso di piacere a’ suoi popoli, prescrisse concedei si 
le cariche dello stato a soli Napoletani, o a.que 
gli stranieri divenuti per legge cittadini; e non 
essere cittadino se non a’ termini dello statuto eli 


236 LIBRO SÈTTIMO — 1814 

Bajona; e doversi chiedere la cittadinanza fra un 
mese; e non chiesta, o non concessa, uscir di uf- 
fizio. Quanti erano stranieri nel regno dimanda- 
rono la cittadinanza napoletana; ed aperto l’esa- 
me nel consiglio di Stato, pochi de’ consiglieri 
mostravansi severi, molti facili; ma coll’andare 
de’ giorni la severità prevaleva. E ciò visto, i Fran- 
cesi, per disperazione fatti audaci, dicevano al 
re. « Da voi pregati, lusingati da voi (rammen- 
tando i tempi, i luoghi, le parole) siamo rimasti 
con voi, nemico alla Francia; ed ora voi stesso, 
felice in trono, discacciate noi senza patria infe- 
licissimi, poveri, e solamente colpevoli della vo- 
stra colpa r>. Rimproveri acerbi perchè veri. 

L’animo del re tu commosso; clièad ogn’istante 
al mal preso partito d’infingere e d’ingannare 
egli pagava larghissimo tributo di dolori e di 
danni. Venne in consiglio di Stato preparato a 
difendere gli stranieri col renderne facile la citta- 
dinanza, e disse: « Io parlo a voi questa volta 
>■> come re a’ consiglieri, e come padre a’ figli; per- 
v> ciocché nella quistione che proporrò, trovan- 
55 dosi confusi interessi ed affetti, si competono i 
55 giudizi della mente e del cuore. Da che le for- 
55 tune di Francia mutarono, e giovò al regno 
55 Tesser nemico di quell’impero, io benché fran- 
5» cese, congiunto di sangue e debitore del trono 
55 all’imperator Napoleone, seguendo il vostro in- 
55 teressc e i consigli vostri, mi legai in guerra 
55 co’ nemici della mia patria e della mia famiglia. 
55 11 mio cuore, non vo’ nascondere il vero, è stato 
55 assalito da contrarii affetti; ha combattuto in se- 
55 greto per molti mesi, e combatte; i doveri di 


LIBRO SETTIMO — 1814 • 237 

« re hanno sempre vinto e vinceranno. E benché 
« la quistione che or ora proporrò sia dentro me 
« stesso decisa, se voi sarete contrarii al mio voto, 
35 io non userò del sovrano potere , ma tolleran- 
33 do questo nuovo dolore, seconderò il vostro 
33 avviso. . ; 

33 De' molti Francesi che in guerra o negli offii 
33 cii di pace han servito tra noi , e che a mal grado 
33 dispongonsi all’ andare, io a picciol numero, a 
33 soli ventisei qui registrati (mostrò un foglio) ho 
ss promesso che voi concederete la dimandata citi 
33 tadinanza. Sono gli stessi che volendo partirsi 
33 mesi addietro, io, travagliato sul Po, trattenni 
33 con preghiere e lusinghe.» Non troverebbero in 
3i Francia nè patria che da nemici abbandona- 
33 rono, nè stima pubblica, nè la stessa misera 
33 quiete dell’oscurità, giacché troppo noti per 
33 fama ed opere.-Or io vi dimando per essi la 
33 cittadinanza ; il concederla fia premio a’ servigi 
33 che han reso alla nostra patria, pietà del loro 
33 stato, condiscendenza alle mie promesse 33. E ciò 
con amorevole gesto proferito, più altieramente 
soggiunse: « È libero ad ognuno il rispondere 3?, 

Il qual discorso avrebbe ottenuto pieno e soli 
lecito effetto, se il continuo simulare del re non 
avesse scemata fede a’ suoi detti, e se la quistione 
di cittadinanza non legavasi all’altra maggiore 
della costituzione, che aveva tra’ consiglieri non 
pochi sostenitori, e contrarii i Francesi amici del 
re, i nomi dei quali non dubitavasi che fossero 
nel novero de’ ventisei. Due consiglieri più ani- 
mosi sommessamente risposero, che, non essendo 
in facoltà del consiglio mutare lo statuto di Bar 



238 • LIBRO SETTIMO — 1814 

jona, si tratterebbe della cittadinanza de’ventisei 
per le vie di legge ; che intanto pregavano il re 
con figliale rispetto ed amore a riflettere ch’egli 
aveva non solamente promesso ma giurato a cin- 
que milioni di soggetti il mantenimento dello 
statuto; che in quei tempi di politica difficilissi- 
ma rivocare i giuramenti e le promesse era troppa 
fidanza nella rassegnazione dei popoli , e che do- 
po dolori tanto vivi al suo cuore quanto profitte- 
voli al regno, non volesse perderne il frutto, e 
adombrarne il merito per fievoli cagioni. Uno dei 
ministri per la opposta parte, in sostegno de vo- 
leri del re, lungamente parlò, ed ebbe vivaci ri- 
sposte; Taccesa disputa si prolungava, ma il re 
la interruppe, dicendo: « Oramai le varie sen- 
» tenze sono manifeste; si dicano i voti >\ Di ven- 
totto consiglieri^ ventitré furono per la sentenza 
del re, gli altri cinque per la opposta; e questi, 
mal veduti dal principe , erano dal pubblico 
laudati. 

Vittorioso il re, propose di concedere cittadi- 
nanza ad ogni straniero che avesse militato nel 
nostro esercito; ed un suo ministro aggiungeva 
che per merito d’ armi ogni stato diviene patria 
a’ guerrieri. I due consiglieri, sfortunati nel pri- 
mo arringo, opponevano che passato il tempo 
della sgherreria militare, e le armi stesse dive- 
nute civili, il più onorevole officio era servir la 

S atria combattendo; ma il più vergognoso ven- 
ere altrui, o per oro o per falsa gloria, la vita. 
Eppure in quell’ adunanza di cittadini e di onesti, 
non per sentimento ma per servitù, il voto del 
re fu secondato da’ ventitré medesimi della prima 


LIBRO SETTIMO — 1814 239 

sentenza. E passando a’ nomi degli ammessi , la 
lista de’ventisei fu trovata di trentotto, e quindi 
estesa a piacimento; l’altra de’ militari, lunghis- 
sima; non partirono che i volontari e i più miseri: 
il re, che in consiglio era entrato modesto, ne 
uscì altiero; e que’ fatti, divolgati, accrescevano 
desiderio di porre alcun modo al supremo potere. 

LXX. Le riforme proposte per lo esercito non 
furono seguite, che ben altro in quel tempo era il 

J iensiero e’1 bisogno di Gioacchino che diminuire 
a, sua potenza. Egli scortamente Tacerebbe, chia- 
mando nuovi coscritti, componendo nuovi reg- 
gimenti di fanti e cavalieri, e meglio ordinando 
tutte le parti della milizia. Fra i reggimenti uno 
se ne volea comporre de’ militari che nati in 
Napoli, tuttora al servizio della Sicilia, erano in- 
vitati a tornare in patria, or che la pace europea 
(diceva il decreto) rende ad ognuno le ragioni e 
gli obblighi di cittadino. Ma nè quello invito, nè 
H minacciato esilio a’ ripugnanti, potè vincere la 
giurata fede a Ferdinando; così lo sperato reggi- 
mento non fu mai composto. Abbonda il secolo 
di tristi esempi e buoni. Già da un anno eransi 
meglio ordinate le milizie civili, e prescritta per 
la città di Napoli un^guardia detta di sicurezza, 
che trovò molti ostacoli vinti dal costante volere 
del re; erano dodicimila almeno, in sei batta- 
glioni di fanti, ed uno squadrone di cavalieri, 
con vesti, armi e fogge militari; possidenti e mer- 
catanti i più ricchi, e professori di scienze, e 
magistrati di ogni grado e di ogni età, abili o 
inabili alla guerra; perciocché quella adunanza 
valeva, non per forza d’armi, ma per rispetto 


240 LIBRO SETTIMO — 1814 

pubblieoe per esempio. Ed a viepiù confermarne 
la memoria ed il gradimento, fu instituita e con- 
ceduta a’ più meritevoli una medaglia di oro smal- 
tato bianco, girata di un ramo di quercia, tra- 
versala da due aste sostenitrici delle nazionali 
insegne e della corona regia; la qual medaglia 
da una faccia con la effigie del re, dall’altra col 
motto: Onore e fedeltà, rètta da un nastro ama- 
ranto, portavasi appesa al petto per segno e fregio. 

LXXI. Ed il re ostentando altra forza più 
conforme alla civiltà del tempo, perchè di po- 
polo, praticò l’usato mezzo degli indirizzi. Agli 
impiegati più alti e più dipendenti si chiesero 
in segreto e se ne pattuirono da’ ministri del rei 
sensi eie parole; 1 esempio si propagò ne’ minori, 
cosicché le milizie, i magistrati e le amministra- 
zioni, le comunità, il clero, le accademie e tutte 
insomma le corporazioni dello stato, con fogli 
che a disegno pubblicavano nelle gazzette, lo- 
dando di alcuna virtù il re o il suo governo, fa- 
cevano voti di durabilità ed offerta delle proprie 
sustanze e della vita. Erano sensi veraci in parte, 
e in parte suggeriti da adulazione, da esempio, e 
supralutto, ne’ più veggenti, dal confronto del go- 
verno Muratliano, misto dimeni c mali, col Bor- 
bonico, del quale la cattività era sola e sperimen- 
tata. Una molo sì grande di desiderii privati 
pareva desiderio pubblico, e benché gl’ indirizzi 
provocati fossero ormai usalo divisamente, pure 
nel congresso di ^ ienna se ne tirò argomento a 
prò di Gioacchino, sia che ogni molto nella 
mente degli uomini ha possanza, sia che non 
supponevasi tutta intera la napoletana società 
menzognera e corrotta. 


241 


LIB110 SETTIMO — 1814 
Tra numero sì grande d’ indirizzi due primeg- 
giavano, l’uno dell’esercito stanziato nelle Mar- 
che, l’altro della nobiltà; perchè due ceti così 
potenti, soggetti e vicini alla monarchia, chiede- 
vano i voti col dimandare al re, palesemente o 
sotto velo, una libera costituzione; altri ordini 
avevano adombrato il desiderio istesso. Ed al 
certo de' mille e mille indirizzi, tra sentimenti 
valsi e lusinghieri, uno prevaleva, ed era il vero: 
conservare di Gioacchino la stirpe ed il governo, 
ma frenati da leggi, e perciò il re ne’ discorsi e 
negli atti prometteva di appagare quella brama 
pubblica, e con ciò profondamente persuadeva 
all’universale il bisogno di più libero reggimento. 

LXXIJ. Ed altro segno di potenza fu creduto 
il lusso della reggia, al quale inclinavano per 
propria alterezza il re e la regina, per costume il 
secolo, e per naturale imbecillità tutta la plebe 
della umana specie; perciò continue in corte fe- 
ste, cacce, tornei, ecf al campo di Marte militari 
esercizi che mostrassero agli osservatori l’ esercito 
ognor crescente di numero e di bellezza. Magni- 
fica cerimonia fra tutte, al ritorno dall’ Alemagna 
delle schiere napoletane, fece l’esercito stanziato 
in città, che festeggiava que’ ritornati, tra’ quali 
il generale d’ Ambrosio ferito nella battaglia di 
Bautzen, il generale Macdonald in Lutzen, i ge- 
nerali de’ Gennaro e Florestano Pepe feriti in 
Danzica. r i 

L’Italia intanto, aperta dopo diecianni a’ viag- 
giatori , era piena d’ Inglesi e di personaggi di altre 
nazioni, venuti curiosi, o mandati ad esaminare 
lo stato de’ popoli e de governi, e sopralutto di 
OoiLETTAj T. IH. *16 


? 


242 LIBRO SETTIMO — 1814 

Napoli, acuì gareggiavano due re. Ogni forestiero 
di fama o grado era ammesso alla reggia, ed ivi 
per le delizie del luogo e la cortesia de’ principi 
e le studiate blandizie de’ ministri della corte, 
(comunque vi giungesse indifferente o nemico) 
pigliava affetto a Gioacchino ed alla sua causa. 
Ne’ diporti delle cacce e delle ville era prescritto 
a’ cortigiani abito uniforme, con segni della casa 
Murat, e'però di domestica servitù; e frattanto i 
liberi e superbi Inglesi, i nobili Alemanni, i più 
caldi sprezzatoli de’ re nuovi, io ho visti, e tutti, 
non costretti, non incitati, ornarsi di quelle ve- 
sti e menarne vanto e superbia. La regina d’In- 
ghilterra, allora principessa di Galles, venne in 
Napoli e fu accolta nella reggia come si conve- 
niva al grado di lei*ed alle speranze che Gioac- 
chino avea poste nella politica inglese. E colei 
rendendole ricevute grazie, mostravasi riverente 
a’ sovrani del luogo. 

LXX1II. Ad una di cotali feste, in Portici, negli 
appartamenti della regina Murat, giunse da Vien- 
na l’annunzio, che la regina di Sicilia Carolina 
d’Austria era morta nel castello di Hetzendorf la 
sera del 7 di settembre di quell’anno i 8 i 4 5 cosi 
all’ improvviso, che le mancarono gli ajuti del- 
l’arte e gli argomenti di religione; perocché fu 
trovata morta, sola, mal seduta sopra seggiola, 
in posizione sforzata e terribile, con la bocca in 
atto di profferir parola, e la mano stesa verso il 
laccio di un campanello a cui non giungeva; e si 
che a vederla dicevasi che non le fosse bastata la 
forza e la voce a chiamar soccorso. Fu creduto 
che ella morisse di dolore, perchè in quel tempo 


ì — ?— ? 


LIBRO SETTIMO — 1814 243 

le sorli di Gioacchino erano, nel congresso, più 
delle sue fortunate; e’1 giorno innanzi i ministri 
di lei rammentando le ragioni della casa Borbo- 
nica al trono di Napoli, ne avevano avuto in 
risposta l’ acerbo ricordo delle esercitate crudeltà 
del 99; ed a lei, poche ore innanzi del morire, 
indiscreto cortigiano avea riferito (vero o falso, 
ma in Vienna divolgato) il motto dell’ imperatore 
di Russia: u non potersi, or che si curava dei 
popoli, rendere al trono di Napoli un re carne- 
fice (Ferdinando) ». Visse quella regina anni più 
che sessantadue, de’ quali quarantasei sul trono. 
Di lei rammenta la istoria atti di grandezza e di 
crudeltà, avendo per natura animo eccelso e ti- 
rannico; onorata nelle reggie straniere, superba 
nella propria reggia, splendida, ingegnosa, fu 
ne’ primi anni di regno ammirata da’ soggetti; ma 
dipoi, per le rivoluzioni di Francia, destati in 
lei sensi di vendetta e di timore, divenne ingiu- 
sta, spietata, persecutrice di virtù, incitatrice e 
sostegno alle più turpi azioni che giovassero al 
dispotismo. Ella suscitò nel marito i primi so- 
spetti contro i sudditi; ella compose lo spionag- 

f io, la polizia, i tribunali di stato; per consiglio 
i lei le ingiuste guerre, le finte paci, giuramenti 
e spergiuri; da lei gran parte delle crudeltà del 
99, da lei traevano principio ed alimento le di- 
scordie civili che per otto anni travagliarono il 
Regno; in lei trovavano speranza e adempimento 
le ambizioni di tra Diavolo, Canosa, Guarriglia 
ed altri tristi. Perciò di vita colpevole fu la fine 
non pianta; e poiché morì in mezzo al congresso 
de re, l’imperatore d’Austria, non volendo anneb- 


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»'i\ LIBRO SETTIMO — 1814 

biareJo splendore c la gioia della città, vietò il 
• bruno, e la fortuna negò alla sua memoria per 
fino le apparenze del dolore. Ma nella reggia di 
Murat, la sua dignità non comportando che la 
sentita allegrezza per la morte della nemica tra- 
sparisse, i due sovrani si ritirarono, e la festa si 
sciolse. 

Altri più prosperi annunzi pervennero a Gioac- 
chino. In certe nuove condizioni di alleanza fer- 
male a Troye prima che Buonaparte cadesse, 
l’Austria, la Russia, la Prussia e la Inghilterra 
pattovirono di dare in Italia al re Ferdinando di 
Sicilia il controcambio dei perduti domimi di Na- 
poli. In altro atto di quei potentati, conchiuso più 
tardi in Chaumont, erano confermati i patti del- 
l’alleanza dell’Austria con Gioacchino. E poi nel 
congresso di Vienna, contrastando quei re su la 
Polonia, stando per una sentenza Russia e Prus- 
sia, per l’altra l’Austria, Francia ed Inghilterra; 
e le due parli lusingando i potentati stranieri per 
aversegli amici, il re di Napoli chiesto di lega 
dalla Russia per ambasciata, dall’ Austria per let- 
tere di Francesco I, temporeggiando con l una 
rispondeva all’ altro concordandosi alla sua po- 
litica. 

LXXIV. Ma presto le fortune mutarono. Cessate 
nel congresso le contese, accusato il re Gioacchi- 
no di mancamenti nella guerra d’Italia, sospettato 
di nuove trame ed ambizioni, perseguito dal mi- 
nistro di Francia Talleyrand, che ai doveri della 
sua imbasciata univa lo zelo di purgar con l’odio 
i prestati servigi a Napoleone ed ai napoleonici, 
e sentiva cupidigia di ricevere dal re Ferdinando 


LIBRO SETTIMO — 1814 243 

un milione di franchi per pattovito premio del 
trono di Napoli: Gioacchino, in tanti modi trava- 
gliato, non più confidava nella alleanza austriaca; 
udiva i suoi ministri a Vienna male accetti, i mi- 
nistri del re contrario ammessi alle conferenze 
del congresso; il principe di Mettermeli accenna- 
re le compensazioni, per dare a lui non più come 
innanzi al suo rivate ^ il re di Francia preparare 
armi in sostegno del legittimo re delle Sicilie; i 
principi italiani esagerare il timore di un vicino 
come Murat, potente, ambizioso, usato alla guer- 
ra ed a rivolgimenti. Ridotto perciò a confidare 
nelle proprie forze, volle accrescerle, e diè ca- 

f ione a nuovi sospetti e querele. E frattanto la 
rancia e la Italia, semprepiù scontente dei no- 
velli reggitori, per moti e minacce- davano ap- 
prensione al congresso. L’imperatore d'Austria 
chiese a Gioacchino di restituire al papa le Mar- 
che, e quegli rispondendo rammentò i patti se- 
greti della lega, a (Forzò di maggiori presidii quelle 
province, ed attese ad accrescere le fortificazioni 
di Ancona. L’imperatore nei suoi stati di Milano 
e \enezia puniva i cospiratori o i contumaci, e 
il re accoglieva i fuggiaschi e i disertori, gli or- 
dinava a reggimento. 11 papa dolevasi dei secreti 
maneggi di un console napoletano, cavaliere Zuc- 
cheri, che il re scusava; e quando, palesate le 
trame, il papa minacciò il console, venne di peg- 
gio minaccialo dal re, che mosse altre schiere 
verso la frontiera romana e spedì nelle Marche 
un Maghella suo ministro a concitare, coi segreti 
modi della polizia e delle sètte, i popoli contro 
il pontefice. E dall’isola d’Elba Buonaparle, de- 


w 


246 LIBRO SETTIMO — 1814 

]>osta l ira, comunicava amichevolmente col co- 
gnato e con la sorella; e la principessa Paolina 
Borghese veniva in Napoli e quindi tornava al- 
l’Elha, ed altri men chiari ma più arditi perso- 
naggi giungevano da Longone e Parigi alla reg- 
gia di Murat trasfigurati, ma sospetti agli amba- 
sciatori dei re alleati : essi non credendo a’ ministri 
di Napoli, che in va rii modi male onestavano 
quelle pratiche- Perciò il congresso di Vienna,, 
informato di ogni cosa, semprepiù diffidava di 
Gioacchino, e Gioacchino del congresso. 

LXXV. Così nella reggia, lieto in viso, agi- 
tato nell’animo, infaticabilmente operoso, passò 
Gioacchino alcuni mesi, nel mezzo de’ quali si 
udì che Ferdinando di Sicilia avea tolta per mo- 
glie una sua soggetta Lucia Migliaccio, vedova 
del principe di Partanna, madre di molli figli, 
di nobile stirpe, di volgare ingegno, e per anti- 
che libidini famosa. Ella moglie di altrui piacque 
a Ferdinando di altra donna marito, ed oggi, per 
fortuna vedovi entrambo, placar vollero i rimorsi 
della coscienza con matrimonio tardivo. Lo sa- 
crarono privatamente come in segreto nella cap- 
pella della reggia, cinquanta giorni poi che fu 
nota la morte di Carolina d’Austria, duranti an- 
cora nelle chiese dell’isola ed in» qualcuna della 
città per la defunta regina gli uflicii funerei. 

Eri altre cose sapevansi della Sicilia. Il re Fer- 
dinando avea ripigliato il governo de’ popoli, 
giurata la costituzione dell’anno ia, aperto, di- 
scòfilo, riaperto il parlamento, ragionando da re 
benigno, risoluto ad osservare e sostenere quel 
novello politico reggimento. Delle quali cose ral- 


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LIBRO SETTIMO — 1814-15 247 

legravasi la Sicilia, e la fama narrando ed esa- 
gerando viepiù accendeva i nostri desiderii e la 
speranza di governo migliore. I carbonari tumul- 
tuavano, c Gioacchino temendo che opinioni così 
numerose, a lui contrarie, distruggessero la im- 
magine della unanimità ostentata con gl’indirizzi, 
ammollì o finse di ammollire lo sdegno, propose 
accomodamenti alla sella, la inanimì, la fece au- 
dace. Lo stato morale delle due Sicilie nuoceva 
in doppio modo a Murat, che qui decadeva la 
sua potenza e’1 suo credito, là il credito e la po- 
tenza del nemico cresceva. Perciò egli che un. 
mese avanti aveva bandito libero il commercio 
con quell’isola, ora, vedendo le sperate insidie 
convertirsi in pericoli, per novelli decreti lo im- 
pedì. 11 re Ferdinando imitò F esempio, i due stati 
tornarono come nemici. 

CAPO QUINTO 

.Fugge dall’Elba l’ imperatore Napoleone. Gioacchino muove 
guerra in Italia; vinto da' Tedeschi abbandona il~ Regno. 
Ferdinando Borbone ascende al trono di Napoli. 

LXX VI. Le feste in corte al cominciar dell’ anno 
i8i5 furono di tutte le precedenti più splendide, 
meno liete, perchè in Gioacchino ì sembianti di 
sicurezza non velavano abbastanza le agitazioni 
dell’animo, nè l’apparente riverenza de’ ministri 
stranieri copriva la loro segreta avversione, e fra 
le allegrezze della reggia trasparivano le incer- 
tezze del futuro e le inquietudini. Gli apparecchi 
di guerra a comune maraviglia crescevano, i 



243 LIBRO SETTIMO — 1815 

moti nella casa erano più grandi e più concitati, 

10 spedir de’ corrieri continuo, l’arrivo, la par- 
tenza de’ forestieri frequente quanto non mai. 
Ed ecco, dopo alcuni giorni di straordinario com- 
movimento, giungfe nuova che l' imperatore Na- 
poleone, imbarcato il dì 26 di febbraio a Porlo 
Ferraio, con mille soldati veleggiava verso Fran- 
cia. 11 messo che a Gioacchino recava l’avviso 
della partenza, perocché il disegno gli era noto, 
giunse in Napoli nella sera del 4 di marzo, men- 
tre ne’privali appartamenti della regina, con po- 
chi cortigiani, ministri ed ambasciatori stranieri, 
stava il re a diporto. Andò con la moglie, chia- 
mati ad altra stanza, ed indi a poco tornando 
riferì con allegrezza la ricevuta notizia e sciolse 

11 circolo. 

Al dì seguente mandò lettere per solleciti messi 
alle corti d’Austria e d’Inghilterra, dichiarando 
che^ felici o sventurate le future sorti dell’ impc- 
rator Napoleone, egli, stabile nella sua politica 
non mancherebbe alle formale alleanze; le quali, 
dichiarazioni erano inganni, però che sensi con- 
trarii chiudeva in cuore. Sconfidava dell’ Austria 
e del congresso, c ne ricordava i mancamenti 
e le minacce; riposava nella" fortuna di Buona- 
parte, e già sembra vagli di vederlo sul trono, 

{ >otente e primo in Europa; gli premeva il cuore 
a memoria delle recenti offese fatte alla Francia 
per la guerra d’Italia, e sperava di ammendarle 
per opere che giovassero all’ardita impresa del 
cognato. Ed in mezzo a questi pensieri spuntava 
l’ambiziosa voglia d’impadronirsi della Italia; e 
prendere quel destro a farsi grandissimo, per poi 


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LIBRO SETTIMO — 1815. 2» 

patteggiare dopo gli eventi con l’ Austria o con la 
Francia, qualunque restasse vincitrice. Sorpren- 
deva i Tedeschi, non temeva per lo armistizio 
gl’inglesi, nè gli alleati, solamente rivolti alla 
guerra di Francia. Ciò che mancava a’ suoi dise- 
gni lo sperava dalla fortuna, ed a tutte le obbie- 
zioni del proprio senno rispondeva co’ ricordi 
della sua vita. 

Ma trattenevano il proponimento i ministri, i 
consiglieri, gli amici, la moglie; il qual contrasto 
lo indusse a convocare un consiglio, non per se- 
guirne le sentenze, ma sperando di sedurre le 
altrui opinioni, persuader tutti alla guerra, spe- 
gnere le contrarietà , muovere all’ impresa per una- 
nime sentimento. Palesò allora per la prima volta, 
e forse amplificò i suoi timori dal congresso, le 
speranze e i maneggi nel! Italia-; rappresentò l’ e- 
sercito di ottantamila soldati, e quattordici bat- 
taglioni di milizie provinciali, quattromila guar- 
die doganiere, duemila forestieri, ed una milizia 
civile numerosissima : tutto il regno levato in ar- 
mi. Disse l’ Italia intorno al Po preparata e som- 
mossa in suo favore, citò inorai de’ partigiani e 
le forze; un di questi accertava avere assoldati 
dodici reggimenti, e tener pronti dodicimila ar- 
chibugi; altro in distanza del primo nutrir quattro 
reggimenti armati; un terzo, di cui taceva il no- 
me, personaggio alto .e potente, trarre seco il 
maggior nerbo del già esercito italiano ed unirlo 
a’ISapoletani per la comune causa della indipen- 
denza; soccorsi che i partigiani di Gioacchino, 
millantando, avevano esagerati; ed erano creduti 
in parte da lui, nulla o minimamente dal con- 
siglio. 


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250 LIBRO SETTIMO — 1815 

Il re proseguendo diceva, che negli attuali moti 
di Europa nè si doveva scemare l’ esercito nè 
con le entrate pubbliche di Napoli si poteva man- 
tenerlo; o dunque abbisognavano nuove taglie, 

0 farlo vivere sopra altre terre ed altre genti. Poi 
ragionando della politica europea rappresentava 

1 pericoli della civiltà, non solo temuti ma speri- 
mentati, e rassegnava in argomento tutti gli stati 
d’Italia; il retrocedere del Piemonte, la ingan- 
nata e oppressa repubblica genovese ,* il regno 
italico disciolto, i Lombardi abbieltati, tutta l'an- 
tica Romagna minacciala della barbarie papale, 
ed in Roma la tortura rialzata. Si poteva confe- 
derarsi a’ nemici di Buonaparle, sospirando ei 
diceva, quando accertavano voler la Francia fre- 
nata non oppressa, e le sorti de’ popoli migliorate, 
e gli antichi re ammansiti, e non perduto il fruito 
de travagli di trent anni, e de’ pensieri di due 
secoli; ma che oggi, vista scopertamente la poli- 
tica del congresso, il combattere per quelle parti 
saria misfatto di offesa civiltà. 

Eppure tante ragioni e speranze non lusingavano 
il consiglio, il quale componendosi di Napoletani 
e Francesi, vedendo nella guerra pericoli per la 
Francia, pericoli maggiori per Napoli, ed in Gioac- 
chino passione più che senno ed ambizione, non 
politica di re italiano, concluse: che si attendes- 
sero le risposte da Vienna e Londra alle lettere 
del 5, si scoprissero dell’Austria (or che il tempo 
e gli avvenimenti la stringevano) le vere inten- 
zioni sul trono di Napoli; si aspettasse la fine della 
impresa di Buonaparte; e la decisione del con- 
gresso europeo su le cose di'Francia. A questo. 


Iloogtó 


LIBRO SETTIMO — 1815 251 

il consiglio si sciolse ; ma nel re non scemò il pro- 

f ioni mento di guerra; gli apparecchi incalzavano, 
e nuove leggi riformatrici del regno cadevano, 
la speranza di costituzione mancava, tutti gli at- 
tesi benefizi pubblici erano spenti o allentati, ed 
un gran pericolo soprastava. Manifestato il pen- 
siero del re, le opposizioni furono maggiori, pub- 
bliche, vane; già i destini di Murat si compivano: 
a’ dì i5 marzo i8i5 palesò la guerra. 

LXXVII. La idea che oggi dicono piano di guer- 
ra, tenuta occulta da Gioacchino, si mostrò com- 
battendo. L’esercito destinato all impresa, ben- 
ché per grido di cinquantaduemila soldati, era 
nel fatto di trentacinquemila, e cinquemila ca- 
valli e sessanta cannoni. Si esagerava il vero per 
gli usati inganni, e per rassicurare i popoli d’I- 
talia che si speravano partigiani. Nè maggiore 
poter essere, perchè abbisognavano molte schiere 
nel Regno a difenderlo da’ temuti assalti e maneg- 
gi del re di Sicilia; e perchè la milizia napoletana 
non era veramente così poderosa come Gioacchino 
affermava, nè tutta buona alla guerra. Il quale 
esercito attivo era diviso in due parti, guardia e 
linea; quella componendosi di due legioni, una 
di fanti, altra di cavalieri (seimila soldati); que- 
sta di quattro legioni, una di cavalieri, tre di 
fanti (ventino vernila combattenti): comandava- 
no le legioni della guardia i generali Pigna- 
telli, Stróngoli e Livron; quelle della linea i ge- 
nerali Carrascosa, d’ Ambrosio, Lecchi e Rossetti; 
il generale Millet era capo dello stato -maggiore, 
dirigeva il Genio il generale Colletta, l’ artiglieria 
il generale Pedrinelli; teneva il comando supre- 



252 LIBRO SETTIMO —, 1815 

mo il re. L’artiglieria, i zappatori, la cavalleria, 
armi che richieggono studio d’arte e lungo uso 
di guerra, erano meno buone della infanteria. 
De’ fanti tre reggimenti venivano dagli uomini <li 
carceri e di galee; dieci di venticinque generali, 
tredici di ventisette colonnelli erano francesi, e 
le recenti discordie tra stranieri e nazionali ave- 
vano lasciato germi scambievoli d’ odio e sospetto. 
La disciplina era debole e varia, le armi scarse, 
le amministrazioni poco fedeli, nulla il tesoro, 
aspettando lo fornissero i tributi de’ paesi vinti. 

A’ 22 di marzo mossero quelle schiere formate, 
come ho detto, in due eserciti, de quali l’uno 
(due legioni della guardia) per la via di Roma, e 
l’altro (quattro legioni) per le Marche. Si chiese 
al pontefice amichevole passaggio, e lo negò; si 
ripeterono, e pur vanamente, le inchieste; proce- 
deva intanto l’ esercito per le vie di Frascati, Al- 
bano, Tivoli e Foligno. Ed allora il papa, o che 
temesse d’insidie, o che volesse simularne il pe- 
ricolo, nominò una reggenza al governo, e pre- 
cipitosamente, come di fuga, passò a Firenze, 
indi a Genova; molli cardinali lo seguirono, dipoi 
Carlo IV re di Spagna, ed altri personaggi di fa- 
ma. Le quali sollecitudini, benché derivassero da 
zelo di parte o ambizione, si dicevano da neces- 
sità o prudenza. Accresceva pietà il veder Roma 
deserta, e i sacerdoti fuggiaschi nella settimana 
Santa, dopo cominciate ed interrotte le cerimo- 
nie divine. Ma l’esercito napoletano, non toccan- 
do la città, rispettando il governo pontificio nelle 
terre che attraversava, pagando al giusto i viveri, 
serbò disciplina severissima. 


liÌBfiflIìYG^ 


LIBRO SETTIMO — 1815 253 

LXXVIIT. 11. re Gioacchino in quel mezzo, re- 
catosi a<l Ancona per meglio provvedere alla guer- 
ra, faceva ripetere da’ suoi ministri al congresso, 
ch’egli, fedele a’ trattati, confermava i patti del- 
l’alleanza con l’Austria; ma che fra tanti moti e 
nemicizic credeva nacessario alla sicurezza dei 
suoi stati avanzare con 1 esercito verso il Po. A ano 
infingimento, perocché agli antichi sospetti erano 
sopragiunti gli svelati maneggi co ribelli della 
Lombardia, e l’ajutata fuga di Buonaparte, e la 
gioia per ciò dissimulata invano nella reggia, e 

È li arditi discorsi, e l’esercito accresciuto e mosso. 

quindi l’imperatore d’Austria ordinate alla 
guerra e spedite in Italia nuove schiere, ne fece 
capo il generale Frimont, dal cui cenno dipen- 
devano i generali Bianchi, Molir , Neipperg e W ied: 
quarantottomila fanti, settemila soldati di caval- 
leria e del treno con sessantaquattro cannoni. Di 
tutta quell’oste il maggior nerbo accampava die- 
tro al Po, e la minor parte sull’ altra sponda, avan- 
zando i reggimenti a scaloni sino a Cesena; pic- 
cola brigata guidava in Toscana il generai iNugent; 
quattro ponti sul Po (a Piacenza, Borgoforte, Oc- 
chiobello e Lagqscuro) erano pér i Tedeschi mu- 
niti e guardati; ogni altra parte del fiume custo- 
dita ed invalicabile; guernivano di poche schiere 
la valle di Comacchio ed il ponte di Goro. I campi 
dietro al Po appoggiavano alla fortezza di Pizzi- 
ghetlone, Mantova e Lignago; e questa fronte o 
cortina aveva innanzi come bastioni le altre due 
fortezze di Alessandria e Ferrara. Quello esercito 
stava dunque in fortissime posizioni, che compo- 
nevano, per natura di opere, posseqte linea di 


254 LIBRO SETTIMO — 1815 

difesa; o, se le fortune della guerra mutassero, 

base di operazione contro l’esercito napoletano. 

LXX1X. La guerra, oramai certa, fu denun- 
ziata il 3o marzo per editti e combattimenti. Un 
decreto di Gioacchino aggregava le provincie 
delle Marche e i distretti di Urbino, Pesaro e 
Gubbio al suo regno, cosicché n’era il confine 
non più il Tronto ma il Foglia: e un editto con- 
citava i soldati alla guerra, dicendo nemici gli 
Austriaci; motivo a combattere la infedeltà del 
governo d’Austria; obbietto la indipendenza ita- 
liana; stimolo all’esercito la gloria, l’onore, le 
ricompense, i ricordi; e ajuto a lui tutte le armi 
d’Italia. Altro editto agl’ Italiani numerava le loro 
sventure, rammentava i beni della indipendenza, 
prometteva libera costituzione, diceva mossi a 
combattere ottantamila Napoletani, invitava i forti 
alle armi, i sapienti ai consigli; eccitava l’odio, 
la vendetta, le speranze, l’ambizione. Ma in que- 
sto invitp alla italiana indipei 
nome francese di Murat era 
francese. 

E mentre i fogli si spandevano per tutta Italia, 
la legione del 'generai Carrascosa, «vanguardia 
dell’esercito, assaltava Cesena dove stavano due- 
milacinquecento soldati d’Austria. Cesena, ben- 
ché cinta di muri, non può resistere alle artiglie- 
rie; e perciò, investita perle porte di Rimini e del 
fiume, fu dopo breve combattere abbandonata 
dai difensori che per la porta di Cervia ordina- 
tamente si ritirarono a Forlì, e quindi ad Imola 
e a Bologna. Giunsero i Napoletani ai 2 di aprile 
incontro a questa città, che novemila Tedeschi, 


denza appresso al 
sottoscritto Millet 


LIBRO SETTIMO — 1815 255 

rètti dal generai Bianchi guardavano. La seconda 
legione napoletana era au Imola, la terza a Porli, 
Luna dall’altra distante di molte miglia; e però 
se Bianchi, più forte, attaccava quella prima le- 
gione, le speranze del combattimento erano per 
lui; ma sia prudenza o ricevuto comando egli 
abbandonò la città, dirigendo tremila dei suoi 
verso Cento, e guidandone seco altri seimila per 
la via di Modena. I Napoletani entrarono in Bo- 
logna nel giorno istesso, e vi si fermarono per 
attendere 1 arrivo e l’avvicinamento delle altre 
schiere. 

LXXX. A dì 4 procederono, la prima legione 
verso Modena, la seconda verso Cento, la terza 
giungeva in Bologna. La prima scontrò il nemico 
ad Anzola, e combattendo lo spinse dietro la Sa- 
mogia, quindi dietro al Ranaro, fiume che mette 
in ro, e si valica su di un ponte detto di Santo- 
Ambrogio, allora munito d’opere e di cannoni 
e soldati, distesi per lungo tratto della sponda. 
Giungevano al fiume i Napoletani schierati a bat- 
taglia. 11 generale Carrascosa per sorprendere l’ ala 
diritta del nemico, o per accrescergli cure e pe- 
ricoli aveva spedito per vie nascoste un battaglio- 
ne a Spilimberto, dove le acque per larghissimo 
ghiaroso letto si guadano; prescrivendo al capo 
che quando sentisse ardente la battaglia marciasse 
sollecito sopra il nemico: il generale divisava 
muovere per la stessa parte il maggior nerbo della 
sua schiera, e battere la linea nemica dal fianco 
destro. 

Ma il re giunse al campo, ed avido di vittoria 
sospese quei movimenti obliqui, e avanzò di fron- 


■ 


■ 




556 LIBRO SETTIMO — 1815 

te agli assalti: tre volte attaccato il ponte, torna- 
rono perdenti gli assalitori; il generai Pepe con 
due battaglioni, guadato il fiume, incontrando 
forze maggiori, di assalitore assalito, a fatica re- 
siste; il generale Carrascosa che ne osservava il 
pericolo con altra schiera giunse all' opposto lito, 
ed anch’egli incalzato da nemico più forte non 
trovò scampo che nel fiume sotto un arco del 
ponte; il generai de Gennaro, correndo al soc- 
corso di entrambo, sostenne appena gli assalti, 
non vinse; il battaglione mandato a Spilimberto, 
sentito il romore della battaglia, obbediente al 
ricevuto comando, marciò sopra al nemico, e fu 
scemato di molti e molti, morti o prigioni Tutta 
la linea combatteva, la fortuna mostravasi con- 
traria ai Napoletani; espugnare il ponte era ne- 
cessità. 

11 re ne diede il carico al generai Filangeri, e 
gli affidò fanti, cavalli, artiglierie che il generale 
ordinava a colonne, mentre molti cannoni bat- 
tendo le sbarre del ponte le scomponevano. E 
visto aperto un varco, comandando che la pre- 
parata colonna di cavalleria passasse il ponte, 
egli, il primo seguito da ventiquattro soldati a 
cavallo prorompe su la sponda nemica da molle 
schiere difesa, ed inatteso giungendo, disordi- 
nandole, vincendole procede. Ma la colonna che 
dovea secondarlo non muove; perocché il gene- 
rale Fontaine che la guida, o per timidezza o 
per invidia d’onore come francese, non obbedi- 
sce al ricevuto comando. I Tedeschi osservando 
il piccolo numero degli assalitori tirano sopra 
quelli, pochi ne cadono, retrocedono alcuni, otto 


-rT^io-g#. 


LIBRO SETTIMO — 1815 257 

soli col generale, certi del vicino soccorso, valo- 
rosamente combattono. Alfine non mai ajutati, e 
colpiti da mille offese, cadono tutti e nove, otto 
estinti, e ’1 Filangeri, come estinto, gravemente 
ferito. >. 

Accorse il re valicando per il ponte con quanti 
aveva fanti e cavalli} ed allora il nemico già me- 
nomato per morti, e scorato dall’impetuoso come 
che infelice assalto di piccol numero di cavalieri, 
sonando a raccolta, imprese a ritirarsi} i batta- 
glioni Napoletani restati lungo tempo a difesa su 
la sponda del fiume, e ’l generale Carrascosa con 
altri pochi, ritornati con più vigore ad offendere. 
Uccisero al nemico molti uomini, molti presero} 
impedirono al generale tedesco Stefanini, già fe- 
rito, di unirsi co’ suoi battaglioni al grosso del- 
l’esercito, e ’1 prendevano se avessero avuti cavalli 
meno stanchi o più giorno a combattere. I Tede- 
schi, fuggendo , traversarono Modena } i Napoletani 
vi entrarono e ristettero. In quella battaglia lenta, 
male ordinata, il nemico perdè mille soldati morti 
o feriti o prigioni} noi settecento: reggeva i Te- 
deschi il generai Bianchi*, i Napoletani, il re. Del 
generale Filangieri il dubbio ai morte ed il non 
più combattere in quella guerra furono all’eser- 
cito napoletano cordoglio e danno. 

LXXXI. Nello stesso giorno e ne’ due seguenti, 
la seconda legione napoletana prese Ferrara , mille 
Tedeschi che presidiavano la città ripararono 
nella cittadella} la terza guernì Cento e San Gio- 
vanni} la prima occupò senza contrasto Reggio, 
Carpi e tutto il paese tra il Panaro e, la Secchia. 
A 5 dì 7, appena chiaro il giorno, la legione secon- 
CoLLETTA, T. III. 17 


258 LIBRO SETTIMO— 1815 

da investì il ponte di Occhiobello, forte per mu- 
nimcnti e soldati; riuscì vano l’assalto, nè dal 
combattere di un giorno derivò benefizio a’ Na- 
poletani fuorché spingere il nemico nella testa- 
di-ponte. Al dì vegnente fu visto che bisognavano 
per espugnarla le artiglierie di maggior calibro, 
non bastando quelle di campo; ma l’indole ira* 
petuosa del re ed il bisogno di sollecite vittorie 
non soflerendo «ritardi, e sperando che il nemico 
mal difendesse quel posto, sei volte la legione 
assaltò, ed altretante respinta, perdè non pochi 
soldati, molti uffiziali furon feriti, il re sempre 
esposto a’ pericoli; e la fama andò per la Italia 
divolgando ed amplificando, col nessuno succes- 
so, i danni e i rischi di que’due giorni. La legione 
accampò dove aveva combattuto, aspettando le più 
grosse artiglierie, il re tornò a Bologna per gravi 
cure di guerra e di governo. 

LXXXlI. Ivi alfin seppe i casi delle due le- 
gioni della Guardia mandate in Toscana sotto i 
generali Pignatelli-Stròngoli e Livron, pari di 
grado, pari di autorità, senza che l’uno avesse 
impero su l’altro, tal che operarono per accordi 
non per comando, bizzarra e nuova composizione 
di esercito. Giunsero quelle schiere (seimila tra 
fanti e cavalieri) nei dì 7 ed 8 di aprile in Fi- 
renze, avendo per fallato cammino perduto un 
giorno, ritardo grave nelle sollecitudini di quella 

r erra. Dovevano traversare la Toscana, e con 
presenza e i discorsi sommoverla a prò nostro, 
impegnare le sue milizie ad unirsi a noi per la 
causa d’Italia, combattere e vincere pochi Tede- 
schi rètti dal generai Nugent, e così accresciute 


LIBRO SETTIMO — 1815 239 

di grido e di soldati recarsi per Pistoia e Mo- 
dena. All’entrare in Firenze de’ primi squadroni 
napoletani, il gran duca Ferdinando III si riparò 
a Pisa, ed il generale Nugent a Pistoia con tre- 
mila soldati, de’ quali mille e più Toscani, che 
non di proprio grado ma per obbedienza segui- 
vano i Tedeschi. Frattanto a Livorno erano ap- 
parecchiate per ultimo scampo le navi, non spe- 
rando il generai Nugent di resistere a schiere 
due volte più forti. 

I Napoletani, perduto in Firenze un altro 
giorno, e mossi il di 9 verso Pistoia, affronta- 
rono a Campi piccola mano di Tedeschi e la fu- 

S arono; numero maggiore ne stava a Prato, che 
opo breve resistenza ordinatamente si ritirò: i 
Napoletani diedero due giorni al piccolo cammino 
di dieci miglia toscane. La mattina del dì 1 1 le 
legioni avanzavano sopra Pistoia. Pistoia è delle 
antiche città d’Italia cinte di mura, ma, per molti 
originari difetti e per lo abbandono che deriva 
da lunga pace, inabile a resisterei i Tedeschi vi 
stavano a ricovero non a difesa, presti ad abban- 
donar la città quando le vedette avvisassero l’ap- 
pressamento de’ Napoletani. Ma questi, dopo sei 
miglia di cammino, inopinatamente si arrestarono 
per aspettare le mosse del nemico e i rapporti 
delle genti mandate a scoperta. E mentre 1 rede- 
schi non muovono avendo a felicità quel loro 
insperato riposo, voci vaghe e bugiarde dicevano 
che si affaticassero a novelle /orticazioni ; e che, 
lasciato in città bastevole presidio e buona riserva 
in Pescia, marciassero con due squadre nume- 
rose e gagliarde alle spalle de’ nostr i, per Poggio 


2(50 LIBRO SETTIMO — 1815 

a Caiano e Fucecchio. Onde i due generali, cre- 
duli a quelle nuove, levato il campo da Prato, 
si raccolsero a Firenze. Narrerò a suo luogo i loro 
fatti nel resto della guerra. 

LXXXI11. Tali cose in Bologna seppe Gioac- 
chino, e vidde che al maggior uopo gli mancava 
la Guardia, riserva dell’esercito. Pochi giorni 
avanti, quando stava sul Fo assaltando Occhio- 
bello, avea ricevuto un foglio di lord Bentinck, 
scritto da Torino il 5 aprile, nel quale l’altiero 
Inglese diceva: « Che per i patti della confedera- 
si zione europea e per la guerra mossa dal re 
si all’ Austria, senza motivo, senza cartello, egli, 
s> tenendo rollo l’armistizio tra Napoli eia Inghil- 
si terra, con tutte le sue forze di terra e di mare 
s> ajuterebbe l’Austria ». Minacce terribili a Gioac- 
chino, pensando allo stato interno del Regno ed 
agli apparecchi ostili del re di Sicilia. Le speranze 
ne’ rivolgimenti d’Italia erano anch’esse svanite, 
perocché gli editti e i discorsi del re non altro 
avean prodotto che voti, applausi, rime pubbli- 
cate, orazioni al popolo, ma non armi c non 
opere; ossia molti per lo avvenire cimenti di po- 
lizia, nessuno di guerra. I dodici e i quattro reg- 
gimenti promessi, erano per vanto, non veri; si 
aprì registro di volontari e restò quasi vuoto; i 
tenuti in prigione da’ Tedeschi per colpe o so- 
spetti di stato, fatti liberi da noi, tornavano quieti 
alle case, ammaestrali non irritati dal carcere; la 
lìdanza che le milizie italiane si unissero alle no- 
stre era allatto perduta, da che un reggimento 
modenese afforzava i Tedeschi di Bianchi, e due 
di Toscana i Tedeschi di Nugent; nè quelle al- 


261 


LIBRO SETTIMO — 1815 

leanze^ nè la nemicizia per i Napoletani erano 
volontarie, ma le sforzava condizione de’ tempi 
e calcolata misura de’ pericoli e de’ successi:- con- 
sigliataci benevoli di vivere modesto e riposato, 
ma contrarie alle imprese ed a’ rivolgimenti. Per- 
ciò i tumulti italiani del i8i4j che per lo passato 
avevano servilo a precipitare i consigli di Gioac- 
chino, nel presente operavano scandalo e danno 
comune. Sì che meno infelici sarebbero le no- 
stre genti se avessero il cuore libero come il lab- 
bro, o servo il labbro ed il cuore 

Considerazioni sì gravi ed inattese indussero il 
re a radunare in consiglio i suoi ministri ed i 
primi de' generali: essendo antico fallo nelle av- 
versità di fortuna dimandare consiglio a’ minori; 
ossia attenuare in questi le persuasioni e l’obbe- 
dienza quando si vorrebbero e maggiori e più 
cieca; ed eccitare in parecchi, per la inevitabile 
varietà delle sentenze, il desiderio quasi direi di 
alcun danno, per poi menar vanto del proprio 
ingegno a biasimo de’ contraditori. Espose il re 
al consiglio i primi disegni, rammentò le prime 
venture, e dipoi la mancata spedizione della To- 
scana, la tregua rotta dall’Inghilterra, eie tradite 
promesse de’ popoli e partigiani d’Italia, proseguì 
discorrendo il numero e le posizioni del proprio 
esercito, ciò che sapeva de’ Tedeschi, gli appa- 
recchi ostili del re di Sicilia, ed i moti interni 
del Regno; dimandò libero consiglio: e i consi- 
glieri osservando l’esercito spicciolato tra Reggio, 
Carpi e Ravenna (cento miglia italiane), senza 
seconda linea, senza riserva, di modo che un 
impeto ed una fortuna potea decidere della guer- 


•f>2 LIBRO SETTIMO — 1815 1 

ra , e vedendo le forze e le posizioni nemiche assai 
più potenti delle proprie, deliberarono di tenere 
i luoghi attualmente occupati, solo per aver tem- 
po da mandare indietro gli ospedali e i bagagli; , 

e che, non deposta la prima speranza, si cercas- 
sero altri campi e terreno più adatto a combat- 
tere schiere maggiori. 

Allo sciogliere dell'adunanza il re ordinò: che i 

le tre legioni fortificandosi ne' campi, ristessero 
dall' assaltare il nemico, o, assalile, il trattenes- 
sero volteggiando, non combattendo; che fusse 
di Toscana richiamata la inoperosa Guardia per 
le vie più brevi di Arezzo e San Sepolcro; si sce- 
gliessero nuovi campi dove i monti Apennini, 
accostando al mare Adriatico, con le ultime pen- 
dici toccano il lido; e si raccogl ‘lessero in Ancona 
tutti gl’impedimenti dell'esercito. 

LXXXIV. I Tedeschi su la riva sinistra del Po li 

crescevano di nuove schiere spedite con gran ce- | 

Ieri là dall’ Alemagna, sì che i ventiquattro mila i 

combattenti del cominciar della guerra in tre set- 
timane doppiarono;, aumentarono i presidii e i 
provvedimenti di tutte le fortezze transpadane, 

Venezia si affaticava alle difese; e di tante solle- 
citudini erano motivo la troppo temuta dall’ Au- 
stria, come già troppo sperata da Gioacchino, ita- 
liana rivoluzione. Quindi maravigliava della nostra 
lentezza 1 esercito tedesco; ma dipoi, sapute le ra- 
gioni, assaltò Carpi guernito da tremila ÌNapole- 
tani che il generale Guglielmo Pepe reggeva. Il 
primo impelo andato a vuoto, i Tedeschi acci e* 
sciuti di numero e tornati alla città, la espugna- 
rono; fecero prigioni quattrocento de nostri, altri 


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LIBRO SETTIMO— 1815 263 

cento ne uccisero ; perderono de’ suoi quasi altre- 
tanli, ed inseguirono per lungo spazio il generai 
Pepe che disordinatamente si ridusse a Modena. 
11 campo napoletano di Reggio per la caduta di 
Carpi stava in pericolo; ma il re facendo muovere 
sopra Mirandola la legione ch’era in Cento, il 
nemico, minacciato sul banco, si arrestò; e le schie- 
re di Reggio unite alle altre di Modena, insieme 
ritirandosi accamparono dietro al Panaro. La le- 
gione terza, abbandonata Mirandola, tornò alle an- 
tiche stanze; e il nemico rincorato dal riacquisto 
di molte terre, attendendo ad ordinarsi a guerra 
offensiva, passarono cinque giorni senza com- 
battere. j 

Ma il i5 di aprile un reggimento napoletano 
e piccolo squadrone di cavalleria, accampati a 
Spilimperto con mala guardia, furono attaccati 
così alf impensata che mancando tempo al consi- 
glio di resistere o trarsi addietro, fuggendo e la- 
sciando pochi prigioni, ripararono confusamente 
dietro alla prima legione a Sant’ Ambrogio. Col 
cadere di Spilimperto venendo in dominio del 
nemico le due sponde del Panaro, non più quel 
fiume era difesa per l’esercito napoletano; e frat- 
tanto finiti i movimenti ordinati per il consiglio 
di Bologna, vuotati gli ospedali e i magazzini, e 
indietro apparecchiati viveri e campi, u re pre- 
scrisse che la prima legione accampasse dietro al 
Reno, la seconda marciasse per Budrio e Lugo 
sopra Ravenna, la terza per Cotignola sopra Forlì. 
£ d’altra parte i Tedeschi, baldanzosi per i facili 
successi del mattino, assaltarono nel mezzo gior- 
no la prima legione sul Reno. Di questa facendo 


264 LIBRO SETTIMO — 1815 

parie i soldati fugati a-Spilimperto, dimandarono 
tumultuosamente di combattere; e’1 generai Car- 
rascosa, viepiù concitando il generoso rossore , 
gli mosse contro il nemico, e lo vinsero. Ma quello 
indi a poco venne più forte, sì cbe metà della 
legione schierò a battaglia tra 1 nemico ed il fiu- 
me, e metà come in riserva nell’ altra sponda. Tre 
volte i fanti Tedeschi assaltarono, tre volte re- 
spinti, una quarta' più impetuosamente i cavalli 
ungheresi, e furono ancor essi trattenuti e fugali. 
Dopo tre ore di combattimento, i Napoletani man- 
tennero il campo, i Tedeschi se ne scostarono di 
alcune miglia: cinquanta de’ primi, duecento e 
più de’ secondi vi furono morti. La notte, il re 
andò ad Imola; e tutto l’esercito, abbandonata 
Bologna, marciò in ritirata, senza che il nemico 
disturbasse il cammino. 

LXXXV. 11 re fermatosi un giorno ad Imola, 
intese cbe l'oste intera tedesca destinata alla guer- 
ra offensiva contro noi, e se felice alla conquista 
del regno, componevasi di quarantaseimila sol- 
dati in due eserciti, l’un de’ quali (trentamila uo- 
mini) guidava il generai Bianchi per la via di Fi- 
renze, l'altro (sedicimila) sotto al comando del 
generai Neipperg seguiva il nostro cammino per 
la strada Emilia , e cbe reggitore supremo di quella 
guerra era non più Frimont ma Bianchi. Questi 
avvisi bastavano a palesare la mente del nemico; 
il quale, credendo che Gioacchino ritirasse l’eser- 
cito e disperato cercasse non più combattimenti 
ma salvezza, disegnava di ritardarlo con le schiere 
di Neipperg, precederlo sul Tronto con quelle di 
Bianchi, stringerlo nel mezzo, ed averlo prigione 
o romperlo combattendo. 


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LIBRO SETTIMO — 1815 265 

Ma dall opposta parte il re si rallegrò vedendo 
separati i due eserciti nemici dalla catena degli 
Apennini; e sè poco men forte di Bianchi, assai 
più forte di INeipperg, e quei due raggirarsi fra 
linee esteriori, stando nel mezzo l’esercito napo- 
letano intero e libero di affrontare or l’uno or 
1 altro. Ma per farsi maggior profitto di quegli 
errori del nemico, bisognava combattere i due 
eserciti quando erano tra loro a maggior distan- 
za; e venire a giornata prima con Bianchi che 
con Aeipperg. Le quali condizioni si avveravano 
a dintornidiMacerata, allora Bianchi trovandosi al- 
lo scender de’monti verso T olentino, Neipperg alle 
opposte pianure del Cesano, e noi nelle forti po- 
sizioni del mezzo, con Ancona nostra sul fianco. 
Si trascuravano i monti, gagliardi alle difese, di 
Colfìorito e Camerino, perchè il disegno di quella 
guerra consisteva non già nel trattenere il nemi- 
co, ma vincerlo, essendo l'indugio contrario a 
noi; e perchè se quei monti erano presi da noi, 
tornava intero l’esercito tedesco, e rimaneva lon- 
tana ed inabile a soccorrerci Ancona. 

Era dunque in Macerata il fine della guerra; 
ma per giungervi facean d’uopo a’ Napoletani 
venti giorni di cammino e di travagli. 11 re tenne 
chiusi quei pensieri; fuorché (comandato prima 
il segreto) al generale del Genio, del quale abbi- 
sognava per riconoscere i campi opportuni al 
combattere, ed il terreno da percorrere; condi- 
zioni necessarie a governare il cammino dell’e- 
sercito, cosi da farlo giungerla Macerata, quan- 
do Bianchi appena era in Tolentino, ed appena 
Neipperg al Cesano; chè il più tardi come il più 


266 LIBRO SETTIMO — 1815 

presto distruggeva la pienezza de’ suoi disegni. 
\ alevasi in quelle mosse geometrica misura, e 
tal si tenne di modo che la ritirata dal Po, o^tù 
oscura o schernita, si citerebbe ad esempio di 
strategia se fosse stata fortunata quanto saggia. * 

LXXX\ 1. Marciò l’esercito da Imola aTaenza, 
indi a Forlì, indi a Cesena, senza fatti di guerra, 
perchè IVeipperg osservava quei movimenti e gli 
seguiva in distanza. Della Guardia sapevasi che 
viaggiava verso Foligno, dapoichè i suoi generali 
sempre più creduli alle false voci ed alle appa- 
renze di guerra, che il generai INugent scolta- 
mente simulava, abbandonarono Firenze; e‘J pre- 
cipitoso partire fu cagione che lettere del re ed 
un u/hziale della sua casa che le recava cades- 
sero in mano al nemico. Ritornavano quelle due 
legioni per Arezzo e Perugia, a gran giornate, 
senza Fonor di alcun fatto d’arme, o di fortuna 
odi sventure; e dell onta de capi vergognose. Per 
attenderle, e per dare al generai Bianchi tempo 
convenevole al suo lungo cammino, il re fermò 
1 esercito dietro al Ronco, accampando l’avan- 
guardo a Forlimpopoli, il centro tra Bertinoro ed 
il Savio, la riserva in Cesena e Cesenatico. 

Così per due giorni. Al mattino del terzo, ISeip- 
perg smascherò dodici cannoni messi in batteria 
6U la sponda del Ronco, e fece guadare il fiume 
da due battaglioni di fanti ed uno squadrone di 
cavalleria; che tosto assalito da schiere maggiori, 
lasciando sulla nostra sponda quaranta morti o 
feriti, trenta prigioni, si ritirarono. Poi a notte 
bruna, o in ora tarda, ed a poca distanza del cam- 
po napoletano, guadavano lentamente sette bat- 


LIBRO-SETTIMO — 1815 267 

taglioni tedeschi e due squadroni di cavalli} il 
primo battaglione che giunse al lido si ordinò in 
quadrato, gli altri sei lo seguivano: i cavalieri ar- 
rivando spiegavansi a battaglia. Una pattuglia del 
campo gli scoprì; ed allora il comandante de’ Na- 
poletani, maggiore Malchevski, polacco a nostri 
stipendii, animoso ed esperto alla guerra, fece 
disegno d’ingannare nelle tenebre il nemico ve- 
nuto ad ingannarlo; condusse un de’ suoi batta- 
glioni chetamente sul fianco diretto de’ Tedeschi, 
e lo schierò a martello nel fiume; con un secon- 
do battaglione e trecento cavalli, e grida, spari 
e batter d armi gli assaltò nella fronte trovandoli 
in parte ordinati e parte in cammino. Eglino ben- 
ché sorpresi combattevano; ma non vedendo per 
la oscurità nè la nostra linea nè la propria, ed 
avendo perduta la forma e la idea delle ordinan- 
ze, sentivano il combattimento cosi di fronte come 
alle spalle ed a’ fianchi, e parevano colpi del ne- 
mico i colpi propri. Si ruppero infine, e disordi- 
natamente rivalicarono il fiume; ma poiché com- 
battendo e perdendo eransi arrestati, s imbatte- 
rono sotto la linea del battaglione napoletano 
messo ad agguato nell’acqua; al quale, credulo 
amico, confidentemente avvicinandosi e dando 
voce di riconoscimento, scoperti tedeschi, ebbero 
in risposta più offese, più morti e più danni. Cin- 
quecento morirono, e appena cinquanta dalla no- 
stra parte; erano quattromila i perdenti, mila e 
quattrocento i vincitori: del maraviglioso suc- 
cesso cagioni la notte, e l’ ardila pruova del Mal- 
chevski. 

11 re avvisato di quello ardire, nuovo alla pru- 


SG8 LIBRO SETTIMO — 1815 

«lenza «li Neipperg, immaginando che necessità 

10 spingesse a combattere, sperò battaglia per il 
jlì vegnente. Egli non poteva cercare il nemico 
ne’ suoi campi, perocché quello ritirandosi lo 
avrebbe menato lontano dalla frontiera del Regno, 
e dato tempo ed agevolezza alle opere di Bianchi, 
degl’inglesi e «lei re di Sicilia, ma desiderava 
di essere attaccalo dal i\eipperg,conlidando, mer- 
cè il maggior numero di combattenti e la mag- 
gior arte di vincerlo. Perciò nella notte stessa levò 

11 campo della sponda del Ronco, sguarnì For- 
limpopoli, retrocedè, e sebbene ordinato a batta- 
glia, parte delle sue schiere mostrò, parte nascose. 
Dalle quali apparenze non adescato il Tedesco fece 
passare quietamente l’intero giorno della sperata 
guerra. Al dechinare del sole il re mandò a Neip- 
perg un suo ulliziale, che, sotto specie di chieder 
pace o tregua, espiasse ne’ campi la cagione delle 
ardite mosse della notte e del troppo senno del 
giorno. L’ufKziale subito accolto e trattenuto ne- 
gli alloggiamenti del generale tedesco, nulla sco- 
prì e recò a Gioacchino risposte cortesi ma con- 
trarie agli accorili. 

LXXXVII. L esercito napoletano, già impove- 
rita Cesena di vettovaglie, passò a Rimini. Gli or- 
dini furono mutati: la legione prima andò in re- 
troguardia, la terza al centro, però che il capo di 
«piesta, generai Lecchi, si mostrava scorato, e, 
come avviene, trasfondeva ne’ soggetti il mal con- 
cepito terrore; era il Lecchi bresciano, chiaro nelle 
guerre d Italia e «li Spagna, ma col mutar di età 
e di fortuna mutò di animo. La retroguardia «lo- 
vea sola trattenere tutto l’esercito del Neipperg 


LIBRO SETTIMO — 1815 289 

quanto il resto delle schiere napoletane si affron- 
terebbe con Bianchi ; e perciò abbisognavano squa- 
dre obbedienti a buon reggitore. Restammo a Ri- 
mini due giorni; nel qual tempo il generai Napo- 
letani lasciato a Cesenatico con mille e ottocento 

• 

soldati tra fanti e cavalieri, sorpreso da forze mi- 
nori e caccialo dagli alloggiamenti, riordinò i fug- 
gitivi a distanza del nemico; e, ritornando agii 
assalti, ripigliò le perdute posizioni, con perdita 
di non pochi morti o feritie trecento prigioni- 11 ge- 
nerale senz’abito, ma che aveva del suo grado le 
armi c ’l cappello, incontratosi nelle anguste vie 
del villaggio ad un capitano di cavalleria unghe- 
rese, l’un 1 altro, scoperti appena, s intimarono 
di arrendersi; passarono dalle voci al combattere: 
e il generale a piede uccise il nemico a cavallo. 
Le sue schiere nella notte sloggiarono; e ritiran- 
dosi dietro al Rubicone, accamparono presso Ri- 
mini. 

Tutto l’esercito di Napoli, marciando' o arre- 
standosi, come esigevano le strettezze del vivere 
o T avvicinarsi del generai Bianchi, passò da Ri- 
mini a Pesaro, indi a Fano, a Sinigaglia, ed il 2 y 
aprile ad Ancona: il re, il 3o andò a Macerata 
dov’ erano arrivate il giorno innanzi le due legioni 
della Guardia, le quali da lunge per le sue fogge 
scoprendolo, si posero a mostra, e con voci fe- 
stive lo accolsero; sperando, lui capo, riscattare 
le vergogne de’ non propri falli in Toscana. Lo 
atteso in sin da Imola giorno di Macerata essendo 
giunto, era vicina la battaglia; ma prima di rap- 
presentarla, uopo è che io descriva i campi, e 
rassegni le schiere combattenti, e dica delle due 
parti le ragionevoli speranze e i timori. 


270 LIBRO SETTIMO — 1 8 1 5 

LXXXVIII. L’esercito del generale Bianchi era 
così diviso: sedicimila soldati accampav;yio in Ca- 
merino e Tolentino; quattromila correvano Ma- 
telica, Fabriano e tutto il paese che dagli Apen- 
nini scende a Monte-Milone; altri cinquemila in 
tre squadre, sotto il comando del generai Nugent, 
mostravansi a Rieti, a Ceperano ed a Terracina, 
lungo la frontiera del Regno, per imprese non di 
guerra ma civili sperando nella incostanza dei 


n ioli e nella debolezza de' governi nuovi. 

1 generale Neipperg con tredicimila u 
guardava il corso del Metauro, occupava Pergola 


poderosamente , correva la pendice de’ monti , 
spingeva i suoi posti sino al Cesano. I resti del 
Bianchi e del ÌNeipperg, mossi dal Po, stavano 
per le comunicazioni o agli ospedali. 

Quegli eserciti alemanni avevano basi diver- 

f enti: ì due quartieri-generali a Tolentino ed a 
ano disiavano fra quattro giorni di faticoso cam- 
mino; Sconcerti si praticavano per Sasso-ferrato, 
sopra strade alpestri; punto obbiettivo di Bianchi 
era Macerata, di ÌNeipperg lesi: speranza comune 
chiudere nel mezzo T esercito napoletano , ed 
averlo prigione o romperlo. La disciplina in tutte 
quelle schiere ammirabile, l’obbedienza cieca, il 
sentimento ancora incerto ne’ capi, ma certo di 
vittoria ne minori. 

LXXXIX. L’esercito napoletano campeggiava 
liberamente tra i Cesano ed il Chienti: la prima 
legione tratteneva JNeipperg; altre quattro erano 
a Macerata; aveva Ancona pochi presidii; tutta T o- 
ste era forte di ventiquattro mila soldati. La di- 
sciplina debole, necessario effetto de’ passati di- 


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LIBRO SETTIMO — 1815 


271 


sordini e del comandar molle del re; l’ allupo ab- 
battuto, non essendo bastato a sollevarlo l’arringa 
scritta del dì 29, nella quale il re diceva clie la 
desiderata battaglia era vicina; che insino alloca 
le mosse dell’esercito, benché apparissero di ri- 
tirata, erano state a disegno; che il nemico più 
forte di numero sul Po era menomato camminan- 
_ do, così che il vincerlo era certo e facile. Gran 
parte rivelava de’ proponimenti e delle speranze, 
ma senza frutto perchè non creduto. 

Incontro alle partite di Nugent stavano il ge- 
nerale Montigny con tremila soldati negli Abruz- 
zi, ed i generali Manhes e Pignatelli-Cerchiara 
con la quarta legione, di cinquemila uomini, nel 
resto della frontiera: le fortezze del Regno erano, 
sebben debolmente, presidiate; le milizie civili 
ordinate; le intenzioni del popolo non ben salde, 
ma, poiché incerte, prudenti. Del re e de’ primi 
dell’esercito non erano gli animi abbattuti, nè 
temerarie le speranze : il re disegnava con quattro 
legioni (sedicimila soldati) affrontare Bianchi e 
romperlo; dietro alle vinte schiere spingere due 
legioni; unire le altre due a quella del Carrascosa, 
attaccare ISeipperg e disfarlo; avviluppare le co- 
lonne vaganti nella pendice degli Apennini; e 
dagli eventi prendere consiglio per il resto della 
guerra : nel primo combattimento con Bianchi egli 
era di egual forza, in tutti gli altri maggiore. Quale 
oggi intorno a Macerata, tali un dì furono le or- 
dinanze dell’esercito austriaco e del piemontese, 
rotti in Millesimo; e de’ due eserciti di Vurmser 
'disfatti intorno a Mantova; e de’ quattro, sì famosi 
nella storia, contrastali e vinti dal solo esercito 


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172 LIBRO SETTIMO — 1815 

del Gran Federico in Boemia. Ma diversi daino* 

stri erano i fati. 

XC. l’asso il x.°di maggio in riconoscimento e 
pfovvidenze. A’ a , le legioni d’ Ambrosio e Livron 
mossero da Macerala verso il nemico; la legione 
l’ignatelli-Slróngoli restò di riserva in città; la 
legione Lecchi vi arrivava da Filottrano; Carra- 
scosa fronteggiava Neipperg sul Cesano. Alcuni 
Tedeschi di Bianchi allo sbocco delle nostre le- 
gioni si ripararono da’ dintorni di Macerata nei 
campi diMonte-Milone, tra 1 Potenza e TChienti; 
e di là furono, dopo non poca zuffa, discacciati. 
Ma, ordinati a scaloni, retrocedendo ingrossavano; 
sì che i Napoletani, avanzando, incontravano mag- 
gior pericolo e fatica. Uno de’ nostri reggimenti, 
il terzo-leggero, assalì di fronte una posizione 
forte, fortemente guernita, e fu respinto; vi ac- 
corre il re, incoraggia i soldati, dietro di lui gli 
riconduce al nemico: e, perditore, si arretra: il 
generale d’ Ambrosio è ferito; il posto non espu- 
gnato di fronte, è subito raggirato, e preso. Pro- 
cederono le schiere napoletane per nuovi felici 
fatti d’armi sino a vista di Tolentino; ma poiché 
il giorno mancava, posero il campo dov’era stata 
la guerra. 1 Tedeschi, che avevano combattuto 
validamente nelleprime ore, debolmente nel resto 
della giornata, perderono seicento uomini, metà 
morti o feriti, metà prigioni; ebbero i Napoletani 
cento feriti o morti: le forze combattenti erano 
eguali, ottomila soldati da ogni parte. Parve au- 
gurio felice: andarono corrieri a Napoli per dar 
quelle nuove amplificandole, ed al generale Car- 
rascosa per dirgli di tenersi in punto di attaccar 




LIBRO SETTIMO — 1815 273* 

Neippcrg. Il qual INeipperg, ignorando per le di- 
sianze i fatti di Macerata , nulla operava per aju- 
lare l’esercito compagno. 

Fu lunga l'alba del 3, coperta da nebbia den- 
sissima che nascondeva i due eserciti. Nella notte 
nuove schiere tedesche vennero a Tolentino; e per 
la opposta parte la legion Stróngoli giunse al cam- 
po, quella di Lecchi restò in Macerata per la spe- 
ranza di volgerla contro INeipperg, bastando tre 
legioni, nella mente del re, a vincer Bianchi. Ma, 
diradata la caligine, fu visto fortissimo il nemico 
(sedici mila uomini almeno) schierati sopra i colli 
che fan cortina alla città, poggiando il fianco de- 
stro al Chienti, il sinistro ad un monte aspro e 
difficile, ed avendo innanzi al centro due poggi, 
quasi sporgenti nelle nostre linee. Le quali, obli- 
quamente ordinate dirimpetto al nemico, appog- 
giavano anch’esse la sinistra al fiume, la diritta 
al monte; dodicimila soldati. E frattanto il re non 

} >erduta speranza di vincere il nemico più forte 
asciò in Macerala la terza legione; ed egli primo 
cominciò le offese. 

Comandò che da’ poggi più vicini fusse cac- 
cialo il nemico, e la Guardia speditamente lo di- 
scacciò. Le due ale della nostra linea mossero 
per meglio ordinarsi col centro, e Bianchi a quelle 
viste chiamò dall'ala diritta parecchi battaglioni 
a rinforzare il suo fianco sinistro minacciato e 
men forte, il quale passaggio fu creduto da Gioac- 
chino principio di ritirata, ma presto conobbe 
ch’era novella ordinanza minaccevole a noi. Le 
foruiazioni de’ Tedeschi erano più a difesa che 
ad offendere, e le nostre in contrario; ma Gioac- 
Cou.etta, T. III. 18 


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274 LIBRO SETTLMO — 1815 

chino, indebolitala presunzione del mattino, non 
osava di affrontar la pugna e per due ore i due 
eserciti rimasero guardinghi e inoperosi. Alfine 
mosse il Tedesco ed assaltò quei poggi medesimi 
debolmente difesi poco innanzi: fiala destra se- 
condò vigorosamente gli assalti, la sinistra, per- 
no di forze, restò ferma; poiché il nemico dise- 
gnava cambiar fronte, gettar noi nelle valli del 
Potenza, impadronirsi della grande strada, ta- 
gliarci da Macerata, da Ancona, dagli Abruzzi. 
Ma i nostri battaglioni della Guardia combatte- 
vano valorosamente, e si che tre volte si rifecero 
le colonne degli assalitori, tre volte de’nostri. 
Guerreggiavano nella sottoposta pianura con pro- 
dezza eguale e con fortuna poco varia e vicen- 
devole, ed ivi tra' molti Napoletani fu ferito il 
generale Campana, che in quel giorno e nel pre- 
cedente avea bravamente combattuto. Le condi- 
zioni de’ due eserciti erano mutate da che i Te- 
deschi, deposto il pensiero, e’1 bisogno di difen- 
dersi, assalivano. 

In mezzo al combattimento il re spedì ordine 
al generale Lecchi in Macerata di far marciare 
metà della sua legione per la sponda diritta del 
Chienti onde afforzare il nostro fianco sinistro, 
minacciare il destro al nemico ed occupar To- 
lentino; ma Lecchi ritardò il partire, e’1 generale 
Maio, capo delle schiere che alfine mossero, ti- 
mido ed inesperto, lento al cammino, con lo 
sperato soccorso non giungeva. Il generale di 
Aquino, che dopo la ferita del prode in guerra 
generai d’ Ambrosio guidava la seconda legione, 
diffidando della impresa, o contumace per indole. 


ite 


LIBRO SETTIMO — 1815' 275 

disobbediva al comando di avanzare i suoi reg- 
gimenti, sino a che minacciato ubbidì; e benché 
andasse in terreno montuoso, difficile a’ fanti} 
impossibile a’ cavalli, formò le sue genti a qua- 
drati, e distaccò spicciolate su la fronte del cam- 
po tre compagnie leggere; le quali avanzando 
fino al piano, non richiamate, nè sostenute, op- 
presse da’ cavalieri nemici, furono senza contrasto 
prigioni. Yidde il re quelle perdite, e corse con 
più impeto che senno alla vendetta; mentre ai 
precedenti disordini, che area pur visti , era stato 
paziente e trascurato. Ordinò che la legione di 
Aquino assaltasse il fortissimo fianco sinistro del 
nemico; ed Aquino, marciando in quadrati per 
quei terreni alpestri ed impediti, giunse al piano 
con le sue genti disordinate e confuse. Lo conob- 
be il nemico ed andò ad assaltarle, lo conobbero 
le assalite schiere, e trepidarono; il primo qua- 
drato dopo breve contrasto si scompose, e, senza 
comando di ritirarsi, sparpagliato e ribelle tornò 
alla collina; un secondo quadrato seguì l’esempio, 
gli altri due eh’ erano a mezza costa furono con 
ordine richiamate. Tutte quelle schiere sostenute 
da poderosa batteria di cannoni si ricomposero, 
il nemico ritornò intero al suo campo, noi per- 
demmo di morti e feriti pochi uomini, tra’ (piali 
ucciso il duca Caspoli ordinanza del re, adulto 
appena, bello della persona, animoso in guerra, 
caro alle squadre. Ma nostro danno maggiore fu 
l’ esempio a due eserciti della temenza e contu- 
macia di una legione, '■tal che il nemico Se inse- 
guiva i fuggiaschi avrebbe presa o dispersa l’ala 
diritta della nostra linea, disfatto il resto, e per 


27 G LIBRO SETTIMO — 1815 

arti ed armi finita in quel giorno la guerra. Ma 
il destino negava ogni gloria a' Tedeschi e ser- 
bava a’ Napoletani altri dolori e vergogne. 

Gli Alemanni irresoluti, inostri discorati, san- 
guinoso il combattere ma inutile, due mila delle 
due parli giacenti sul campo morti o moribondi, 
cadente il giorno, stanchi i soldati, cessarono 
6enza accordo ma per comune bisogno le offese, 
e i due capitani ordivano per il dì vegnenté nuova 
guerra. Quando il re scoperta su le alture di 1 e- 
triola la mezza legione del generai Maio, andan- 
dole incontro per disegnare il campo, vidde in 
lontananza due corrieri frettolosi. Gli aspettò, e 
seppe che gl inviava, 1 uno dagli Abruzzi il ge- 
nerai Montigny, l’ altro da Napoli il ministro della 
guerra, portatori di lettere da consegnare nelle 
sue inani. Montigny riferiva le sventure di Abruz- 
zo, presa Antrodoco da dodicimila Tedeschi, da- 
tasi l’Aquila, ceduta a patti la cittadella, sciolte 
le milizie civili, sommossi i popoli per la parte 
de’Borboni, voltato de’ magistrati lo zelo ed il 
giuramento, e lui con pochi respinto a Popoli. 
Riferiva il ministro la comparsa del nemico sul 
Liri, lo sbigottimento de popoli, i tumulti di al- , 
cuni paesi della Calabria. Alle quali nuove Gioac- 
chino smarrì il senno j e credendo il regno vicino 
a perdersi , stabilì di accorrere al maggior peri- 
colo, e (con improvvido, ma suo consiglio) riti- 
rar l’esercito nelle proprie terre. 

Dispose la ritirata. Il generale Millet scrisse al 
generai Pignatelli di subito ridurre la sua legione 
a Monte-Olmo, ed indi a poco, riconosciuto 1 er- 
rore del subito , lo avvertì a voce per altro mes- 


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LIBRO SETTIMO — 1815 277 

?o di non muovere innanzi della notte. Ma vo- 
lendo il Pignalelli seguir l 1 ordine scritto e primo, 
il capo del suo stato-maggiore, un colonnello 
della Guardia, altri uffiziali di grado e di espe- 
rienza, lo pregavano a non dicampare scoperta- 
mente, a fronte di nemico più forte e felice; pen- 
sasse che la sua legione era il perno del campo, 
riguardasse le altre star ferme, ed il re colà presso, 
che richiesto, direbbe quale de’ due comandi fosse 
il vero. Ma quei consigli, quei prieghi, la ragion 
militarcela prudenza, nulla poterono; e di chiaro 
giorno, a tamburi battenti, la fortissima posizione 
mal difesa allo spuntare del sole, disputala al 
meriggio, cagione di morte a tanti prodi, fu, al 
tramontare abbandonata da noi, occupata dal ne- 
mico senza guerra. Divennero allora i nostri pe- 
ricoli gravi ed urgenti: la linea divisa nel centro, 
ogni ala presa di fianco, la ritirata delle altre 
legioni non preparala, la prigionia dell’esercito 
cel ta e vicina se il nemico andasse celere agli 
assalti, o lento il re ai rimedii. Ma questi, animato 
dalla grandezza del caso, spedì molti ordini, 
comparve in tutti i luoghi, capitano e soldato 
infaticabile, comandò, eseguì, ed in brevissimo 
tempo tutte le sue squadre ordinate a scacchiera, 
combattendo., riconduceva. Egli, ultimo sbarrò 
di sue mani, con alberi tagliali, l'entrala di una 
stretta, mentre uno squadrone di cavalleria ne- 
mica facea sopra lui e di pochi suoi seguaci fuoco 
vivissima E fu così vicino il pericolo e così visto, 
che il generale Bianchi punì il capo dello squa- 
drone di non aver preso il re. Era già notte, 
riposarono i Tedeschi ne’ felici campi della vitto- 
ria, andavano i Napoletani a Macerata. 




.1 


278 LIBRO SETTIMO — 1815 

XCI. Superato il più imminente pericolo, di- 
segnati i campi per la notte e le mosse del ve- 
gnente giorno, Gioacclnno alloggiò in Macerata. 
É mentre stava pensieroso ed affli Ito, un a j utante 
di campo del generale Aquino in quel punto ar- 
rivato, ansio di parlare al re, gli disse ch’egli 
veniva nunzio della morte o prigionia del suo 
generale, e del generai Medici, non che del dis- 
facimento dell’intiera legione seconda nel com- 
battimento poco innanzi accaduto. Era un nuovo 
scontro co’ Tedeschi inatteso, e per le posizioni 
di quelle schiere non credibile, sicché il re ma- 
ravigliato dimandava le particolarità del successo; 
allorché giunsero i generali Aquino e Medici che 
Ungendo aver per la notte smarrita la diritta via, 
imbattutisi nel campo nemico avevano perduti 
molti soldati mefrti o feriti, più prigioni, disperso 
il resto. Rè quel racconto era compiuto, che giun- 
sero Pignatelli e Lecchi, e l’uno disse che la sua 
legione era sbandata, l’altro che il generai Maio 
tornava disordinatamente, avendo abbandonato 
il prefissogli campo di Petriola, perocché della 
intera terza legione era l’animo abbattuto e con- 
trario. Pareva ribalderia concertata, ma era co- 
mune indisciplina, palesata nel pericolo, fatta 
sicura dalle avversità e da’ disordini.. 

11 re adunò consiglio. Esaminate le particolarità 
di quei racconti, apparve chiaro che i soldati af- 
faticati e male usati all’obbedienza, sparsi per le 
campagne e i villaggi, andavano in cerca di vitto, 
di ricovero c di guadagno; e che i generali, scon- 
tenti e stanchi di quella guerra, mentivano il 
proprio difetto nel guidarli. Era frattanto verta*» 


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LIBRO SETTIMO — 1815 279 

simo che, disertali i campi e confuse le ordinanze, 
*i destini di quella moltitudine stavano in potestà 
della fortuna. Si sperava col giorno adunare gli 
sbandati, ricomporli e menarli al Tronto; e per 
lo abbandono diPetriola si volea nella notte spe- 
dire a Mont-Olmo la metà della terza legione; 
ma il capo di lei, generai Lecchi, diffidava che 
ella obbedisse, e se il re volgeva il pensiero alle 
legioni seconda o della Guardia, i due generali 
rammentavano di esserne stati abbandonati, e 
che pochi soldati chea stento adunerebbero nella 
notte andrieno disuguali e svogliati alla guerra. 
Allora il re, fastidito di quelle tristizie, comandò 
che la brigata Carafa della terza legione subita- 
mente marciasse, e quella ( a mentita e scorno 
de’ detrattori) tacita ed obbediente si partì. 

Col giorno, che indi a poco spuntò, palesati 
della notte i mendaci racconti e i timori, fu visto 
che la seconda legione non aveva smarrita la 
strada, non incontrato il nemico; che la Guardia 
era stata spicciolata, confusa, non fuggitiva; che 
la terza legione si teneva unita, che la cavalleria 
era rimasta all’assegnato campo, che gli artiglieri 
e gli zappatori serbavano piena ordinanza; e che 
infine il nemico, riposato ne’ campi di Tolentino, 
veniva, formato a colonne, sopra Macerata. Invero 
del nostro esercito era perduto l’ordine, l’animo, 
le speranze, e fra tanti esempi di ribalderia im- 
punita, si vedevano rotti gli ultimi freni della 
obbedienza. Ma (dicasi la verità tutta intera) la 
corruzione scendeva da’ capi agl' infimi. 

XC1I. Tali quali erano quelle schiere si forma- 
rono in due colonne, che per la sponda sinistra 


280 LIBRO SETTIMO — 1815 

del Olienti, sopra due strade parallele al Ru me, 
marciar dovessero per Civita e Fermo; mentre la" 
brigata Carafa anderebbe sull’ altra sponda per 
Mont-Olmo e Santa Giusta. Al generai Carrascosa 
erasi scritto il giorno innanzi, fra gl’infortuni 
di Tolentino, di lasciare un reggimento in presi- 
dio della fortezza di Ancona, e col resto della le- 
gione accelerare il cammino così che giungesse 
nella sera del 4 a porto di Civita. Qui r esercito 
si unirebbe, e fisserebbonsi gli ordini di ritirala 
per la frontiera del Regno. Cominciò il movimento 
da Macerala: era il re nella colonna del centro, 
che, giunta al piano, trovò impedita la strada da 
ottocento fanti tedeschi, con tre cannoni e seicento 
cavalli disposti a battaglia, mentre che squadre 

S iù numerose assaltavano la città per le vie di 
lonte-Milone e Tolentino. 11 re per disgombrare 
il cammino fece due volte caricare il nemico dalla 
cavalleria della Guardia, che fu respinta; i Tede- 
schi di ognintorno avanzavano; la brigata Cara- 
fa, che «accampata a Mont-Olmo dominava alle 
spalle del nemico, tenevasi questa invisibile, non 
desta dal vicino romore di guerra, e come incu- 
riosa de’ successi; il tempo stringeva, era per noi 
necessità aprire un varco, o ceder l’armi. 11 re 
pose incontro a’ Tedeschi un battaglione del sesto 
reggimento (fra le indiscipline della terza legione 
disciplinato), ed alcuni cavalli della Guardia, con 
lui stesso a sostenere le offese del nemico; e die- 
tro quella linea fece sboccare la intera colonna, 
e l’altra che da Macerala incalzata di fronte ap- 
pena usciva. Furono morti alcun de nostri, e più 
feriti, tra' quali il colonnello Russo prode in guer- 
ra: l’esercito fu salvo. 


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LIBRO SETTIMO — 1815 281 

Andavamo sicuri quando fu visto con maravi- 
glia uscir di Mont-Olmo, a guerra finita, il ge- 
nerale Carafa con la sua brigata di tremila uomini; 
ed. allora il re con fogli e per nunzi gli prescrisse 
di fermare in Santa Giusta dove troverebbe viveri 
e campi. Le altre due colonne giunsero a porto 
di Civita, e s’incontrarono alla legione Carrasco- 
sa, che ordinatamente veniva di Ancona. In Ma- 
cerata alloggiò 1 esercito di Bianchi. INeipperg, 
non più trattenuto gli si congiunse per lesi e 
Filotrano. Quei due generali tornali sopra una 
stessa base, mutatoobhielto, geometrizzavano nuo- 
ve linee, e davano, loro mal grado, tempo a noi 
di ristorare i danni ed afforzarci, se non avessi- 
mo avute in noi stessi le cagioni ognora crescenti 
della mina. La Guardia , che dovea per Comando 
accampare a porto di Civita, scomposta proseguì 
verso Fermo e si disperse; la seconda e terza le- 
gione alloggiarono confusamente e ribellanti; la 
brigala del generai Carafa. per timidezza di lui, non 
arrestatasi a Santa Giusta, andò inattesa a fer- 
mo; mancò di viverle di campo; le mormorazioni, 
sino allora sommesse di alcuni capi, divennero 
più forti e più estese. Si voleva in tanta estremità 
di casi e di pericolo estrema rigidezza d’ impero 
e di pene; ma cento falli vecchi e nuovi, e gli 
usi, 1 animo, il cuore di Gioacchino, sopprime- 
vano i concetti arditi, o ne impedivano l’adem- 
pimento. 

A’ descritti mali si. aggiunse notte, per copiosa 

S loggia ed aspro gelo, sì cruda, che non pareva 
i primavera e d Italia, ma dell orrido verno della 
Svizzera:le diserzioni furono assai; i torrenti, fatti 


282 LIBRO SETTIMO — 1815 

inguadabili, trattennero per alcune ore l’esercito; 
e l’impedimento fu pretesto a scompigli e fughe 
maggiori. La cavalleria, gli artiglieri, i zappatori 
peccarono ancor essi d'indisciplina; la stessa pri- 
ma legione vacillò, si tenne per sola virtù del 
capo all’obbedienza. Andavamo per bande a Pe- 
scara, dove confidavamo rincorare gli animi die- 
tro i ripari della fortezza; ma i danni furono mag- 



inanimiva le diserzioni. 

XCIli. Il re giungendo in Abruzzo chiarì i fatti 
del generai Montigny. Egli che doveva difendere 
con mila e seicento soldati le fortissime strette di 
Antrodoco, il dì i.° maggio, all’avviso che il ne- 
micoavauzava,le abbandonò riparandosi all 1 Aqui- 
la. La inattesa fuga del generale ingrandì la comune 
idea del pericolo e la prudenza inseparabile dei 
magistrati civili; la qual prudenza, chiamata da 
lui tcadimenlo al governo di Murat, accrebbe i 
suoi timori; così che all' avvicinare *del nemico 
abbandonò la città, e solamente piccola non de- 
bole cittadella fu preparata all assedio. 11 Tedesco 
maravigliando credeva che il favore del popolo 

S ii spianasse il cammino, spedì al comandante 
el forte ambasciate di cedere; e quegli a nemici 
non visti, e certamente privi di mezzi di assedio, 
perocché le strade che percorrevano sono impos- 
sibili alle artiglierie, diede la cittadella provvista 
d’uomini, d armi e di viveri, a solo patto di vita 
e di alcune ridicole pompe, che sotto il nome di 
militari onori sono vergogne. Montigny, sul cam- 
mino di Popoli informato di quei casi, scrisse al 


LIBRO SETTIMO — 1815 283 

re il foglio del 2 maggio, che al cadere del 3 giun- 
se intempestivo a Tolentino. I Tedeschi entrati 
nepli Abruzzi erano intorno a mille. 

Tante sapute viltà, tante vergogne scossero l’a- 
nimo inacerbito di Gioacchino, e pose in -giudi- 
zio Montigny, il maggiore Patrizio comandante 
del forte. Ma fu tardo il rigore, perciocché i su- 
biti cambiamenti politici impedirono gli effetti: 
restò ilMaggiore impunito, e 1 altro, avendo brut- 
tata del suo nome la lista de’ forestieri eh’ erano 
a’ nostri stipendii, si partì dal regno con Pheil, 
Malchevski, Michel, Dreuse, Palma, Lajaille ed 
altri prodi de’ quali vorrei celebrare le geste se 
il tolto stile lo comportasse, ed io, cacciato dal 
lungo tema, non dovessi sovente trasandare al- 
cuni fatti non importanti alla storia, sebben cari 
al mio cuore. Ma se a’ disegni basterà la vita, re- 

f istrerò in altre carte, a maggiore chiarezza e 
ocumento de’ miei dieci libri , le particolarità 
della napoletana mdizia di Parlo IH a Francesco I; 
e trarrò, Dio concedente, dalla universale meri- 
tata vergogna non pochi nomi degni di buona 
fama e di gloria; i quali frattanto confusi a tristi, 
creduti rei, sbattuti in vita, oltraggiali nella me- 
moria, patiscono il supplicio di tempi ed eserciti 
corrotti. Po ritorno a racconti. 

XC1V. 11 generale Manhes con la quarta legio- 
ne (cinquemila soldati) difendeva la frontiera 
del Liti. Avuta notizia sul finire di aprile che il 
nemico per la valle del Sacco avanzava verso il 
Regno, condusse a ’ 2 maggio le sue schiere a Ce- 
perano, e poiché alcuni sbirri del papa, chiuse 
le porle, tirarono poche archibugiate conlro i 


1 


284 LIBRO SETTIMO — 1815 . 

nostri, la città fu mal trattata, messe a sacco molte 
case, e tre più grandi e più belle bruciate: asprez- 
ze del Manhes. Quelle squadre divise in due bri- 
gate occuparono Yeroli e F cosinone: ed a 6, sa- 
pute le sventure di Tolentino, furono sollecita- 
mente ritratte a Ceperano, e dipoi senza respiro 
(bruciando il ponte) a Roccasecca, Arce,* Isola e 
San Germano; il corso del Liri e parte del Gari- 
gliano, linea difensiva del Regno, perduta senza 
aver visto il nemico, Portella e Fondi abbando- 
nati; Itri era ben guardato dal dodicesimo reggi- 
mento. Pochi soldati di Nugent campeggiavano 
tutta la frontiera dall’Àquila a Fondi; le schiere 
di Bianchi e di INeipperg ordinate ad esercito avan- 
zavano contro il -Tronto ed il Liri. Gl Inglesi, 
operando da nemici, predarono una-nostra nave 
caricata di attrezzi per Gaeta. Poderosa armata 
con soldati da sbarco stava in Sicilia sul punto 
di levar l’ àncore. Nello interno, la Carboneria au- 
dacissima, i popoli ribellati, i partigiani del go- 
verno timorosi o cauti, nello esterno cadutele 
speranze di pace, rifiutata ogni offerta, ogni cor- 
riere impedito. 11 principe di Cariati ambasciatore 
del re nel congresso, arrivato allora di Vienna, 
gli riferì lo sdegno de re alleati, ed il proponi- 
mento di nessuno accordo; lo stesso imperatore 
de’ Francesi biasimava la sconsigliata guerra, e 
per lettere la indicava principio e forse cagione 
alla rovina dell’Impero. Queste cose si schiera- 
rono alla mente del re stando egli in Pescara. 

XCV. Allora volgendosi alle civili istituzioni, 
mandò in Napoli per essere pubblicata una costi- 
tuzione politica, delle fogge comuni. Re, due ca- 


LIBRO SETTIMO — 1815 ... 

mere, consiglio di ministri, consiglio di stato- U 
proposte dal re, esaminale dalle camere- le 

Cle ,e deJ1 e coraunitaj la stampa liberi ■ ?,> L 
^.Proprietà sicure; le ù 
gTiaienligie usate in quelle cartp II ir i-r 

ss :!r™ 

StSESn-S ■ 

data n° '? gUerra -r 'talia'^'a nel 'empoS éX 

ta, qualunque parlamento avrebbeoperato a dan 

no essendo natura delle adunanze mettersi con 
■ foituna; ed i pochi (che la storia rammenta in 
nonni 1 - - ei '° IC1 P ro P 0uiin enti si partono da 

d g ° lf ° dÌ Na P° U ^ «Pedi amba- 
latore alla reggente per dirle che avrebbe tirati 
am, s l,a,a razzi sulla città se non gli fo S se ro 2ìè 
a riscatto di guerra, le navi e tutti ali attrezzi di 
manna oli erano negli arsenali regi! La reggente 
chiamò a consiglio i ministri ed fienai dE! 

JÌ f- U - l ° ' ma S* st| ati, espose 
mmistro di polizia denunziava che già 


286 LIBRO SETTIMO — 1815 

sparse nella città le minacce del commodoro e per 
timore e malizia amplificati i pericoli, a primi as- 
salti sarebbe certo , e forse irreparabile un tumulto 
di popolo; l’intendente pregava pace. Uno de’ con- 
siglieri, generale allora allora venuto dall’ esercito, 
dimostrò la superiorità de’ nostri mezzi di guerra; 
soggiunse che il Campbell o non avrebbe osato 
di avvicinarsi, o sarebbe stato offeso a dieci doppii 
dalle batterie della costa; e che la temeraria di- 
manda essendo fidata al nostro timore, a noi im- 
portava rigettarla. Altri seguivano 1’animosa sen- 
tenza; ma la reggente disse: 

u Che sebben vano il pericolo era vero il ti- 
>*more della città; che bisognava non accrescere 
>*il numero de’ nemici, e togliere a INapoli occa- 
» sione di agitarsi; che Campbell ed il suo go- 
>» verno (se questi approvasse le offese) si avessero 
» in faccia al mondo, dopo la taccia di aver man- 
»calo alla giurata tregua, l’altra di abusare dei 
>» terrori di un popolo per frodargli navi ed at- 
trezzi, e clic solo ed ultimo ricovero contro la 
» ingiustizia potente è la istoria ». Così ella disse; 
ma nascose il desiderio di patteggiare col com- 
modoro il ritorno in Francia di lei, e della sua 
famiglia sopra vascello inglese. 

Diede carico dell’ accordo al principe di Cariati, 
che seguace nel consiglio dell' avviso più forte, 
andò a mal grado a trattar pace coll’insolente In- 
glese; ma buon per noi eh’ egli andasse, perocché 
al primo incontro rivelò il parere del consiglio, 
e 1 avversario in quei detti riconoscendo il vero, 
fu ne’ patti cauto e discreto. Fermarono: 

Che fossero consegnati al commodoro i legn 


N* 


LIBRO SETTIMO — 1813 287 

da guerra napoletani; e tenuto ne' magazzini regi» 
in deposito ogni attrezzo di marina; che sì degli 
uni come degli altri si disponesse da’ due governi 
napoletano ed inglese, finita la guerra d Italia: 
Che la regina con la famiglia, persone e rohe 
di sua scelta, avesse imbarco e sicurezza sopra un 
vascello di Campbell: 

Ch’ella potesse mandar messo o negoziatore in 
Inghilterra a trattar pace: 

Che la guerra tra Tarmata inglese e Napoli ces- 
sasse alle ratifiche dell’ accordo. 

Le quali subito date, rassicurarono la città; potè 
la regina attendere alle estreme cure dello stato. 

XCVII. Ella consigliera non gradita di pace, la- 
sciata reggente, fu sollecita per le cose di guerra; 
providde all'esercito che combatteva nelle Mar- 
che, providde alle fortezze interne, afforzò lo 
impaurilo*Monligny de’ numerosi e prodi coraz- 
zieri della Guardia; afforzò Manhes de’ granatieri; 
spedì alla frontiera i gendarmi; ie poche schiere 
«li deposito, le stesse guardie della reggia. E fra 
le milizie urbane conversando con assai maggior 
animo che di donna, ne accresceva lo zelo, e se- 
dava del popolo i timori e i sospetti, fàcili e fre- 
quenti tra guerre di terra e mare, in città popo- 
losa e molle. Stavano nella reggia la sorella Pao- 
lina, lo zio Cardinal Teseli , e la madre Letizia, 
a’ quali allo approssimar de’ pericoli la regina ap- 
prestava imbarco per Francia; e a’ quattro teneri 
figliuoli di lei per Gaeta: già vinto ed inseguito 
Gioacchino, rotto e disperso l’esercito, le fortune 
del regno infime ed irreparabili, caduta ogni spe- 
ranza, ogni lusinga svanita. E quando (presenti 


I 


288 LIBRO SETTIMO — 1815 

me cd il principe di Cariati) l'afflitta famiglia venne 
a lei per congedo, ella mesta sì ma serena, gli 
racconsolava di consigli e di speranze simidate a 
conforto loro. Partirono. Ella dopo silenzio bre- j 
vissimo tornò alle faccende di governo; e trattan- 
dosi di surrogare a Manlies altro generale di mag- 
gior senno e valore, che respingendo i Tedeschi 
oltre il Liri lasciasse al re libera ritirata dagli 
Abruzzi, ella scelse il generai Macdonald napo- 
letano, e ministro in quel tempo della guerra. Ed 
ecco in quel mezzo presentarsi a lei il duca di 
Santa 'feodora, che assistente alla partenza dei 
principi, riferendone le particolarità, di tenerezza 
piangeva; e la regina: « 0 trattenete il pianto, gli 
r disse, o andate, vi prego, a sfogare il dolore in 
>* altro luogo; chè il mio stato non abbisogna di • 
* pietosi spettacoli >\ Sensi cd opere degni del 
grado e del sangue. • k 

XCYHI. Il Macdonald giunto al comando della 
quarta legione, mosse contro il nemico; e per pic- 
coli fatti d’armi lo cacciò oltre la Melfa; avvegna- 
ché i Tedeschi in quella guerra, cauti ad assalire, 
solleciti al ritirarsi, manifestavano di aspettar vit- 
toria meno dalla propria virtù che da’ falli del no- 
stro esercito e dalle scontentezze de’ popoli. Ed 
intanto il re proseguiva a ritirarsi per fa via di 
Abruzzo, avendo messe contro il nemico in re- 
troguardia le schiere meglio ordinate della prima 
legione, accresciute di pochi resti del decimo reg- 
gimento, e di un battaglione italiano di nuova 
leva. 11 qual battaglione, quattrocento uomini, fu. 
il solo ajuto che per la indipendenza d’Italia des- 
sero gl’italiani all’esercito di Napoli: lo coman— 



289 


LIBRO SETTIMO — 1815 
dava il generai Negri, nato sul basso Pò, presen- 
tatosi al ie in 1 errara da colonnello del già regno 
Italico, accolto e fatto generale; prode in guerra, 
partigiano zelosissimò di libertà, millantatore di 
seguaci che non aveva. La retroguardia, guidata 
dal generai Carrascosa , si arrestò alle rive del 
Sangro per aspettare l’esito de’ movimenti di Mac- 
tlonald; ed in quel tempo, assalita, volteggiò abil- 
mente, e sì che uccise molti de’ nemici, altri prese: 
gli spinse confusamente nella città di Castel di 
Sangro; e più faceva se per novello comando non 
avesse dovuto sospendere il combattimento, e ri- 
tirarsi. Quelli furono gli ultimi favori della sorte 
alla bandiere di Napoli. 

11 re sperava congiungere le schiere che seco 
menava dalle Marche alle altre del generai Macdo- 
nald, riordinarle in Capua, trarre dalle province 
nuovi armati, e lasciando presidiate Ancona,Pe- 
scara, Gaeta e Capua, radunare quindicimila sol- 
dati dietro la linea difensiva del V olturno, muo- 
verli, combattere,, temporeggiare, e se ai cieli 
piacesse, ripigliare animo e fortuna. Perciò cau- 
tamente ritiravasi, evitando gli scontri, e tenendo 
le schiere sempre in linea onde giungessero con- 
temporanee per le vie del Garigliano, di San 
Germano e degli Abruzzi. E difatti a’ dì 16 il 
de granatieri della guardia accampa- 
va in Sessa, la quarta legione in Mignàno, la 
prima a V enafro, le altre squadre spicciolate en- 
travano nella fortezza. Ma in quella notte è as- 
salito il campo di Mignano, dove la quarta legione, 
mal guardandosi, aveva le ordinanze più di cam- 
mino che di battaglia. Di fianco investita da sopra 
Colletta, T . III , 19 


290 LIBRO SETTIMO — 1815 

i monti di San Pietro, infine il retroguardo si 
scompigliò, e disordinatamente ritiravasi. 11 ge- 
nerale lo soccorse di un reggimento di cavalleria, 
che offeso dall’alto, dove i cavalli non giungeva- 
no, retrocedè a briglia sciolta, e le schiere ac- I 

campate in Mignano, al calpestio crescente e | 

vicino, sbalordite dalla notte, da’ fuggiaschi e j 
dalle passate avversità, travedendo nemici nei 
compagni, tirarono ciecamente sopra loro. E que- 
gli alle offese rendevano offese non per inganno 
nè per vendetta, ma perchè, raddoppiato il pe- 
ricolo, volevano far libera la fuga. Confusione { 
orrenda, irreparabile: la voce de capi non intesa, 
non viste le bandiere, non obbeditoci comando. 

Chi si crede sorpreso e chi tradito, s intrigano le 
schiere, ogni ordine si scompone, abbandonano 
il campo e fuggono. 11 reggimento ch’era in re- 
troguardia, incalzato alle spalle dal nemico, sen- 
tendo innanzi romor di guerra, camminava so- 
spettoso^ guardingo, e però giunto dove già 
stava il campo, vistolo deserto e con segni di 
recente guerra e di fuga, si scompose aneli esso e 
fuggì. Della iutera legione (seimila uomini) pochi 
restarono, e così alla notte del Ronco contrapose 
la notte di Mignano la fortuna, che ogni parzia- 
lità o conforto negava alle armi di Napoli. 

Saputa nel mattino del 17 la rotta di Mignano, 
il generai Carrascosa che veniva di Abruzzo ac- 
celerò il cammino, ma ([nella rapidità fu cagione 
di novelle diserzioni. 11 re si recò a San Leucio, 
regia villa presso Caserta , ed ivi attese le rasse- 
gne de’ soldati, e i rapporti sullo stato del Regno. 
Intese che cinquemila fanti e duemila cavalieri. 


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LIBRO SETTIMO— 1815 291 

gli uni e gli altri sbalorditi e svogliati, erano in 
Capua; molte artiglierie per abbandono perdute; 
ogni disciplina sciolta. D altra parte i Tedeschi, 
in numero e in fortuna, intorno a Capua; il prin- 
cipe reale don Leopoldo Borbone andar con essi, 
pubblicando sentenze di giustizia e di modestia; - 
sei province (tre Abruzzi, Molise, Capitanata e 
Terra di Lavoro) già obbedire a’Borboni, le altre 
non contrarie a questi nè dubbiose, ma espetta- 
trici* gl’ Inglesi aver doppiate le forze navali- nel 
golfo di Napoli, ed il re di Sicilia starsi a Messina 
sul punto 'di passare il Faro con poderose ar- 
mate di mare e terra. Ne’ popoli, ne magistrati, 
ne’ cortigiani, ne’ ministri, in sè stesso, le spe- 
ranze cadute, l’impero dechinante, il ritorno dei 
Borboni certo e vicino. E perciò deponendo le 
cure di capitano e di re, pensò alla salvezza sua 
e della famiglia; sapeva il trattato con Campbell, 
e di scontentissimo che n era innanzi ne divenne 
lieto; credeva che i Borboni e i Tedeschi lo vo- 
lessero prigioniero, gli uni a vendetta, gli altri 
per impedire gli ultimi temuti sforzi ne’ Princi- 
pati e nelle Calabrie, e per togliere a Buonaparte, 
imperatore in Francia, sperimentato e grande 
istroinento di guerra; temeva inganni e tradi- 
menti nella città e nella reggia. Ed a tanti bisogni 
e sospetti cautamente providde. 

Delegato il comando dell’esercito al generai 
Carrascosa venne in Napoli privatamente e sul 
cadere del giorno, ma dal popolo scoperto e sa- 
lutato come re e come ancora felice. Andò alla 
reggia negli appartamenti della regina, e giunto 
a lei, l’abbracciò, e con voce ferma disse: « La 


T 

292 LIBRO SETTIMO— 1815 

fortuna ci lia tradito, tutto è perduto ». «Ma non 
tutto (ella replicò ) se conserveremo l’ onore e la 
costanza ». Prepararono insieme segretamente la 
partenza ; furono ammessi a strettissimo circolo 
di corte i più fidi e i più cari, e dopo breve di- 
scorso congedati. Egli providde co' ministri a mol- 
te cose di regno, ultime, benefiche, ricordevoli; 
fu sereno, discreto, confortatore della mestizia 
de’ circostanti, ed a’ Francesi che partivano ed ai 
servi che lasciava liberale così come principe . 
che ascende al trono. 

XCIX. Fissate le sue sorti, volle dar termine • 
con la pace.a 1 travagli del già suo regno, ed elesse 
negoziatori i generali Carrascosa e Colletta. Disse 
al primo, trattassero per lo interesse non più di 
lui, ma dello stato e dell’esercito, e patteggias- 
sero il mantenimento delle vendite, e dei doni, 
di tutto ciò che lasciavagli fama di buon re ed 
affettuosa memoria ne’ Napoletani. Al Colletta che 
richiedevagli quali cose concederebbe al nemico, 
rispose: tutto fuorché l’onore dell’esercito e la 
quiete de’ popoli; della fortuna contraria io vo- 
glio sopra di me tutto il peso. A’ 20 di maggio i 
negoziatori sopradetti co’ generali Bianchi e Neip- 
perg, e, per le parti dell Inghilterra, lord Bur- 
ghersh, convennero in una piccola casa, tre mi- 
glia lontano da Capua, del proprietario Lanza, e 
di là il trattato che pòi si conchiuse prese data e 
nome di Casalanza. Dopo lunghe, agitate e ta- 
lora vicine a rompersi conferenze, fermarono i 
seguenti patti: 

Pace fra i due eserciti. La fortezza di Capila 
cedersi nel dì 2 1 ; la città di Napoli co’ suoi ca- 




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LIBRO SETTIMO — 1815 293 

stelli nel 2 3 , quindi il resto del Regno, ma non 
comprese le tre fortezze di Gaeta, Pescara ed 
Ancona; i presidii napoletani che uscivano dai 
luoghi forti avere gli onori convenuti. 

E dipoi il debito pubblico garentito, mantenute 
le vendite de' beni dello Stato, conservata la nuo- 
va nobiltà con l’antica, confermali ne’ gradi, onori 
e pensioni i militari che, giurata fedeltà a Ferdi- 
nando IV, passassero volontari a suoi stipendii. 

Qui finiva il trattalo, ma il Tedesco vi aggiunse 
die il re Ferdinando concedeva perdono ad ogni 
opera politica de passati tempi, comunque -fatta 
a prò de’ nemici, o contro i Borboni; e ohe, 
obliate le trascorse vicende, ogni Napoletano aspi- 
rar potesse agli offizii civili o militari del regno. 
Le quali cose i negoziatori napoletani non ricer- 
cavano per non trasformare in concessione e fa- 
vore i titoli della giustizia, e dare sospetto ch’ei 
credessero colpa ne’ soggetti l’aver servito a go- 
verno necessario, riconosciuto, e per diritto pub- 
blico di qpei tempi legittimo. 

» L’ imperatore d Austria (stava scritto) avva- 
» lorava il trattato con la sua formale garanzia ri. 
11 qual nuovo pegno di fede si bramava da Na- 
poletani, essendo ancor viva e dolorosa la memo- 
ria de mancali giuramenti del 99. 

0 . Nella sera dello stesso giorno, dopo che il 
re ebbe contezza del trattalo, partì sconosciuto 
verso Pozzuoli; e di là, sopra piccola nave passò 
ad Ischia, ove rimase un giorno veneralo eia re; 
e il dì 22 sopra legno più grande con poco seguito 
di cortigiani c di servi, senza pompa, senza lus- 
so, senza le stesse comodità della vita, si partì 


204 LIBRO SETTIMO — 1815 

per Francia. Ed intanto fatte note in Napoli, le 
concordie di Casalanza, la città mandò ambascia- 
tori al principe Borbone, ch’era in Teano, pre- 
cursore delV allegrezza ed obbedienza pubblica; 
il qual alto, benché segreto, fu a caso rivelato 
alla regina Murat, che stava ancora nella reggia, 
reggente del regno. In Capua, all’ uscire della pri- 
ma legione napoletana per dar comode stanze al 
Tedesco, la plebe non vedendo soldati che alle 
porte, si alzò a tumulto, ruppe le prigioni, e 
prorompeva in peggiori disordini se da pochi 
generali ed ufBziali non fusse stata repressa. La 
stessa prima legione, sino a quel punto, discipli- 
nata e ubbidiente, fuori appena della fortezza, 
sorda agl’ inviti ed alle minacce de’ capi, per molte 
vie si disperse. 

In Napoli la plebaglia sotto pretesto di alle- 
grezza tumultuava, e sebbene la guardia di sicu- 
rezza trattenesse que’ primi moti, chiaro appariva 
che in breve non basterebbe. Cosicché la regina 
pregando per lettere l’ammiraglio inglese a spe- 
dire in città qualche schiera a sostegno degli or- 
dini civili, n’ebbe trecento Inglesi, per li quali 
sbigottirono i tumultuanti, tornò la quiete. Ed 
ella in quel mezzo imbarcò sopra vascello inglese 
con alcuni della sua corte; e tre già ministri, Agar, 
Zurlo, Macdonald, e pochi altri personaggi, che, 
non confidando nelle promesse di Casalanza, fug- 
givano la temuta vendetta de’ Borboni. 

Non più re, non reggente, non reggenza, la 
plebe accresciuta de’ fuggitivi di Capua, che spe- 
rando prede arrivavano a torme nella città, i pri- 
gioni di Napoli tumultuosi, e le porte delle car- 


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295 


. LIBRO SETTIMO— 1815 
ceri non ancora abbattute ma scosse; la guardia 
di sicurezza già stanca; gl’inglesi pochi, i disor- 
dini maggiori, e, ciò che accresceva pericolo, vi- 
cina la notte. Si era sul punto che la plebaglia 
prevalesse, quando esortati da messi e lettere della 
municipalità, giunsero al dechinare del giorno 
alcuni squadroni austriaci, che uniti alle guardie 
urbane, girando per la città, e gastigando quegli 
che avessero di ribelli armi o segni, soppressero i 
tumulti e le inique speranze. Fu così grande ma 
necessario il rigore che cento, almeno, di quel- 
F infimo volgo perirono; ed altri mille, feriti, an- 
darono agli ospedali o si nascosero. 

In quella notte e nel seguente giorno furono 
in città luminarie, tripudii, e grida di popolo; e 
nel porto tutte le navi, lo stesso vascello che al- 
bergava la regina, ornato a festa. A’ a3, com’era 
prescritto, fecero ingresso le schiere tedesche, le 
quali con suoni e segni di vittoria seguivano il 
principe reale don Leopoldo Borbone, che a ca- 
vallo, con ricca numerosa corte, allegro rendeva 
i popolari saluti. E poiché per corrieri, per tele- 
grafi, per fama, gli avvenimenti di Gasalanza e 
di Napoli furono in quei giorni medesimi divol- 
gati, ed il mutato governo in ogni luogo ricono- 
sciuto e festeggiato, tutte le apparenze scompar- 
vero del segno di Gioacchino, nomi, immagini, 
insegne; solamente la regina prigioniera sul va- 
scello stava ancora nel porto, spettacolo e spetta- 
trice delle sue miserie. 


Fine del Tomo III 


«PBPBBBare giarr; 

9730705 

■* — 




SOMMÀRIO 


DELLE MATERIE CONTENUTE JN QUESTO VOLUME 


LIBRO SESTO 


Quale era il legno al 1806. 



CAPO PRIMO. 

* 



Godici . 



• P a 8- 

o 

Finanze 

• • • • • 


. 99 

4 

Amministrazione 



99 

6 

Esercito . 


- 

• 

' 

• 99 

7 

Civiltà 

• • • • 


. 

_9 


CAPO SBCOHDO. 


Arrivo in .Napoli dell’ esercito francese, poi di Giuseppe 


Buonaparte ... 

Fatti varii di guerra e di regno •. 

99 

99 

IO . * 

ivi N 

Primo editto . • , 

99 

13 

Combattimento di Campotanese. Ordini interni . 

99 

J5 

Giuseppe assente, inasprisce il governo; prime di- 



scordie ........ 

99 

17 

Giuseppe è re. Provvedimenti di governo. Battaglia di 


1 

Maida e tristezze di stato . ,, 

99 

19 


i 


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298 


SOMMARIO 


CAPO TERZO. 


Riordinamenti del ministero e delle amministrazioni. 



Nuove discordie civili. Patti di guerra 


. pag. 

25 

Tavoliere di Puglia .... 



» 

30 

Il brigantaggio imperversa . 



99 

31 

Le Calabrie in stato di guerra 



99 

37 

Nuove leggi ..... \ 



99 

41 

La feudalità abolita .... 



n 

45 

Conventi sciolti ... . . . 



99 

46 

Nuovo processo criminale t 



99 

48 

Istruzion pubblica . 



99 

50 

Tristizie nel regno ..... 



99 

53 

Stato di Europa al 1806 • . . , 



99 

55 

CAPO QCARTO. 

Nuovi provvedimenti e nuovi codici, molti beni di stato» 

60 

Il re visita le province . * . 

» 


99 

62 

Leggi per le cerimonie . 

e 

# 

99 

63 

Prudenze e fortune di governo . . 

• 

* 

99 

64 

Rovina il palazzo di Saliceti 

• 


99 

68 

Ordine cavalleresco delle due Sicilie 

e 


99 

72 

Reggio e Scilla espugnate dai Francesi 


# 

99 

73 

Nuovi codici . ^ . 

- "JV* 

* 


99 

75 


CAPO gPWTO , 




■ràt 


:'4ÉS 


Partenza del re. Ultimi tempi del ano regno . . » 82 

Statuto costituzionale detto di Bajona . « ivi 

Partenza della casa del re . . . . . • » 84 

Carattere del r* Giuseppe. Stato del regno al suo par- 
tirne . t -, m~VJ 


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SOMMARIO 


299 


LIBRO SETTIMO 

Regno di Gioacchino Murai. — Anno 1808 a 1815. 

CAPO PRIMO. 


Arrivo io Napoli del re e della regina. Feste. Prowe- 


dimenti di guerra e di regno . . . . pag. 90 

Spedizione contro 1* isola di Capri . .• 

« 93 

Varie benefiche leggi . . . . . .. 

» 99 

Spedizione anglo-sicula contro il regno . . 

» 113 

Brigantaggio e suoi effetti ..... 

» 119 

Festa del 15 agosto 1809 ...... 

» 123 

Provvedimento di stato ... . . . 

» 124 

Partenza del re, della regina. Ritorni. Provvidenze ed 


avvenimenti .... 

» 128 

CAPO SECONDO. 


Fatti di guerra e di brigantaggio, poi distrutto. La feu- 


dal ita abolita Sdegni nella regia famigli» . 

» 111 

Nuova partenza del re e ritorno .... 

» Ìli 

Distruzione del brigantaggio .... 

« 132 

La feudalità abolita , le terre divise 

» IM 

Baronie. Provvedimenti. Primi sdegni tra Gioacchino e 


Napoleone 

» 159 

Provvedimenti interni 

» 162 


CAPO TERZO. 

Il re parte per la guerra di Russia, e ne torna. Tenta 
T anione d’ Italia. Parte per nuova guerra in Germa - 
nia, e tornatone provvede al regno , . , » . 167 


300 


SOMMARIO 


Tentala Unione d’Italia , . . . ‘ . pag 179 

Gioacchino parte per nuova guerra; suol fatti, suo ri - 
torno . . . , . . x 184 

Influenza della costituzione di Sicilia sulle coae di Na - 
poli . . w 196 


• CAPO QUARTO. 

4 » * 

li re ferma alleanza coll’ Austria , tregùa coll’ Inghil- 
terra. Fa guerra a’Francesi. Caduto l’impero <11 Frau- 
da, provvede al trono ed al regno . . , . >> 199 

Si discute dell’alleanza «e con Francia O con Austria » iti 
Incertezza del re; dipoi stringe alleanza coll’Austria, 


tregua coll’ Inghilterra . . ■ . » 208 

Primi moti di guerra in Italia , » 210 

Assedii di Ancona, Castel-Sant’Angelo e Civitavecchia » 213 
Discordie tra confederati sull’idea di quella guerra >» 216 
Amarezze di Gioacchino . » 219 

Dopo novelli intrighi di politica Gioacchino combatte » 223 


Si ha notizia della caduta delTitnpero di Francia, cessa 

in Italia la guerra , < ■ ■ • * 230 

Ritorna in Napoli. Gioacchino, e provvede al regno » 234 
Sventure di Murai Avvenimenti yarii di Sicilia e Napoli a 244 

CAPO QUINTO* 

Fogge dall’Elba l’imperatore Napoleone. Gioacchino 
. muove guerra in Italia: vinto da’Tedeschi , abban - 
dona il regno Ferdinando Borbone ascende al trono 
di Napoli - . ..... . . ,>247 

F uga dell’ imperatore Napoleone. Gioacchino muove 

guerra all’ Austria , w ivi 

Si compone 1* esercito per la guerra „ 231 

Cominciano le ostilità. Battaglia di Panaro . . >, 234 


I 


. I 

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SOMMARIO 


301 


Movimenti strategici. Assalto di Occhiobello fallato pag. 256 

La spedizione in Toscana ..... 

» 258. 

Provvedimenti'di guerra . : . . . 

» 261 

Ritirata dell’esercito napoletano .... 

» 266 

Combattimento di Monte-Milone. Battaglia di Tolentino 

» 270 

Entrata nel regno e disordini de’ Napoletani . 

» 280 

Fatti militari del generai Montigny in Abruzzo . 

» 282 

Fatti militari del generai Manhes sul Liri . 

» 283 

Costituzione politica data al regno ... 

» 284 

Trattato col commodoro Campbell . 

» 285 

Nuovi fatti d’armi; ultime fugaci speranze del re . 

» 289 

Pace di Cnsalanzn ...... 

» 292 

Partenza del re Gioacchino. Ultimi basi del suo regno 

„ 293 


FIKE DEL SOMMARIO. 


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